“Intervista” Maroni: «Ero pronto a dimettermi»

08/07/2002







(Del 7/7/2002 Sezione: Interni Pag. 3)
intervista
Giovanni Cerruti

IL MINISTRO DEL WELFARE RACCONTA I RETROSCENA DELLA FIRMA DEL PATTO PER L´ITALIA MINISTRO Maroni
«Ero pronto a dimettermi»

Maroni, venerdì pomeriggio, firmato l’accordo, ha detto grazie a qualcuno?

«A Sacconi, a Gianni Letta, a Tremonti, a Baldassarri e a me stesso. Davvero un gran bel lavoro di squadra».

Basta con i grazie?

«E alla responsabilità di quasi tutte le parti sociali».

Quasi tutte?

«C’è chi ha tentato di evitare la firma dell’accordo».

Per caso Billè di Confcommercio, che ha detto d’aver firmato «controvoglia»?

«Qualcuno».

Quando ha capìto che la firma era sicura?

«Alle 12,30».

E cinque minuti prima?

«Temevo saltasse tutto».

Proprio tutto?

«Angeletti e Pezzotta a mezzogiorno avevano chiesto un rinvio, sembravano determinati, dicevano che il Governo non era in grado di dare certezze sulle cifre».

E lei?

«La loro era una questione politica e noi l’abbiamo messa in politica. Ho detto che la posizione che esprimevo era quella di chiudere prima del Consiglio dei Ministri, e se non fosse andata così avrei rimesso il mio mandato nelle mani di Berlusconi».

Dimissioni da ministro?

«Dimissioni da ministro».

E invece?

«E’ intervenuto Letta e si è messo dalla mia parte. Non c’erano obiezioni di natura tecnica, la loro era una questione politica: anche, credo, per prendere tempo e tenere aperta una porta al centrosinistra. Sarebbe stato un grosso rischio».

Di che tipo?

«Per mercoledì è fissato l’incontro tra Cofferati e il centrosinistra. Fosse rimasta aperta la trattativa magari si sarebbe infilata la Margherita. Ora, a trattativa chiusa, è più difficile. Dovranno decidere se stare con la Cgil e contro Cisl e Uil. Difficile…»

Ma davvero in quella mezz’ora ha temuto che saltasse tutto?

«Davvero. Se non si chiudeva venerdì non si chiudeva più».

Il momento peggiore?

«Quei 30 minuti dopo mezzogiorno».

E prima, in questi mesi segnati dall’assassinio di Marco Biagi?

«A febbraio, quando sembrava che nel Governo ci fosse la tentazione di mettere la retromarcia. Ero solo, e il cerino si stava consumando in fretta».

Anche Bossi, in quei giorni, pareva avesse una gran fretta di togliersi di torno questa grana.

«Non è così. Io ho sempre avuto l’appoggio di Bossi e della Lega. Bossi, in quel modo, più che a me dava un segnale agli alleati di governo. Tanto è vero che in quei giorni si era tenuto un vertice concluso dalla decisione di andare avanti. Eravamo a pochi giorni dallo sciopero generale, e in quel momento i sindacati hanno capito che non avremmo ceduto».

Detto del "gran bel lavoro di squadra" chi è stato il miglior giocatore?

«Il sottosegretario Sacconi e la sua creatività. E poi aggiungo alcuni amici di Marco Biagi: dopo la sua morte hanno deciso di collaborare con noi».

E così Maroni ha spento il cerino e vinto la battaglia.

«Non è una vittoria mia. E’ una vittoria di tutto il Governo, anche se per me vale di più».

Ha festeggiato?

«Ancora no, forse martedì al ministero. Ma ci sarà poco tempo, il lavoro duro comincia adesso, subito, con i confronti con le parti che hanno sottoscritto il "Patto per l’Italia" su welfare, pensioni, politiche sociali e attuazione delle deleghe».

Non ci sarà la Cgil, dunque.

«Non ci sarà la Cgil, a meno che cambino idea».

Possibile?

«Non ora, quando nella Cgil sarà calata la temperatura me lo auguro».

E Cofferati?

«Non saprei cosa dire… La sua posizione era nota».

L’ha delusa?

«Direi di sì. Non per la sua posizione, ma per la personalizzazione, per l’uso strumentale di una questione sindacale a fini politici suoi. Lo conoscevo e lo consideravo un moderato, un riformista illuminato. Si è spenta la luce e si sono accesi i toni, con la ricerca dello scontro e il tentativo di creare un solco incolmabile».

Cosa la soddisfa di più dopo la firma dell’accordo?

«Di sicuro il clima. E’ ben cambiato. E’ positivo».

E poi?

«Che abbiamo vinto la sfida. All’inizio la domanda era: dobbiamo cercare per forza l’accordo con tutti oppure dobbiamo raggiungere il massimo del consenso sociale? Per noi l’opzione da cercare era la seconda, e la firma di venerdì ci ha detto che sì, si può e la sfida è vinta».

Senza la Cgil, però. Che non è poco nel sindacato.

«Certo, lo so bene. Ma non dipende da noi».

Si ricorda di precedenti accordi firmati senza la Cgil?

«Erano accordi separati tra le parti, come tra sindacati e Confindustria. Con il Governo, in tempi recenti, non ne ricordo altri. Mi sembra proprio la prima firma separata».

Lei ha parlato di «innovazione nel metodo». Sarebbe?

«Appunto quel che ho appena detto. Gli accordi si fanno con chi ci sta».

Tutti meno la Cgil.

«Aspettiamo che cali la temperatura e ne riparleremo».

Che cali la temperatura quando Cofferati lascerà la segreteria?

«Può essere. Guglielmo Epifani venerdì ha esposto le sue posizioni contrarie con molta correttezza e senza ostruzionismi. Ha scelto motivazioni sindacali, non politiche».

Intende dire che Cofferati sceglieva motivazioni solo politiche?

«Questo Governo ha buoni rapporti con tutti, tranne con chi ha pregiudiziali politiche».

Si aspetta difficoltà in casa Cgil?

«Me le aspetto nel centrosinistra, dove convivono a fatica due posizioni ben distinte: i riformisti come Treu o Enrico Letta e i radicali come Bertinotti e Salvi. Una contraddizione che mercoledì, al tavolo con Cofferati, non può che approfondirsi».

Ultima domanda, ministro Maroni. Il suo nome, nei titoli dei quotidiani di ieri, si trovava a fatica. Si è sentito messo in disparte?

«Assolutamente no. So bene che se la trattativa fosse fallita i titoloni mi avrebbero crocefisso. C’è stata la firma, la trattativa si è chiusa e i meriti se li prende tutto il governo a partire da Berlusconi, come è giusto che sia. La mia soddisfazione, in queste ore, non vale un titolo di giornale».

E quanto vale?

«Molto di più. Vale il ricordo di un collaboratore prezioso come Marco Biagi. Lui non c’è più, ma che le sue idee, i suoi studi, le sue ricerche, la sua passione e la sua fatica siano diventati il "Patto per l’Italia" mi fa piacere. Il suo testamento morale non l’abbiamo sprecato».