“Intervista” Maroni alle imprese: niente più quote

17/09/2002





17 settembre 2002

Immigrazione
Maroni alle imprese: niente più quote

Il ministro del Welfare non esclude che gli immigrati possano diventare cittadini italiani, ma solo se inseriti nelle strutture produttive

Gerardo Pelosi


ROMA – Il lavoro come unico percorso di integrazione in Italia, senza altre scorciatoie. Non rifiuta l’idea di una società multietnica il ministro del Welfare Roberto Maroni, né esclude che gli extracomunitari, dopo avere ottenuto la carta di soggiorno, possano chiedere e ottenere la cittadinanza italiana. Ma a condizione che chi viene in Italia cerchi di integrarsi attraverso il lavoro. Maroni è reduce dalla riunione della Lega a Venezia, le sue parole contro chi assume in nero hanno provocato una reazione molto dura del presidente degli industriali del Veneto, Luigi Rossi Luciani. E agli imprenditori Maroni lancia, ora, un «ramoscello d’ulivo»: una proposta che vede impegnato il Governo a superare il decreto annuale sui flussi con una programmazione come quella già prevista per gli stagionali. Ma sulla regolarizzazione Maroni è tassativo: questa, dice, sarà l’ultima occasione per mettersi in linea con le norme della Bossi-Fini. Quanto alle domande finora presentate, non c’è stato l’assalto che si temeva, dice il ministro, anche perché si è riusciti ad evitare un’azione che avrebbe portato all’emersione di migliaia di "sans papiers" italiani. Sulla possibile mediazione con i centristi del Polo per regolarizzare gli espulsi, il ministro è convinto che, nelle prossime ore, un accordo equilibrato sarà raggiunto.
Se il trend delle domande di regolarizzazione è quello di questi primi giorni (circa 30mila) che fine hanno fatto gli extracomunitari occupati in nero?
Piacerebbe saperlo anche a me. Noi siamo stati criticati aspramente anche dagli imprenditori che chiedevano norme per regolarizzare anche i lavoratori, oltre a colf e badanti, ma ad oggi per i lavoratori subordinati sono state avanzate poco più di 8mila domande. C’è ancora tempo per presentarle, sono cauto e vedremo cosa succederà, ma se questi dati vengono confermati delle due l’una: o non c’era questa grande esigenza, nel senso che pochissimi sono stati i datori di lavoro che hanno preso alle loro dipendenze immigrati irregolari, oppure i datori di lavoro non intendono regolarizzare le numerose posizioni irregolari che qualcuno sostiene esserci. Come si conciliano questi dati con le stime del Governo e di associazioni come la Caritas secondo cui in Italia vi sarebbero centinaia di migliaia di irregolari?
Se i numeri saranno questi, ossia molto bassi, saremmo autorizzati a pensare che, delle centinaia di migliaia di cittadini extracomunitari irregolari che le stime ritengono esserci, quelli che effettivamente lavorano sono un’esigua minoranza e che tutti gli altri sono dediti ad altre attività.
Insomma, é stato smentito chi immaginava lunghe code alle Poste?
L’assalto non c’è stato, ma anche perché, con le procedure adottate, abbiamo tamponato il rischio di una presentazione in massa di domande di legalizzazione presentate da cittadini extracomunitari. Abbiamo chiesto alle Poste di verificare le generalità del presentatore, che deve essere il datore di lavoro in persona o un suo delegato. Naturalmente la domanda presentata dagli extracomunitari con nomi di datori di lavoro finti sarebbe stata respinta, ma si sarebbero create tutte le premesse per un caso di "sans papiers" italiani, ossia irregolari che emergono dalla clandestinità, che dichiarano le loro generalità a uno Stato che non può metterli in regola. Sarebbe scoppiato un caso.
Ma molti attendono di presentare la domanda anche perché non è chiaro a chi verrà estesa la legalizzazione...
Credo che entro le prossime ore troveremo la soluzione. Siamo impegnati a trovarla. Il principio di fondo è che si deve regolarizzare chi lavora effettivamente. Poi ci sono varie categorie: ad esempio, chi è entrato irregolarmente non si è fatto intimare e lavora in nero, ma anche quello che è entrato lo stesso giorno ma gli hanno messo in mano il foglio di espulsione e non può essere legalizzato. Comprendo che ci sono queste distinzioni, comprendo meno come mai nella Bossi-Fini il Parlamento ha deciso di mantenere questa distinzione e nessuno ha protestato, mentre adesso che abbiamo ripetuto questa stessa norma nel decreto c’è stata un’alzata di scudi.
Il presidente degli industriali del Veneto, Rossi Luciani, ha criticato la Bossi-Fini respingendo le accuse sul lavoro nero..
Non voglio fare polemiche, ma debbo dire che ho assistito in silenzio a una serie di attacchi del tutto immotivati anche dagli impreditori del Veneto. Non ho mai risposto a queste accuse ma domenica, a Venezia, mi è sembrato giusto dire agli imprenditori: sfruttate questa occasione della regolarizzazione perché sarà l’ultima, almeno finché saremo noi al Governo.
La legge Bossi-Fini si basa tutta sul lavoro. È sufficiente per garantire una vera integrazione?
La legge prevede che, dopo sei anni, l’immigrato regolare possa ottenere la carta di soggiorno. Nulla vieta che, a quel punto, un cittadino exatracomunitario che si è integrato nella società italiana possa chiedere la cittadinanza italiana. Questo è il percorso, tutto il resto sono scorciatoie. Scorciatoie di chi chiede da una parte manodopera a basso costo senza regole e scorciatoie di chi dice: «Facciamoli venire e forziamo il processi di integrazione dando loro il voto amministrativo». Sono scorciatoie che portano ghettizzazione, mentre noi vogliamo garantire percorsi di integrazione fino alla cittadinanza.
Altro discorso è quello che riguarda le qualifiche medio-alte…
Ragionare sulla qualità o consentire a tutti quelli che hanno un lavoro di entrare dipende dal Governo, ma sono le imprese che decidono chi deve venire. Abbiamo innovato una procedura con gli stagionali, abbiamo concordato con le associazioni di categoria stabilendo che il problema non è il "tetto" ma le garanzie. Sono i datori di lavoro che garantiscono. Non si può allargare la procedura superando i tetti annuali?
Ebbene, se vogliamo porgere un ramoscello d’ulivo alle imprese, con la nuova legge si pongono tutte le premesse per farlo. In altre parole, se tutti mostrano buona volontà e serietà, Governo, Regioni e imprenditori, possiamo superare una volta per tutte la questione delle quote che è una procedura anomala. L’unica condizione è che ci sia una verifica all’origine, che ci sia un controllo serio che chi entra, entra per lavorare. Lo sforzo del Governo sarà di superare l’approccio delle quote per garantire alle imprese il fabbisogno di manodopera che essi reclamano senza bisogno di un negoziato. Da parte delle imprese ci deve essere, però, un cambio di mentalità che non può più essere dettato dal principio: tu fanne entrare quanti più possibile perché poi io impresa scelgo quelli che devo tenere. Se questa mentalità cambierà, a quel punto da parte del Governo ci sarà la disponibilità a superare la questione delle quote. E noi siamo disponibili a lavorare sulle procedure e sulle semplificazioni per creare metodiche di ingresso serie che garantiscano quello che noi vogliamo garantire: che chi entra, entra per lavorare.