“Intervista” Maroni: a un passo dal grande accordo

04/06/2002




          Per il ministro del Welfare dopo lo sciopero generale e le amministrative ci sono le condizioni per sbloccare un’intesa di merito
          Maroni: a un passo dal grande accordo
          «Il voto dà forza all’Esecutivo che ora potrà essere generoso con le parti sociali»

          Alberto Orioli

          ROMA – Sarà per il clima da post partita, "intravista" in Lussemburgo dopo la riunione con i colleghi Ue, ma il ministro del Welfare, Roberto Maroni, mostra morale alto. Anche per il post partita di venerdì a Palazzo Chigi. Ed è fiducioso per l’incontro di oggi. «Mi aspetto – dice – che si chiuda la stagione dello scontro duro. Sono cadute le pregiudiziali e credo sia possibile aprire ora una stagione di confronto costruttivo per realizzare quelle riforme che tutti ci sollecitano, la Ue, l’Ocse, il Fondo monetario e anche la Banca d’Italia. Non ultimi i sindacati, giacchè viene proprio dai sindacati la richiesta di modificare gli ammortizzatori sociali e i sistemi di protezione. Sul fatto che ci sia una necessità siamo tutti d’accordo, ora è il momento del confronto nel merito. Finalmente. E il traguardo non mi sembra lontano».
          La Cgil dice che è una trattativa truccata perchè i temi più spinosi sono stati spostati in un ddl che avrà una cogenza diversa e immediata rispetto alla vecchia ipotesi della delega.
          Non è vero che il disegno di legge cosidetto 848 bis in cui abbiamo trasferito gli articoli su arbitrato, incentivi, ammortizzatori e modifiche all’articolo 18 sia diverso: contiene anch’esso la richiesta di delega da parte del Governo su quei temi. E soprattuto non ci sono trucchi. C’è un confronto. Nel verbale di Palazzo Chigi c’è scritto che vi impegnate a trasferire nell’848 bis il testo dell’accordo tra le parti. Anche se non prevedesse modifiche all’articolo 18? La vecchia delega resterà ferma fino a quando le parti non avranno raggiunto un risultato. Resto a quanto abbiamo scritto e sottoscritto: c’è la massima disponibilità – e direi che da parte nostra c’è una vera e propria spinta a che ciò accada – a consentire un accordo comune sui temi dell’848 bis, che significa non solo articolo 18, ma anche ammortizzatori sociali e incentivi. Dai segnali che arrivano da parte di tutti direi che esiste una disponibilità diffusa a fare mezzo passo indietro, esattamente come abbiamo fatto noi del Governo. Il premier ha detto venerdì che di articolo 18 si parla al tavolo che si apre oggi, ma sempre Berlusconi il giorno dopo, incalzato da una donna della folla alla celebrazione del 2 giugno, l’ha rassicurata baciandola: «Nessuno toccherà niente non si preoccupi». Qual è l’interpretazione autentica? Non è andata proprio così e il presidente Berlusconi ha spiegato di non avere detto alla signora «non cambierò l’articolo 18» ma di avere detto che «l’articolo 18 non cambierà i diritti delle persone». Stiamo al testo del verbale: c’è la massima disponibilità del Governo e delle parti sociali a definire un accordo comune sui diversi temi. Responsabilmente i sindacati hanno accettato, tutti tranne la Cgil, questa sfida per la modernizzazione del Paese. È tutto qui: non ci sono equivoci, nè retropensieri. Sarebbe ben miope, del resto, pensare che quanto è stato fatto ha come obiettivo quello di acquisire il consenso sulle riforme dell’articolo 18. Il tavolo è ampio e decisivo: sono in gioco riforme importanti per la competitività del Paese.
          Che margine esiste per recuperare la Cgil, secondo lei?
          Non sta a me entrare nelle logiche interne alla Cgil. Guardo con interesse ciò che accade: la porta per la Cgil è sempre aperta e se dovesse decidere di partecipare al confronto, come spero, saremmo lieti di continuare il dialogo anche con loro. Sugli ammortizzatori sociali pesano anche i risvolti di alcune grandi vertenze dei settori industriali (l’auto ad esempio, ma non solo): come saranno conciliabili, tra l’altro, con la scarsità di risorse pubbliche da destinare a questa riforma? Quanto alla crisi della Fiat abbiamo strumenti già finanziati per far fronte a questo problema; li attiveremo quando la vertenza sarà definita appieno in sede sindacale. Non ci sono problemi. Quanto alle risorse per il welfare, invece, è chiaro che il Governo dovrà darsi delle priorità di finanza pubblica. Mi pare tuttavia che la riforma degli ammortizzatori sociali sia una priorità strategica di tutti. Non è una discussione accademica, questa sui nuovi ammortizzatori sociali, è un tavolo negoziale vero, serviranno risorse vere. Cofferati denuncia un’intesa preconfezionata. Il tavolo negoziale è un tavolo vero, senza conclusioni pre definite. La sfida per noi è arrivare a un nuovo patto sociale che preveda la riforma del sistema di welfare. Chi si chiama fuori commette un errore di prospettiva perchè antepone una necessità tattica a un obiettivo davvero strategico.
          Perchè non ci si è arrivati prima?
          Abbiamo sempre tentato, più volte. Abbiamo mantenuto la totale disponibilità a discutere e abbiamo chiesto alle parti sociali di riaprire il tavolo sull’art.18. Ma non è stato possibile. Poi si sono verificati due fatti che hanno mutato lo scenario: lo sciopero generale e le elezioni amministrative. Lo sciopero ha concluso una stagione di forte contrasto e ora i sindacati, giustamente, vigliono capitalizzare quei risultati. Le amministrative consentono a Governo e maggioranza di sentirsi rafforzati e non – come nella sinistra qualcuno sperava – battuti. Ciò consente di negoziare le riforme da una posizione di forza diversa. Dico "posizione di forza" non nel senso di un braccio di ferro con le parti sociali, ma nel senso che la maggioranza è rassicurata. Chi temeva che avremmo pagato un prezzo salato per questo confronto duro si è convinto che così non è stato. Da questa nuova posizione di forza noi potremo essere generosi verso le parti sociali. E qualunque accordo raggiungeremo non sarà un cedimento a seguito di una sconfitta, ma un accordo responsabile dopo che abbiamo dimostrato di saper reggere il confronto con le parti. Lei esclude che il ddl sull’articolo 18 finisca come il ddl sulle 35 ore del Governo Prodi? Lo escludo. L’abbiamo sempre ripetuto con chiarezza: non ci sarà un binario morto. Avevamo richiesto come termine ultimo per l’avviso comune il 30 giugno, ma i sindacati hanno voluto un mese in più. Il 31 luglio, però, sarà la deadline: perchè solo così riusciremo a far partire dal 2003 le riforme del lavoro, del fisco e della previdenza.
          È in gioco anche l’idea del sindacato nel futuro: un "sindacato di servizio" che gestisce il mercato del lavoro, la previdenza, l’assistenza contro un "sindacato istituzione" o solo contrattuale che si occupa di redistribuzione del reddito o di diritti.
          Sono concettualmente per un principio di saggezza popolare che a Milano recita: ofelee fa il to’ mestee, panettiere fai il tuo mestiere. Come i sindacati affronteranno la sfida della modernizzazione dal punto di vista anche organizzativo è un tema loro. Come Governo noi possiamo riconoscere al sindacato una funzione decisiva nella definzione e implementazione del processo di riforme. È un interlocutore indispensabile che noi riconosciamo per la sua funzione. Come si orienterà sarà decisione del sindacato. Noi siamo per il modello tripartito dell’Oil dove Governo e parti sociali hanno pari dignità, ma c’è distinzione netta tra questo e il modello concertativo all’italiana dove era evidente un’invasione di campo nella politica da parte del sindacato.

          Martedí 04 Giugno 2002