“Intervista” Marini: «Palazzo Chigi sottovaluta la protesta»

27/02/2002






Marini: Palazzo Chigi sottovaluta la protesta

«Modificare le norme sul reintegro vuol dire dare il via alla precarietà»

      ROMA – «Da ex sindacalista e da ex ministro del Lavoro voglio prendere sul serio Maroni quando dice: se mi convincete, rinuncio all’articolo 18». Franco Marini è stato il vicesegretario della Cisl, l’«aggiunto» di Pierre Carniti, all’epoca della «rottura» con la Cgil sulla scala mobile (1984). Poi ha guidato il sindacato di area cattolica prima di Sergio D’Antoni e Savino Pezzotta. Infine, nel 1991 è stato ministro del Lavoro nell’ultimo governo Andreotti. Oggi, da deputato della Margherita (e parlamentare europeo), ha dunque i titoli per «mettere in guardia il governo». E all’esecutivo dice: «Attenzione, state sottovalutando una protesta che ha un consenso enorme anche tra i giovani».
      Dove sbaglia il governo?
      «
      Maroni e gli altri ministri commettono un grave errore politico se pensano che la questione dei licenziamenti sia un problema solo di tecnica sindacale».
      Veramente l’idea è che, secondo gli industriali e lo stesso governo, la modifica dell’articolo 18 sia un passo necessario per aumentare l’occupazione. Non è cosi?
      « E’ un’assurdità. Non posso pensare che un’azienda che sta sul mercato si faccia condizionare dallo Statuto dei lavoratori. Assume quando le cose vanno bene. Se vanno male possono sempre ricorrere agli strumenti legislativi previsti per le situazioni di crisi».
      Altra obiezione degli imprenditori: il mondo è cambiato, i giovani non cercano più il posto fisso…
      «Ecco, il punto cruciale è questo. Io credo che sia vero esattamente il contrario. Negli anni ’60, quando ho cominciato a fare il sindacalista, un operaio aveva meno salario, meno potere d’acquisto, ma più certezza sui suoi destini. Oggi accade l’opposto. Ma basta fare un giro tra i giovani precari, tra i "collaboratori coordinati", per esempio, per rendersi conto che questa situazione non piace».
      Cioè i giovani vogliono stabilità?

      «I giovani hanno capito che è finita l’epoca in cui si cambia lavoro una o due volte nella vita. Sanno che la competizione economica è più forte. Sono consapevoli che è fondamentale continuare a studiare, a fare formazione. Ma un conto è avere coscienza del mare in cui si nuota, altra cosa è trasformare questa consapevolezza nell’accettazione felice della precarietà».

      Come si collega questo ragionamento con la modifica dell’articolo 18?

      «Rendere più facili i licenziamenti significa sciogliere un inno alla precarietà. Il governo metterebbe il sigillo a una tendenza che invece va contenuta. Sarebbe un segnale di svolta irreversibile, un duro colpo alla coesione sociale. E fra tutti i lavoratori esploderebbe il malcontento».

      Anche i precari
      ?
      «Ma certo. Perché un provvedimento del genere tocca la prospettiva stessa di avere un lavoro stabile».

      Scusi, ma allora, se questa è la posta in gioco, i suoi amici della Cisl sbagliano a restare al tavolo della trattativa.
      «I sindacati devono trattare anche con governi che non amano».
      Sì, ma qui Cgil, Cisl e Uil si sono divise. Di chi è la responsabilità?
      «Faccio fatica a dare responsabilità, anche perché sull’articolo 18 Cgil, Cisl, Uil hanno la stessa posizione. Forse sarebbe utile trovare un punto mediano».
      Anche ai vostri tempi, nel 1984, ci fu una grave rottura tra Cisl e Cgil. Si rischia il bis?

      «Altri tempi e altri temi. Allora il problema era proteggere i salari dall’inflazione. Per tutti noi la rottura fu un dramma, anche personale. Ricordo che la sera dello "strappo", aprendo per caso una porta del ministero del Lavoro, vidi Luciano Lama (l’allora segretario della Cgil,
      n.d.r. ). Stava seduto da solo, al buio, con la testa fra le mani. No, noi vecchi non ci saremmo mai divisi sui licenziamenti».
Giuseppe Sarcina


Economia