“Intervista” M.Venturi: il ministro vuole costringerci al concordato fiscale

17/02/2004


 Intervista a: Marco Venturi
       
 



Intervista
a cura di

la.ma.
 

martedì 17 febbraio 2004

Venturi (Confesercenti): il ministro vuole costringerci al concordato fiscale

MILANO «Un provvedimento inaccettabile, una sorta di ricatto per costringere i commercianti ad aderire al concordato fiscale». Un’altra perla di rigore governativo: chi aderisce al concordato, con un notevole esborso, per due anni non avrà controlli. Il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, boccia senza appello quelli che sono passati come gli ultimi provvedimenti del ministro
Tremonti in fatto di lotta al caro-vita, contenuti in una direttiva del 29 gennaio (rimasta peraltro lettera morta).
Perchè inaccettabile? Perchè “un ricatto”?
«Il concordato non sta decollando. Nei primi dieci
giorni sono state presentate solo 700 domande di adesione, su un totale di circa 4-5 milioni di imprenditori. Questo è un ricatto per costringerli. L’esborso è troppo cospicuo, c’è stato un aumento del 13,5% in due anni, è per questo che le adesioni sono poche. È un meccanismo finalizzato ad un maggior prelievo, solo perchè il governo vuole certezze di entrate. Vogliono mettere alla gogna
i commercianti, quando le responsabilità del carovita sono di altri. Non siamo disposti ad accettarlo».
I commercianti dichiarano guerra al governo?
«Se questi ritengono di dover processare un’intera
categoria, dobbiamo difenderci».
Come?
«Il governo ha annunciato di mettere tabelloni negli
uffici postali con l’elenco dei negozi “buoni”, discriminando gli altri. Bene. Vorrà dire che li metteremo anche noi, nei nostri negozi, i tabelloni, con la lista degli aumenti delle imposte tariffarie. Quella sui rifiuti solidi urbani, ad esempio, in alcuni comuni è aumentata anche del 50%, a causa dei tagli ai trasferimenti operati dal governo. Poi, proprio negli uffici postali, quando le tariffe
banco posta in un solo anno hanno registrato un aumento del 26,7%. Qui si sta solo tentando di scaricare sui commercianti le difficoltà dei consumatori, dovute alla congiuntura economica, ai salari, alla sfiducia».
Ma i commercianti non hanno alcuna responsabilità sul caro-vita?
«Meno di altri. Non basta andare a vedere il prezzo
finale di un prodotto per capire che cosa è successo. Bisogna iniziare a ragionare sulle cose vere. Prendiamo il settore ortofrutta, quello più difficile: gli aumenti sono molto più consistenti alla produzione che al dettaglio. L’anno scorso, ad esempio, il prezzo medio alla produzione è aumentato del 23%, contro un aumento di solo il
4% al dettaglio. Poi, lo dicevo anche prima: se il governo taglia i trasferimenti statali agli enti locali, questi sono costretti a ritoccare le tariffe».
In questi anni di caro-vita il governo vi ha mai
chiamato per un incontro?
«Figuriamoci. Noi le cose le leggiamo sui giornali.
Non c’è incontro, non c’è confronto. L’unico freno al caro-vita secondo il governo è sempre stato incentivare la grande distribuzione. Dove, invece, si registrano gli aumenti più consistenti».