“Intervista” M.Sacconi: «Sull’inflazione non si torna indietro»

26/07/2004


          lunedì 26 luglio 2004

          ECONOMIA
          Intervista al sottosegretario al Lavoro

          «Sull’inflazione non si torna indietro»
          Sacconi: «Sì al confronto con i sindacati. L’inflazione programmata non potrà discostarsi molto dall’1,5%»

          ROMAL’inflazione programmata per il 2005 non potrà discostarsi molto dall’1,5%, fa capire il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi. E quindi, su questo, è prevedibile che oggi ci sarà scontro tra governo e sindacati nell’incontro a Palazzo Chigi sul Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria).
          Cgil, Cisl e Uil hanno infatti già presentato richieste di aumento per i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici basate su un’inflazione al 2,4%. Bufera in arrivo dunque. «Non è detto che sia così – obietta però Sacconi -. A parte la solita dichiarazione da conflitto preventivo della Cgil, noto una certa cautela in tutte le altre parti sociali, dettata dal senso di responsabilità».
          Quale sarà l’inflazione programmata che indicherete nel Dpef?

          «Ne discuteremo. Il governo conferma la politica dei redditi, secondo la lezione di Ezio Tarantelli (l’economista padre dell’inflazione programmata ucciso dalle Brigate rosse, n.d.r. ). E quindi indicheremo un valore realisticamente perseguibile, ma anche ambiziosamente al di sotto dell’inflazione attesa. Non si dimentichi che la cifra che scriveremo nel Dpef incide direttamente sul costo del rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici e sul metodo di calcolo delle tariffe nazionali e locali, attraverso il meccanismo del price cup ».

          Alla luce di quanto ha detto si può concludere che sarà un valore attorno all’1,5%?

          «È ragionevole pensarlo».

          Ma così non farete mai l’accordo con i sindacati?

          «Non mi aspetto che si arrivi per forza a un valore condiviso, ma che esso possa essere accettato da tutti come un ragionevole punto di riferimento. Se ci fosse questa disponibilità delle parti sociali, il governo potrebbe incoraggiare questo processo di collaborazione».

          In che modo?

          «Attraverso due misure. L’aumento degli sgravi sulla parte di salario legata alla produttività, se imprese e sindacati raggiungeranno un accordo sulla riforma del modello contrattuale. E la nuova indennità di disoccupazione (dal 30% al 60% dell’ultimo stipendio) dal primo gennaio 2005».

          Ma l’aumento dell’indennità è contenuto nel disegno di legge 848 bis, fermo in Parlamento.

          «Noi contiamo di ottenere l’approvazione del provvedimento entro dicembre. In ogni caso, potremmo mettere l’aumento dell’indennità di disoccupazione anche nella Finanziaria per essere sicuri che scatti dal 2005».

          Basterà questo a far cambiare idea ai sindacati?

          «Non lo so, ma osservo che richieste salariali che inseguissero l’inflazione attesa creerebbero una rincorsa tra prezzi e salari negativa per gli stessi lavoratori. Ecco perché le richieste dei sindacati per i dipendenti pubblici costituiscono un bel problema: diventa difficile fare un accordo, non solo con questo governo, ma con qualsiasi governo».

          Domani (oggi per chi legge, n.d.r. ) al tavolo ci saranno anche le associazioni imprenditoriali, che hanno sottoscritto un documento comune col quale chiedono al governo meno tasse e più investimenti.

          «Confermiamo che ridurremo la pressione fiscale e contributiva. Stiamo pensando a una riduzione dell’Irap, maggiore al Sud, secondo una logica che favorirà anche l’emersione».

          E al mondo delle imprese cosa chiedete in cambio?

          «Nella lotta al sommerso le imprese devono fare la loro parte recuperando lo slogan "Io non lavoro con il sommerso". Accanto a questo ci sarà una grande azione repressiva del governo, che parte dalla riforma dei servizi ispettivi che integra e coordina il lavoro di 6 mila ispettori sotto la direttiva della tolleranza zero. Alle imprese chiediamo inoltre di innovarsi da un punto di vista tecnologico e organizzativo».

          Col nuovo ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, c’è stata una svolta nel senso di una maggiore apertura al dialogo con le parti sociali rispetto al predecessore?

          «Mi sembra che, per adesso, viviamo di rendita su quanto ci ha lasciato Giulio Tremonti. Anche prima c’era la volontà di curare il rapporto con le parti sociali, ma abbiamo attraversato dei momenti più difficili. Penso, per esempio, alla battaglia sulla riforma delle pensioni».

          Enrico Marro