“Intervista” M.Sacconi: «Salario minimo e intese aziendali più forti»

30/05/2005
    lunedì 30 maggio, 2005

    Pagina 15 – Economia

    L´Intervista

    Il sottosegretario al Welfare annuncia il piano del governo
    Sacconi: «Salario minimo e intese aziendali più forti»
    "A livello nazionale solo tutele essenziali, gli aumenti legati alla produttività"

      ROMA – «Il protocollo Ciampi del ´93 va completamente rivisto». Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare, precisa che l´obiettivo del governo non è un´operazione di semplice maquillage o di aggiornamento del sistema contrattuale, bensì di riscrittura delle regole delle relazioni sindacali.

        Sacconi, fino venerdì scorso, quando è stato firmato l´accordo per gli statali, il governo sosteneva che non si sarebbe occupato di riforma dei contratti perché materia di competenza delle parti sociali. Ora ha annunciato che intende avviare il confronto. Cosa è cambiato?

          «È stata proprio la vicenda del pubblico impiego che ci ha incoraggiati a entrare in campo. In quel negoziato abbiamo toccato con mano, e con sofferenza, quanto fosse difficile realizzare uno scambio tra maggiori aumenti salariali e maggiore produttività. Ma la novità vera è stato l´atteggiamento di Cisl e Uil che hanno dichiarato di non voler più aspettare la Cgil. La commissione sindacale che era stata costituita un anno fa, dopo che era saltato il tavolo con la Confindustria, non ha prodotto alcun risultato. Così dopo aver rischiato di essere intrappolati nel contratto del pubblico impiego, Cisl e Uil hanno compreso che dalla trappola della vertenza dei metalmeccanici possono uscire solo riformando le regole. Per questo abbiamo capito che andava colta l´occasione».

          Le sembra possibile immaginare una riforma del sistema contrattuale senza il consenso del più grande sindacato, cioè la Cgil?

            «Credo che la Cgil rifletterà e alla fine parteciperà, come un mulo riottoso, al tavolo di confronto».

            Il governo ha già una sua proposta?

            «Cominciamo con il dire che il protocollo del ´93 è stato abbandonato dai sindacati quando hanno presentato piattaforme prive dell´ancoraggio al tasso di inflazione programmata».

            Lo hanno fatto perché qual tasso non è apparso più credibile, contestando anche la carenza di interventi del governo nel mantenere sotto controllo la dinamica dei prezzi e delle tariffe.

              «Ma no. Gli strumenti che il governo aveva in mano oltre dieci anni fa non ci sono più: c´è l´euro al posto della lira e non c´è più la leva della svalutazione competitiva; non c´è più strutturalmente un´inflazione alta; e non spetta più al governo stabilire le tariffe o i prezzi amministrati».

              Qual è, allora, la vostra proposta?

              «Posto che l´obiettivo è quello di incrementare le retribuzioni dei lavoratori il governo pensa ad un contratto nazionale "asciutto", che si occupi soltanto dei livelli essenziali».

              Una specie di salario minimo garantito?

                «Sì, ma stabilito dalla contrattazione, e non dalla legge, e con un durata maggiore rispetto agli attuali due anni».

                E poi?

                  «Pensiamo che il vero contratto si debba spostare a livello aziendale o territoriale. Ma anche che la parte variabile della retribuzione debba essere incoraggiata con incentivi fiscali e contributivi. Questa, infatti, è una partita che fa parte dell´azione di rilancio della competitività: più salario per sostenere la domanda interna, ma anche più partecipazione dei lavoratori alla vita della propria azienda».

                  (r.ma.)