“Intervista” M.Renzi: «fiaccolata contro un sindacato vecchio»

11/07/2007
    mercoledì 11 luglio 2007

    Pagina 3 – Primo Piano

    Intervista
    Matteo Renzi

    “Una fiaccolata
    contro un sindacato
    che sa di vecchio”

      ROSARIA TALARICO

      La sua è una battaglia contro i dinosauri e le loro pretese di pensione quando sono ancora «belli gagliardi», dice, e potrebbero – anzi viste le condizioni disastrate dei conti pubblici dovrebbero – continuare a lavorare per aiutare la prossima generazione a garantirsi contro un crac del sistema previdenziale. Matteo Renzi, presidente della provincia di Firenze, di anni ne ha pochi, 32, per essere un professionista della politica (ne aveva 29 quando è stato eletto). La generazione con la previdenza in bilico, insomma, è la sua. Forse è anche per questo ce l’ha a morte con il «nonno power» italiano, ben rappresentato anche in Parlamento, dove gli over 50 abbondano. Non gli è per niente piaciuta, ad esempio, l’uscita del leader della Cisl Raffaele Bonanni contro la fiaccolata organizzata dal deputato della Margherita Roberto Giachetti per richiamare l’attenzione dei sindacati (tutta puntata in questi giorni nella trattativa sulle pensioni) sul tema del lavoro precario. E lui l’ha presa di punta, da buon toscano: «la vigorosa incazzatura del cinquantottenne Bonanni contro la manifestazione» ha replicato Renzi a stretto giro «è la prova plastica di quanto abbia ragione chi si batte per un tagliando dell’età pensionabile, eccezion fatta per i lavori usuranti». E i giovani della Cisl rispondono con una contromanifestazione: hanno organizzato per questo pomeriggio un sit in con lo stesso Bonanni, davanti alla sede nazionale dell’Ulivo in piazza Santi Apostoli a Roma.

      Presidente Renzi, come minimo sarà lei a guidare le altre fiaccole nella manifestazione di oggi.

        «Per rispetto del mio ruolo istituzionale non parteciperò alla manifestazione. Ma è un dato di fatto che in Parlamento oltre il quindici per cento degli eletti ha un’età compresa tra cinquantasette e i sessant’anni. Guarda che caso, si tratta proprio dell’intervallo preso in esame per le pensioni. Così va a finire che il parlamento più gerontocratico deve votare la riforma più antibiologica: una situazione che sfiora il paradosso. Andiamo a controllare quanti anni hanno tutti i parlamentari che si oppongono all’innalzamento dell’età pensionabile. Se è davvero così importante andare in pensione a quell’età, lascino il seggio e ci vadano loro in pensione. Diano l’esempio, insomma si accomodino».

        Un po’ di rispetto per i capelli bianchi di onorevoli e senatori.

          «Nella rossa Toscana, a Firenze, nel Mugello dove l’Ulivo ha l’ottanta per cento dei voti nessuno si pone il problema dell’età della pensione. Tutti invece si pongono quello ben più grave di una generazione che non ha diritti. Se lo pongono non solo i ragazzi, ma i loro genitori, che sono i sessantenni di oggi. Se a loro si dice: “vi chiediamo di lavorare tre anni in più e con più ammortizzatori sociali vi diamo la possibilità di tutelare i vostri figli che non riescono a sposarsi, a metter su casa, a trovare un lavoro che non sia precario a progetto” sono tutti favorevoli».

          Fosse così facile, ci sarebbe già l’accordo.

            «Il vero costo della politica lo paghiamo è quando i politici non decidono. La classe politica discute di cose che non coinvolgono la gente, lontane dalla vita concreta di tutti i giorni. Il sindacato ormai è un centro servizi per i pensionati, in cui il 54% degli iscritti è a riposo: i ragazzi di 25-30 anni non lo considerano un soggetto che difende i diritti dei lavoratori, lo considerano un’organizzazione che punta a conservare i privilegi dei pensionati o di chi ha trovato un posto nel mondo del lavoro già ampiamente garantito. Perché negare il futuro a un’intera generazione, che poi sarebbe la mia, per la quale sarà impossibile avere la pensione?»

              A proposito, lei quanti ne ha di contributi versati?

                «Prima della politica, per sette anni ho lavorato nell’azienda di marketing del mio babbo. In parte come dirigente, ma all’inizio ero anch’io un co.co.co. Ma mi rendo conto di essere un privilegiato».