“Intervista” M.Monti: «Per gli Albi una cura di concorrenza»

14/05/2004



      sezione: IN PRIMO PIANO
      data: 2004-05-13 – pag: 3
      autore: ADRIANA CERRETELLI
      DAL NOSTRO INVIATO

      «Per gli Albi una cura di concorrenza»
      Mario Monti: su prezzi e tariffe le restrizioni più dannose
      BRUXELLES • In febbraio Mario Monti ha lanciato da Bruxelles la crociata per la liberalizzazione del mercato delle libere professioni in Europa. E, come prevedibile, ha scatenato un putiferio. Soprattutto in Italia. La levata di scudi comunque non fermerà la sua "rivoluzione tranquilla". Che, in questa intervista a «Il Sole-24 Ore», il commissario Ue alla Concorrenza non si stanca di difendere come una scelta obbligata di modernizzazione per un settore spesso fermo a regole e sistemi di origine medioevale. Bene gli sforzi di riforma in Italia «anche se durano da un po’ troppo tempo», mentre «preoccupa in materia di tariffe» il disegno di legge presentato in parlamento.
      Liberalizzazione del mercato delle libere professioni: è stato il suo cavallo di battaglia da quando, otto anni fa, è approdato a Bruxelles. Nel frattempo in Europa si sono aperti i mercati delle telecomunicazioni e dei trasporti, dell’energia e in parte dei servizi. Quello delle libere professioni invece tiene duro, nonostante le pressioni. Perché?
      Il settore non è rimasto immobile sul fronte della libera circolazione e del riconoscimento reciproco. Ma un passo avanti va messo in agenda, a livello nazionale ed europeo, perché il settore ha bisogno di ripensarsi e modernizzarsi. Per questo ho trovato ingiustificata la sorpresa con la quale alcune categorie hanno reagito alle nostre iniziative che spingono su questa strada.
      Perché ingiustificata?
      Dal 2000 l’Europa persegue la cosiddetta strategia di Lisbona che vuole fare dell’economia europea un’economia fortemente competitiva, basata sulla conoscenza.
      Che cosa c’entrano in questo caso gli obiettivi di Lisbona?
      La conoscenza non riguarda solo nuove tecnologie, informatica e Internet ma anche quei grandi giacimenti di conoscenza e di applicazione alle attività economiche che sono le libere professioni. Se fossi un libero professionista sarei deluso se l’Unione non includesse tra gli obiettivi di Lisbona un’accelerazione del movimento nel mondo delle libere professioni.
      Che tipo di movimento?
      Commissionando un rapporto all’Istituto di Vienna, non abbiamo voluto, come ci ha accusato qualcuno, assimilare le libere professioni a un qualsiasi prodotto in vendita al supermercato ma indurre un po’ tutti a chiedersi se il regime regolamentare oggi vigente negli Stati membri sia ancora giustificato o no, visto che spesso risale a qualche secolo addietro.
      Basta allora con regolamentazioni antiquate soprattutto ora che l’Europa si è allargata a 25?
      No, non tutte le regolamentazioni devono sparire. Ce ne sono che hanno ragioni legittime ma bisogna ripensarle perché quelle restrittive della concorrenza possono sussistere soltanto se offrono strumenti obiettivamente necessari e proporzionati alla tutela dei consumatori e del pubblico interesse. Una regolamentazione inutile o eccessiva, invece, gonfia i prezzi e sgonfia la qualità. In altre parole, ha un’influenza negativa sull’economia attraverso i danni subiti dagli utenti, cittadini o imprese.
      L’Italia è il paese degli Ordini…
      L’Italia è uno dei Paesi in cui la regolamentazione statale è molto forte. Vediamo positivamente gli sforzi, che però durano da un po’ tanto tempo, per organizzare una riforma del settore. Ne seguiamo attentamente gli sviluppi.
      C’è un disegno di legge in parlamento. Che cosa ne pensa?
      Ci preoccupa perché in materia di tariffe non migliora e forse peggiora la situazione attuale. Spero che Governo e legislatore tengano conto dell’azione di advocacy che la Commissione europea sta compiendo. Che non significa un attacco agli Ordini, che manterranno le loro funzioni essenziali. Però credo sia un vantaggio per le professioni se gli Ordini si concentrano sulle funzioni di tutela dell’interesse generale, come la preparazione professionale dei membri e la qualità dei servizi, dedicandosi meno all’auto-regolamentazione economica e tariffaria. Però in Italia c’è chi sostiene che le tariffe minime servono a garantire la qualità del servizio…
      È difficile vedere come il prezzo serva a questo scopo. In un mercato per il resto aperto alla concorrenza è improbabile che i prezzi regolamentati garantiscano prezzi inferiori ai livelli concorrenziali. Quanto alla qualità dei servizi, se ci sono professionisti senza scrupoli è difficile immaginare che i prezzi fissi impediscano l’offerta di servizi scadenti.
      Quindi tariffe minime off-limits in Europa? Bisogna rispettare il criterio della proporzionalità, trovare meccanismi meno restrittivi della fissazione dei prezzi. Per esempio, la pubblicità sui diversi prezzi e servizi offerti può aiutare il consumatore a prendere decisioni informate. Noi a Bruxelles saremmo contenti se nei vari Paesi fosse aperta una discussione con l’onere della prova su chi vuole mantenere la regolamentazione. Siamo contrari a chi si limita a dire si fa così perché lo si è sempre fatto. Sempre in Italia c’è anche chi dice che non è vero che gli Ordini chiudono l’accesso al mercato di nuovi professionisti, visto che negli ultimi quattro anni il numero degli avvocati è aumentato del 50 per cento. Che cosa risponde? Se c’è stato questo incremento è un bene ma c’è da chiedersi se non avrebbe potuto essere maggiore in un mercato aperto.
      Quali le restrizioni per lei più dannose?
      Quelle sui prezzi e sulla pubblicità che, se non è trasparente, non consente al consumatore di fare liberamente le sue scelte.
      Italia a parte, la prospettiva del cambiamento non sembra far furore nemmeno in Europa. O no?
      Le resistenze sono forti ma c’è anche un’inerzia in buona fede. Spesso si tratta di regole e sistemi in vigore da secoli. Però in cinque Paesi, Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Danimarca e Finlandia, le Autorità nazionali della concorrenza hanno varato riforme che tra l’altro vietano gli accordi sulla fissazione di tariffe. Una sentenza della Corte Ue dell’autunno scorso evidenzia la possibilità di disapplicare accordi lesivi della concorrenza, il che apre nuovi spazi di intervento. Noi non abbiamo certo l’ambizione di fare tutto da Bruxelles, anche perché molte cose sono di competenza nazionale. Intendiamo piuttosto aiutare le varie Autorità nazionali, le cui iniziative incontrano ostacoli politici, facendo capire che le loro non sono singole iniziative balzane ma fanno parte di un movimento di modernizzazione in atto in Europa.
      Dal 1 maggio l’Unione è passata da 15 a 25 Stati membri. Che cosa vorrà dire liberalizzazione a 25: più opportunità o più rischi?
      Le libere professioni negli ex-Paesi comunisti sono qualcosa di nuovo rispetto al lavoro dipendente. Diversamente da quest’ultimo non saranno soggette a periodi transitori prima di potersi integrare appieno nel mercato unico.
      Che cosa significa in concreto?
      Diritto di stabilimento e di prestazione di servizi dovunque nell’Unione. Dal • maggio un libero professionista ungherese può esercitare in Italia e viceversa. Il che fa intravvedere un potenziale positivo nel nostro esercizio di riconsiderazione delle regole. Perché? Perché è da vedere se le attuali regole, per esempio in Italia, permettano o meno ai professionisti italiani di raggiungere la dimensione necessaria per espandersi all’estero. In un’Europa passata da 15 a 25 Paesi e priva di barriere interne, sempre più le imprese di professionisti devono essere valorizzate e aiutate da un regime normativo che, piuttosto che proteggerle nel loro mercatino, consenta loro di diventare protagoniste sul mercato unico.