“Intervista” M.Messori: «Paghiamo la mancanza di una politica economica»

01/03/2004


 Intervista a Marcello Messori (economista)



domenica 29 febbraio 2004
«Paghiamo la mancanza di una politica economica»
«È una situazione preoccupante, le nostre difficoltà non nascono dall’euro». Sotto accusa anche le rendite di posizione industriali

MILANO «Preoccupante», «allarmante». Il professor Marcello Messori, docente di economia dei mercati monetari e finanziaria all’Università di Tor Vergata di Roma non può evitare di utilizzare certi aggettivi nel leggere in controluce il quadro dell’economia italiana che traspare dietro agli ultimi dati sul differenziale inflazionistico. Trend negativo in controtendenza rispetto al resto d’Europa, redistribuzione paradossale della ricchezza tra le fasce di reddito, gruppi industriali adagiati su rendite di posizione e assenza di una politica economica seria: questo è l’elenco sommario degli elementi di debolezza e iniquità del nostro attuale sistema economico. E intanto l’Europa si muove e si prepara ad affrontare la ripresa partendo da posizioni per noi irraggiungibili.
Professor Messori, ma perché da noi l’inflazione ha un andamento
così nettamente in controtendenza rispetto agli altri partner dell’Unione europea?
«Considerando l’attuale congiuntura economica internazionale si può
tranquillamente escludere che il nostro differenziale di inflazione dipen
da da un eccesso di liquidità, che sia trainata dalla domanda, che dipenda
da tensione dei costi visto che i consumi interni sono quelli che sono, dal
momento che il dollaro non è mai stato così basso e sicuramente non
genera impennate nei prezzi all’importazione. Insomma, possiamo
escludere le spiegazioni classiche che stanno all’origine di spinte inflazionistiche».
E allora che succede?
«La mia sensazione è che in molti mercati rilevanti nel nostro paese si
viva di rendite di posizione. Basta guardare i principali gruppi industriali
italiani per constatare che questi si sono impegnati in attività che non
espongono alla concorrenza internazionale: la Fiat nell’energia, Telecom
nelle comunicazioni, Enel ed Eni nei settori di pubblica utilità, Finmeccanica nel suo mercato protetto, Benetton nelle autostrade… E poi in Italia scontiamo ancora un struttura distributiva molto polverizzata e anche il mondo delle professioni è assai poco esposto alla concorrenza».
E questo influisce sulla spirale dei prezzi?
«Diciamo che queste larghe fasce di estraneità alla concorrenza, con il
cambio di unità di misura dovuto all’introduzione dell’euro, ha contribuito a una crescita dei prezzi. Ma in più, secondo me, il vero problema è la scarsa liberalizzazione dei mercati la causa di questo quadro bloccato che genera allarmanti prospettive sulla ripresa economica italiana».
Chi ne sta pagando il prezzo più alto?
«I redditi medio-bassi, e questo è uno degli aspetti più allarmanti di
questa situazione. Anche perché in questo modo risulta impossibile attivare uno dei motori della ripresa , cioè i consumi interni. Ma purtroppo i dati dell’Istat non permettono analisi specifiche e approfondite su questo particolare effetto dell’inflazione, è grave che non vi siano che indicazioni vaghe e confuse, ma non v’è dubbio che il paniere dei consumi dei redditi più bassi sia più colpito da altri segmenti del mercato».
E anche questo limita il potenziale di crescita del paese. Ma
come si colloca l’Italia nel quadro economico internazionale,
alla luce di questo differenziale inflazionistico?
«Diciamo che già l’Italia si trovava di fronte a un vincolo nuovo, cioè
la fine delle esportazioni trainate dalla concorrenza dei prezzi. Quindi se
non è più questa voce a trainare la crescita occorrerebbe una voce sostitutiva, ma la spesa pubblica è bloccata dai livelli di debito, i consumi provati sono mortificati – come abbiamo visto – da un aumento dei prezzi che automaticamente indeboliscono i salari, quindi lo scenario è preoccupante».
E cosa bisognerebbe fare per risollevare la nostra economia?
«Nel medio-lungo periodo bisognerebbe limitare lo spazio di certe
rendite da posizione, liberalizzare i mercati, proporre politiche industriali
serie – fatte di progetti di ricerca, sviluppo e formazione – che ridefiniscano le specializzazioni di questo paese. E poi bisogna pensare seriamente anche alla redistribuzione del reddito, altrimenti davvero rischiamo di non agganciare più la ripresa internazionale».

gp.r.