“Intervista” M.Messori: Non c’è alcuna emergenza, tranne quella di Tremonti

07/07/2003

    lunedì 7 luglio 2003

    È necessario adeguare il sistema del lavoro e della formazione alle attese di una vita più lunga
    Se il ministro ha problemi contingenti di cassa non può pensare di risolverli colpendo i diritti dei cittadini

    l’intervista
    Marcello Messori
    economista

    La riforma Dini sta funzionando, il nostro sistema è in equilibrio. Impegnamoci piuttosto nella costruzione del secondo pilastro
    Non c’è alcuna emergenza, tranne quella di Tremonti

    MILANO «Certo, tutto si può migliorare, correggere… però ragionare in termini di breve periodo sul bilancio pubblico, facendo leva su una materia come le pensioni è profondamente
    sbagliato. Anzi, pericoloso per il futuro». Il professor Marcello Messori parla con il tipico tono di voce di quei docenti universitari che invogliano gli studenti a seguire le lezioni di economia: non di quelli da “Maurizio Costanzo Show”, ma di quelli che spiegano e fanno esempi per farsi capire.
    E il suo ragionamento da accademico sulla delicata questione della previdenza italiana non la “butta in politica”: la studia e la soppesa da tecnico. E, forse, proprio per questo gli impone anche di ammonire sui rischi di una manovra avventata, che «secondo il solito gioco del ministro Tremonti punta a risparmiare oggi e poi per domani si vedrà…».
    Ma il domani di un’eventuale riforma come quella che il governo sembra avere pronta, invece, il professor Messori, che insegna economia politica all’Università di Tor Vergata di
    Roma e presiede il Mifop (società pubblico-privata che studia i fondi pensione), lo vede già: «Si rischia di creare generazioni di nuovi poveri, che poi un Paese europeo come l’Italia
    non potrebbe non gestire e che, in buona sostanza, finirà per gravare ancora di più sulle casse dello Stato. Molto di più di quanto si pensi di risparmiare oggi». Il suo ammonimento,
    insomma, è serio: cautela, lavorate piuttosto sul completamento della riforma Dini.
    Professor Messori, di fronte allo scontro sociale che si profila sulle pensioni, viene istintivo chiedersi se davvero siamo sull’orlo del baratro finanziario ed è così necessaria mettere pesantemente mano al sistemaprevidenziale.
    «Ma no, la situazione per le pensioni in Italia non è per niente drammatica, abbiamo un quadro assolutamente sotto controllo, che magari potrebbe aver bisogno di qualche intervento
    correttivo, ma nei termini in cui si sta ponendo la questione in questo periodo io più un eventuale problema di sostenibilità finanziaria vedo un più serio problema di futura
    sostenibilità sociale. Perché per il resto, direi che una volta che la riforma Dini sarà entrata a regime, il nostro sistema pensionistico sarà definitivamente il migliore d’Europa, tant’è
    vero che Francia e Germania devono ancora operare quegli interventi che da noi invece sono già stati fatti».
    Da cosa dipendono i rischi di «sostenibilità sociale»?
    «Da molti fattori. Primo fra tutti il fatto di ragionare in termini di cassa sul breve periodo agendo su una materia come la previdenza. E’ del tutto illusorio, è il solito gioco di Tremonti, lo stesso dei condoni e delle cartolarizzazioni: anticipare a oggi incassi futuri, sistemare il bilancio oggi e poi domani si vedrà. Ma in questo caso, però, il rischio è quello di creare future generazioni di nuovi poveri, che un Paese europeo come l’Italia non potrà abbandonare a loro stessi e allora ecco che arriveranno nuove spese sociali a gravare ancora di più sui bilanci dello Stato».
    Quindi secondo lei la riforma Dini può funzionare?
    «Certo, ma come dicevo deve ancora entrare a regime e magari con un intervento correttivo del meccanismo “pro rata”, esteso anche ai lavoratori con più di 18 anni di contributi
    nel 1995, cioè quando è entrata in vigore la riforma, potrebbe accelerare l’armonizzazione tra le posizioni di vecchi e nuovi contribuenti. Ma il punto è che i problemi lasciati aperti
    da quella riforma richiedono anche strategie complessive per quanto riguarda i rapporti di lavoro»
    Per esempio?
    «Per esempio, in vista dell’allungamento della speranza di vita e, quindi, di un invecchiamento progressivo degli occupati, se si vuole – e può essere condivisibile – rendere
    volontaria l’uscita dal lavoro, allora bisogna pensare a come adeguare il lavoro a quei lavoratori più anziani e a offrire loro un’adeguata formazione. Insomma, non può non cambiare il sistema produttivo nel suo insieme».
    E per quanto riguarda la struttura del sistema pensionistico, invece, quali altri interventi correttivi sarebbero necessari secondo lei?
    «Sicuramente la riforma Dini lascia aperto anche la questione del cosiddetto secondo pilastro del sistema previdenziale italiano: cioè quello privato, i fondi pensione. E’ stato compiuto un primo passo verso la riduzione del peso del primo pilastro, quello pubblico, ora si tratta di
    agire sul versante della previdenza complementare per riequilibrare. Perché altrimenti il rischio è che, tra qualche anno, molti lavoratori si trovino con pensioni molto basse, con
    un tasso di copertura rispetto al reddito da lavoro del 50 per cento e addirittura con punte del 30 per cento. E questo non è sostenibile sul piano sociale».
    Insomma, secondo lei sulle pensioni esistono margini di intervento, ma non è il caso di stravolgere tutto?
    «Direi proprio di sì. Ripeto, un primo passo per la riduzione dei costi sul pilastro pubblico è già stato fatto. Ora si tratta di lavorare sulla previdenza integrativa e sul terreno del lavoro futuro per i lavoratori anziani. Ma non ha senso rincorrere esigenze di cassa di breve periodo,
    creando poi un nuovo problema sociale per i prossimi anni».

    gp.r.