“Intervista” M.Messori: «La situazione è pesante, servono scelte forti»

24/05/2004


 Intervista a: Marcello Messori – economista
       
 




 
24 maggio 2004
Il vero problema non è il costo del lavoro o la flessibilità, ma saper collegare i processi produttivi all’innovazione
«La situazione è pesante, servono scelte forti»

Bianca Di Giovanni

ROMA «Cosa dovrebbero fare gli imprenditori? Non civettare con le seduzioni del tutto improbabili di poter far crescere le loro imprese e trarne profitto con una scelta di basso profilo. Devono convincersi che il vero problema non è il costo del lavoro, che la flessibilità del mercato del lavoro ormai è garantita e per certi versi è eccessiva, e che il vero problema viceversa è riuscire a collegare i processi produttivi delle loro imprese a innovazione, a servizi efficienti, a capacità di utilizzare la tecnologia dell’informazione». Questo è uno dei consigli dell’economista Marcello Messori al sistema produttivo italiano. Docente di economia all’Università di Tor Vergata, nonché responsabile economico della Fondazione Di Vittorio, Messori condivide l’analisi dell’Istat sullo stato di salute delle imprese. Ma non si ferma all’elenco dei ritardi. «Oggi c’è bisogno di messaggi propositivi, la svolta che può provenire da Confindustria potrebbe essere una delle chiavi della ripresa della nostra economia», spiega. Ma il quadro resta fosco. Imprese deboli nei confronti di altri Paesi avanzati, che riescono a competere soltanto con quelli in via di sviluppo puntando sul costo del lavoro. «E aggiungerei un altro punto critico», continua Messori.
Quale?
«Esiste anche un settore dei servizi alle imprese che è inadeguato. Seguendo l’analisi fatta da qualche tempo dall’Antitrust si può dimostrare che a causa della scarsa concorrenza di alcuni servizi fondamentali per le imprese c’è un appesantimento per la competitività delle imprese sui mercati internazionali».
Per esempio?
«I casi più eclatanti sono quelli dell’energia, quelli delle cosiddette professioni liberali che offrono servizi alle imprese e in parte ancora le telecomunicazioni. Anche il settore bancario, pur essendosi trasformato molto in questi anni, potrebbe fare ulteriori passi in avanti non tanto per quanto riguarda i finanziamenti tradizionali, ma per il corporate finance».
Non vorremmo essere irrispettosi nei confronti degli imprenditori, ma questi problemi in Italia ci sono sempre stati. Per di più alcune industrie pubbliche nonostante la crisi vanno meglio di quelle private (vedi Eni ed Enel). Non è che scopriamo oggi che lo Stato è meglio del privato?
«La mia ipotesi di lavoro è che nel passato certamente uno dei perni regolativi del sistema economico italiano sia stata l’impresa pubblica e quindi il sistema a partecipazioni statali insieme con il sistema bancario. Questi due perni hanno dato un contributo rilevante alla ricostruzione economica dell’immediato secondo dopoguerra e poi ai tassi di crescita molto rapidi dell’economia italiana degli anni ‘50 e ‘60. Credo però che quella stagione sia definitivamente tramontata perché accanto a questi indubbi fattori positivi, c’è stata una degenerazione progressiva di questo sistema. Certamente da un decennio siamo orfani di questo perno regolativo e la cosa grave è che nulla sia stato sostituito a questo perno regolativo: nessuna politica economica alternativa e moderna, compatibile con le esigenze del mercato. La fine di questa stagione è stata particolarmente traumatica per l’Italia perché si è aggiunta ad altri due fattori nuovi: le innovazioni epocali introdotte dagli Stati Uniti (Information technology), e la costituzione dell’Unione monetaria europea che ha impedito soluzioni ripetute ma di corto respiro come la svalutazione della moneta. Ma credere oggi di risolvere i problemi attraverso il ritorno alle partecipazioni statali mi sembra inadeguato. Senza contare che molta parte dei profitti di Eni ed Enel derivano dal fatto che questi ex monopolisti pubblici detengono ancora forti rendite da monopolio in servizi non sufficientemente liberalizzati».
Dopo la crisi Fiat, oggi si può parlare di un dopoFiat?
«Credo che sarebbe un colpo duro per la nostra economia se il processo di ristrutturazione Fiat non dovesse avere successo. Dobbiamo però renderci conto che ormai a livello internazionale la Fiat non è più una grande impresa, è solo di medie dimensioni. La scommessa per Torino è crearsi uno spazio di mercato ridefinendo le sue vecchie strategie imprenditoriali e riconquistarsi uno spazio seppure medio di mercato».
Un altro consiglio a Montezemolo? Il patto tra produttori la convince?
«Ci sono delle cose che gli imprenditori possono fare ed altre che devono chiedere ai politici. Loro possono per esempio evitare che la struttura proprietaria costituisca delle pim costituisca un freno alla loro crescita. Da noi la struttura proprietaria è incentrata su un capo-famiglia molto restia a perdere il controllo (si pensi a Parmalat). Ma su basi famigliari non si può diventare grandi. La vera rigidità di questo Paese è quella della strutura del capitale. Quanto alle grandi, devono invece semplificare la struttura proprietaria. Sull’innovazione c’è bisogno del contributo della politica. Ma certamente qualche passo gli imprenditori lo possono fare. E soprattutto possono dare segnali radicalmente chiari che non c’è più una necessità di contrapposizione rispetto al costo del lavoro o al funzionamento del mercato del lavoro, ma che ulteriori cambiamenti in questo campo dovranno essere la conseguenza di un cambiamento nel processo di produzione e nella capacità di innovare».
Un giudizio su meno tasse meno incentivi?
«È irrealistico smantellare in poco tempo il sistema di incentivi in conto capitale e sostituirlo con finanziamento agevolato in conto interessi. Un’iniziativa di questo genere meramente finalizzata a correggere un disavanzo e non a sostegno delle imprese avrebbe come effetto il blocco di qualsiasi intervento di politica economica. Sarebbe uno shock».