“Intervista” M.Messori: c’è troppa rendita nell’economia

27/10/2005
    mercoledì 26 ottobre 2005

      L’Intervista
      Marcello Messori

        La Fondazione Di Vittorio offre un contributo al programma di governo del centrosinistra

          Avviso all’Unione: c’è troppa rendita nell’economia

            di Oreste Pivetta / Milano

              «Siamo partiti due anni fa con l’obiettivo di un progetto che risalisse dalla strutturale perdita di competitività dell’economia italiana. Ci siamo resi conto quanto, alle difficoltà economiche, si associasse una perdita di coesione sociale e una ‘chiusura’ rispetto all’innovazione e al cambiamento…». Così Marcello Messori, professore di Economia politica all’università Roma Tor Vergata.

                Dove cominciare tra le cause del nostro declino industriale?

                  «Nell’articolazione produttiva e sociale del nostro sistema, abbiamo sottolineato l’inadeguatezza del nostro modello di specializzazione e delle dimensioni di impresa, l’inefficienza dei servizi alle imprese, il peso crescente delle aree di monopolio o di quasi-monopolio che alimentano posizioni di rendita. Significativa è la strategia privilegiata da una parte della nostra grande imprenditoria privata…».

                    Facciamo un nome: la famiglia Benetton, che ha preferito accaparrarsi il lucroso e protetto affare dei pedaggi autostradali…

                      «Non solo Benetton. In questa corsa alla protezione, da imputarsi ai responsabili di politica economica più che ai singoli imprenditori, anche gli ex-monopolisti pubblici, operanti nei settori di pubblica utilità, hanno ridotto il loro impegno nella "ricerca e sviluppo" e nelle produzioni innovative per concentrarsi sulla rassicurante attività di distribuzione. Così l’immagine dell’Italia, che ci siamo fatti, è quella di un paese poco dinamico e asserragliato nella difesa di grandi e piccoli privilegi alimentati da rendite di posizione».

                        Dalla destra si è venduta invece la favola che tutto il male dipendesse dal lavoro subordinato…

                          «Un luogo comune secondo cui la sola modalità di apertura del nostro sistema consisterebbe nell’aumentare la precarietà del lavoro, lasciando inalterate l’organizzazione quasi-monopolistica dei servizi, la rigidità negli assetti proprietari delle imprese, e così via. Abbiamo anzi considerato questi tentativi di perseguire una via "bassa" alla crescita come un altro ostacolo al recupero del divario tecnologico e all’aumento di servizi efficienti alle imprese. Per cambiare, è necessario invece un robusto “stato” sociale che eviti di addossare sulle spalle degli aggregati sociali più deboli i costi del cambiamento e che, offrendo servizi efficaci per una maggiore equità, funga anche da volano per una domanda capace di innescare produzioni innovative».

                            Siamo a una sorta di preambolo programmatico. Le altre necessità?

                              «Innanzitutto, irrobustire i servizi finanziari e non finanziari, completando l’ammodernamento del quadro normativo e cancellando i meccanismi che hanno trasformato monopoli pubblici in quasi-monopoli privati. Ma si tratta anche di rimodellare quei fattori ambientali favorevoli che hanno fatto la fortuna dei sistemi locali di imprese e che, oggi, sono irrimediabilmente obsoleti: professionalità, miglioramenti dei processi produttivi, servizi finanziari, evoluzione proprietaria…».

                                Questo sarebbe un passo importante, evidentemente…

                                  «Di fronte alle gigantesche trasformazioni dei sistemi economici più competitivi, l’arretratezza della struttura produttiva italiana sollecita però interventi pubblici più diretti. L’Italia non può seguire il modello francese accentrato, che si impernia sul lavoro di una pubblica amministrazione sufficientemente affidabile ed efficiente, per "ascoltare" le esigenze del sistema delle imprese e tradurle in iniziative di policy. Modello che può inoltre utilizzare grandi imprese come canale di realizzazione. Nel caso italiano invece, la varietà e la connessa dispersione dimensionale delle imprese esistenti rendono molto ‘disturbate’ le informazioni che vanno dalla periferia al centro. Sommandosi alle inefficienze della nostra amministrazione, ciò impedisce la realizzazione di qualsiasi politica accentrata di tipo settoriale. Tanto vale premiare le poche eccellenze esistenti procedendo un po’ per “prova ed errore”».
                                  E dello Stato sociale, tante volte accusato d’essere causa d’ogni immobilismo, che facciamo?

                                    «Non condividiamo affatto la tesi (di matrice statunitense), secondo cui il dinamismo sociale e la crescita economica presuppongono il ridimensionamento dello Stato sociale. Non accettiamo neppure la concezione produttivistica di welfare secondo cui, se la riconversione produttiva crea una concentrazione di disoccupati in una specifica area del paese, le risorse finanziarie vanno concentrate sugli strumenti di intervento pubblico capaci di mitigare le conseguenze sociali negative di una nuova massa di disoccupati. Intendiamoci: concordiamo sulla necessità di costruire più robusti e selettivi ammortizzatori sociali. Lo Stato sociale può stimolare e rendere più equo lo sviluppo economico se non si limita a correggere le distorsioni, ma offre anche servizi ‘reali’. Le priorità sono: un’adeguata assistenza agli anziani non autosufficienti, un efficace supporto a una ripresa della natalità, il mantenimento del servizio sanitario pubblico. Siamo abituati a trattare la sanità come un problema finanziario più che come una risorsa economica. ..».

                                      Tutto questo ha un costo…

                                        «Costa poco aggiornare la normativa, attuare le liberalizzazioni e riregolamentare i mercati, ma la nuova politica industriale e, soprattutto, la riforma dello Stato sociale comportano esborsi finanziari molto consistenti. La conseguenza è duplice. Innanzitutto, tenuto conto del drammatico squilibrio dei nostri conti pubblici, la pressione fiscale non può essere diminuita al di là di qualche incentivo molto selettivo. Inoltre, risulta necessario costruire una scala di priorità rispetto allo spettro di possibili interventi. Ma questo è compito di un programma e non di un progetto».

                                          Progetto in tre volumi editi dal Mulino

                                          Un progetto economico, e non solo, che potesse divenire punto di riferimento per un programma del centrosinistra. Per iniziativa della Fondazione di Vittorio, per due anni ne hanno discusso più di cento fra economisti, giuristi e sociologi, Alcune conclusioni del lavoro ci sono state illustrate da Marcello Messori, professore di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, curatore, con Renzo Costi di uno dei tre volumi in cui la ricerca stessa si è tradotta: “Per lo sviluppo. Un capitalismo senza rendite e con capitale”. Gli altri titoli (sempre editi dal Mulino) sono “Per lo sviluppo. Processi innovati e contesti territoriali” (a cura di Mario Amendola, Cristiano Antonelli, Carlo Trigilia) e “Per lo sviluppo. Fisco e welfare” (a cura di Silvia Giannini e Paolo Onofri).