“Intervista” M.Deaglio: Italia di grandi imprese, una partita aperta

24/02/2003




Sabato 22 Febbraio 2003
CAPITALISMO E MERCATO
Italia di grandi imprese, una partita aperta
A colloquio con Mario Deaglio


DI RODOLFO BOSIO
La vitalità imprenditoriale che l’Italia ha, sia pure in misura diversa nelle sue varie aree, è un fattore di forza del Paese, ma non sufficiente a garantirci la continuità dello sviluppo e la difesa da pericoli incombenti. Mario Deaglio, professore della facoltà di Economia a Torino, osservatore attento e scrupoloso anche dello scenario internazionale, con diverse esperienze nell’industria e nella finanza, nonchè editorialista de "La Stampa", risponde all’intervista-manifesto del presidente della Confindustria, Antonio D’Amato (si veda Il Sole-24 Ore di giovedì 20).
Professor Deaglio, qual è il punto dell’intervista a D’Amato che più l’ha colpita?
Mi ha colpito un carattere generale che definirei programmatico. O, se preferisce, il suo presentare una serie di affermazioni non scontate, che sono scommesse da vincere. La prima di queste si può esprimere così: data la vitalità dell’imprenditoria italiana, occorre che essa riesca a entrare pienamente nei mercati finanziari. È ben nota la capacità degli italiani di "fare" i loro prodotti; ma il saper coniugare l’imprenditoria industriale con la modernità finanziaria, l’attitudine ad un rapporto diverso con la propria azienda, mediato dal mercato, rappresentano obiettivi ancora largamente da raggiungere.
Condivide, quindi, il giudizio sulla vitalità della nostra imprenditoria?
L’esistenza di vitalità imprenditoriale non è in dubbio; occorrerebbe verificare se, rispetto al passato, sia aumentata. diminuita o rimasta costante e per quali cause. E credo non si possa dare una risposta univoca, perché mi sembra che le varie parti del Paese mostrino una diversa intensità di questa vitalità; in particolare, questa sembra molto grande nel Nord Est e nell’Est, in crescita nel Mezzogiorno, ma con qualche punto interrogativo nelle altre aree.
Ci sono altre scommesse?
La seconda scommessa, con la quale il presidente della Confindustria fa bene a cimentarsi, non dipende solo da noi ma riguarda il contesto internazionale: bisogna domandarsi se in un mercato globale, molto duro, altre parti del mondo possano competere vittoriosamente con noi nonostante la nostra bravura. Bisogna avere qualche preoccupazione per molti distretti industriali che oggi si trovano a dover affrontare direttamente la concorrenza dell’Asia del Sud Est con una serie di svantaggi iniziali. L’esperienza insegna che i cambiamenti negativi possono avvenire con estrema rapidità e quindi i nostri ottimi successi in un passato anche recente non sono una garanzia sufficiente di un ottimo futuro. Ci si può trovare fuori mercato senza particolari "colpe".
D’Amato afferma che l’imprenditoria italiana possa e debba vincere la sfida della grande impresa. Secondo lei, in Italia esistono le condizioni per avere grandi imprese nazionali?
Credo che una parte almeno di questa domanda andrebbe rivolta al Governo, perché mentre il tessuto delle piccole e delle medie aziende cresce spontaneamente, più o meno favorito dalle legislazioni, grazie a una sua molla vitale, quello delle grandi imprese dipende fortemente dalla politica industriale. In particolare, nell’attuale contesto, conta come evolve e come sono gestite le privatizzazioni. Ma il ministro dell’Economia manifesta grande cautela sull’avanzamento del processo di privatizzazione… Se non si continua a privatizzare e non si dà alle imprese che si privatizzano un’indicazione chiara delle regole alle quali devono sottostare, la crescita delle grandi imprese privata resterà frenata e limitata. La grande dimensione d’impresa richiede, oltre che un’interazione con il mercato, una presa di coscienza pubblica. Fra i tappi che tengono compresse le energie vitali del nostro Paese il presidente della Confindustria ha ricordato «l’alto tasso di sindacalizzazione e, più ancora, un certo tipo di cultura antagonista o anti-industriale di una parte non irrilevante del sindacato». È d’accordo? Penso che il sindacato sia consapevole dei problemi, ma anche di dover compiere una grandiosa battaglia di retroguardia: sostanzialmente, deve onorare le promesse, fatte a milioni di lavoratori che stanno invecchiando, di portarli decentemente a fine carriera. Tante volte vediamo un sindacato a due facce, che chiede del tempo per effettuare questa transizione. È un tempo che D’Amato vorrebbe accelerare, mentre il sindacato tende a far coincidere con i tempi di un ricambio generazionale. È necessario che tra queste due esigenze maturi un’intesa ragionevole.
L’Italia può essere competitiva senza interventi diretti dello Stato?
Sono convinto che questo sia possibile nei settori tradizionali, dove siamo bravi; ma non altrettanto nei settori innovativi, tipo elettronica e telecomunicazioni, dove lo Stato in qualche modo ci vuole, anche se bisogna vedere come, cioè se solo a livello di regole, controlli societari, o anche, per esempio di buoni piani infrastrutturali. La visione di D’Amato, a mio avviso, va sicuramente bene per i settori nei quali siamo forti, ma non per quelli praticamente assenti in Italia, i quali richiedono forti concentrazioni di capitali, grandi ordini, ampi orizzonti; qui non basta il buonismo di quelli che vengono dal basso, qui ci vuole una forte concentrazione di capitale e istituzioni pubbliche che capiscano la portata e l’importanza dei fenomeni. Sui settori nuovi, tecnologicamente avanzati, la complementarietà è necessaria e se non la fa lo Stato italiano interviene l’estero, riducendoci a un rango inferiore.
È giusto dire, come fa D’Amato, che il declino italiano non è imprenditoriale ma competitivo?
Se noi esaminiamo uno per uno i settori industriali in cui siamo presenti effettivamente non riscontriamo in Italia gravi debolezze, auto compresa. In questo senso il presidente della Confindustria è legittimato a dire che il declino imprenditoriale non c’è; però se guardiamo al mix complessivo ci accorgiamo che stiamo perdendo terreno, pesiamo di meno, perché nel mix degli altri Paesi ci sono ingredienti che noi non abbiamo o abbiamo in quantità limitate. Siamo usciti dall’industria farmaceutica e da buona parte della chimica, nell’aeronautica abbiamo una posizione secondaria, nell’elettronica l’Olivetti non c’è più, non facciamo telefonini, non abbiamo grandi software-houses e così via.
Quindi?
Il Paese nel suo complesso risulta carente nelle sue capacità di affrontare l’innovazione. Dovremmo forse fare tutti un esame di coscienza, che comincia dalla scuola e finisce alla finanza, passando anche per viale dell’Astronomia, per le sedi sindacali, per via XX Settembre. Dobbiamo farlo serenamente, non per tanto per vis polemica né per cercare colpe, ma per capire cosa dobbiamo cambiare affinché il mix torni a funzionare.
Ha un’idea in proposito?
Non è un processo rapido, che si possa fare in pochi anni ed è questo il motivo per cui il mondo politico non riesce a farsi promotore del cambiamento. Il politico ha orizzonti elettorali, mentre il cambiamento richiede tempi lunghi, quindici-vent’anni.
D’Amato si è dichiarato nostalgico della vecchia legge bancaria che impediva l’intreccio fra istituti di credito e imprese...
Penso che abbia abbastanza ragione, nel senso che vediamo proprio in questi mesi, in altri paesi avanzati, come questi intrecci possano essere pericolosi. Non basta, però, tornare all’antico; saranno necessarie istituzioni in grado di esprimere questo commitment di periodo più lungo che le banche non devono fare o devono fare solo in misura limitata.
In altre parole servirebbe un nuovo Iri?
Non ha senso usare sigle vecchie e riferirsi a esperienze concluse. Ci sono però esigenze di medio-lungo periodo alle quali il sistema risponde solo imperfettamente.
Il sistema bancario nazionale è all’altezza, secondo Lei?
A livello di vertice va notato molto favorevolmente che l’attività di controllo ha evitato l’insorgere di situazioni di difficoltà di singoli istituti purtroppo manifestatesi in Paesi che sono nostri partner. A livello operativo, quella bancaria è una realtà molto diversificata, dove vedo un drappello di istituti totalmente all’altezza e altri che paiono fermi a quando le banche italiane venivano definite una "foresta pietrificata".
Anche lei è convinto che l’Italia avrà tante grandi imprese quando il Paese smetterà di indicarle come pericolose tigri da abbattere o mucche da mungere?
Sì, però con l’aggiunta che le imprese stesse devono esserne convinte e devono rifiutarsi di fare le vacche da mungere.