“Intervista” M.D´Alema: «Fa paura la forza dei Ds»

23/12/2005
    venerdì 23 dicembre 2005

    Pagina 9 – Interni

      D´Alema e il conto per il leasing alla Bpi: una banda di mascalzoni vuol colpire il mio partito

        «Fa paura la forza dei Ds
        sulla barca attacco indegno»

          l´intervista
          MASSIMO GIANNINI

            anticomunismo Al timore che il partito democratico sia egemonizzato da noi si somma l´odio verso il Pci. E mirano a me perché, come disse Agnelli, sono indigesto all´establishment
            consorte Se nella condotta di singoli manager ci fossero illeciti, spetta ai soci delle coop trarre le conclusioni. Io comunque non apprezzo arricchimenti facili e speculazioni
            mai con i signori Vendere la mia vela? Ma non ci penso per niente… Preferisco fare sacrifici per averne una mia, piuttosto che farmi portare su quelle dei signori

            ROMA - Presidente D´Alema, prima di parlare di politica parliamo un po´ di barche.

              «Una vicenda umiliante. Non trovo altre parole…».

              L´aiuto io. Perché un conto proprio alla Bpi di Fiorani?

                «Insomma. C´è una banca presso la quale un bel po´ di gente aveva rapporti privilegiati, affidamenti facili, plusvalenze di cui non si conosce la provenienza, e non si trova di meglio da fare che puntare il dito contro il presidente del primo partito italiano che ha un conto su quella stessa banca (suggerita per altro dal cantiere presso la quale è stata comprata la barca) sul quale transita esclusivamente la rata di un contratto di leasing assolutamente regolare, acceso a tassi di mercato. Sa qual è la vera notizia, in tutto questo?».

                Qual è?

                  «Guarda caso, in mezzo al malaffare diffuso ci sono anche cittadini che hanno un rapporto normale e regolare con una banca. E invece questa verità viene rovesciata, e sono qui a dovermi difendere da un´accusa che non esiste. C´è in giro una banda di mascalzoni che intende colpire il più grande partito del Paese e la sua credibilità. Io lo sospettavo dall´inizio, ma a questo punto devo dire grazie. Perché come dicevano i latini, ex malo bonum. L´opinione pubblica ha finalmente aperto gli occhi. Ho ricevuto una gran quantità di messaggi di solidarietà. Da altri leader politici, ma anche da persone comuni. La preoccupazione di molti italiani, oltre tutto, è che ti possano venire a spulciare gli estratti del conto corrente non su ordine della magistratura, ma su indicazione di un partito politico e di un direttore di giornale. È una cosa da terzo mondo».

                  Prima le scarpe, poi la barca. Possibile che lei non ne azzecchi una?

                    «Il problema non sono le scarpe, su cui a suo tempo fu montata una falsità gigantesca. E non è nemmeno la barca, che non è affatto la "più bella del Mediterraneo", come ho letto su un giornale, ma una normale barca da regata. Il problema sono io…».

                    Cioè? C´è una persecuzione contro di lei "a prescindere"?

                      «C´è che ce l´hanno con me perché, come mi disse una volta l´Avvocato Agnelli, io risulto "indigesto", per la semplice ragione che, al contrario di molti altri leader politici, sono poco disponibile ad assecondare l´establishment».

                      Questo sarà anche vero, ma non ci sarà anche un problema di stili di vita, per un leader di sinistra come lei?

                        «Ma quale stili di vita! Non vivo nei lussi, campo del mio stipendio, dei proventi di qualche libro di successo, e di cause che vinco in tribunale».

                        Ma una rata mensile da 8.068 euro non è uno scherzo per un italiano normale.

                        «Infatti io non me la potrei permettere. La divido con i miei due soci. Ma vede, anche questo era noto. Era tutto noto. La stessa barca, gli stessi soci, la stessa storia. La domanda è: perché riviene tutto fuori adesso?».

                        Mi pare che la sua teoria sia il "complotto".

                          «No, il termine complotto viene usato per prendere in giro l´interlocutore. Ma è vero che siamo sotto attacco politico. E questo attacco ha ragioni molto profonde. Anche a sinistra, devo dire».

                          Si spieghi meglio.

                          «Sulla strada del partito democratico c´è una preoccupazione legittima. I Ds sono la prima forza del Paese. Questo può spaventare quanti temono la costruzione di una formazione che nasce sotto il segno della nostra egemonia. Ne dobbiamo tener conto. Ma poi c´è un altro ostacolo, più insidioso. È il permanere dell´anticomunismo. È l´odio verso il Pci e verso tutto quello che ha rappresentato nella storia di questo Paese. L´attacco sulla questione Unipol è il segno tangibile di questo pregiudizio, che incrocia itinerari umani e culturali del nostro passato. L´estremismo degli anni ´70, il rampantismo degli anni ´80, l´antipolitica degli anni ´90. Sono tre filoni politico-culturali che, guarda caso, hanno avuto sempre noi come bersaglio privilegiato, e quasi sempre gli stessi protagonisti. Ovviamente, sono il primo a distinguere questa tendenza da quella di chi, come per esempio Eugenio Scalfari, è stato anticomunista per tutto ciò che di negativo il comunismo ha rappresentato nella storia del mondo, la dittatura sovietica e il terrore staliniano, ma non per questo disconosce il contributo che il Pci ha dato alla democrazia italiana».

                          Lei allarga il discorso, ma il nocciolo della questione è un altro. Attraverso l´Unipol, voi avete orchestrato una scalata bancaria. È così o no? E perché siete stati timidi nel prendere le distanze da un´operazione sospetta?

                          «Non diciamo fesserie. Noi siamo stati i primi a chiedere le dimissioni di Fazio, e a invocare una riforma seria della Banca d´Italia. La nostra presunta "ambiguità" è un falso storico. Circola un teorema, e cioè che ci sarebbe un accordo politico spartitorio dietro le scalate, l´Antonveneta alla destra, la Bnl ai Ds e la Rcs a Berlusconi, e che noi quindi saremmo parte di questo maxi-inciucio. È una sciocchezza. Da qui nasce quella fitta trama di menzogne, e una campagna di discredito contro di noi. Io non conosco Fiorani, non ho mai visto Ricucci».

                          Giusto. Ma conosce fin troppo bene Consorte. Perché non prende una volta per tutte le distanze dal manager dell´Unipol? L´inchiesta, se non dimostra ancora il reato penale, conferma l´esistenza di una questione etico-morale, che non è più sostenibile. Come non lo era per Fazio, non dovrebbe esserlo per Consorte.

                            «Certamente sono tra quanti non apprezzano l´arricchimento facile e operazioni di tipo speculativo. Ma sarebbe ridicolo sostenere che, nel quadro dei manager italiani, questo problema riguardi solo Consorte, e bollare oggi come illecito ciò su cui la magistratura deve indagare e fare chiarezza. Ma detto questo, io voglio precisare una volta per tutte che Consorte è il manager di una grande società quotata in Borsa. Non è il braccio secolare del nostro partito, né una sezione di lavoro dei Ds. Non prende ordine né da me, né da Fassino. È chiaro?».

                            D´accordo. Ma perché sulla scalata alla Bnl avete fatto il tifo per la compagnia delle coop? Un partito politico non dovrebbe schierarsi a fianco dell´una o dell´altra cordata.

                              «Noi non abbiamo fatto il tifo, come dice lei. Abbiamo solo difeso, in nome della libertà del mercato e dell´impresa, il sacrosanto diritto dell´Unipol di concorrere al controllo di una banca, salvo la verifica, da parte delle autorità di vigilanza, dei requisiti patrimoniali e della correttezza delle procedure seguite. Abbiamo difeso il disegno industriale del mondo cooperativo che è una parte importante dell´economia italiana. E quel disegno non l´ho elaborato io, ma la Holmo, holding di controllo alla quale appartengono le più grandi coop del Paese. Quella gente ha offerto per Bnl soldi veri, cosa anomala per il capitalismo italiano. Non si può liquidare tutto dicendo che è la scalata di tre raider straccioni».

                              La rete delle alleanze intessute da Consorte è quanto meno discutibile.

                              «Senta, se i soci delle coop verificheranno che nel comportamento dei singoli ci sono errori o addirittura illeciti, ne trarranno le loro conclusioni, e prenderanno le loro decisioni. Io non mi sento di farlo ora. Aspetto di vedere come finisce questa storia».

                              C´è o non c´è una "questione morale" che vi riguarda?

                                «Non scherziamo. Nessuno deve permettersi di sollevare dubbi sul nostro partito. Quando Rutelli dice che dobbiamo liberare la politica dai collateralismi io sono perfettamente d´accordo. Anche per questo è importante la nascita del partito democratico. In una società complessa gli interessi in campo premono sulla politica, che deve essere forte per respingere tutti i condizionamenti, e sottolineo "tutti". Voglio rassicurare i nostri alleati: i Ds sono già ora una forza libera da condizionamenti. Ho apprezzato molto l´editoriale di Europa di ieri: siamo tutti, davvero, sulla stessa barca. E quella che ci vede insieme, noi e la Margherita, è infinitamente più grande e importante della mia. Semmai questa storia, quando sarà finita, dovrebbe essere l´occasione per una riflessione più generale».

                                Facciamola subito, questa riflessione.

                                  «È chiaro che questo scandalo fa emergere il nodo di fondo del Paese, che è anche la fragilità e la trasparenza del nostro sistema finanziario. Questo è un problema, anche perché per rilanciare l´economia italiana avremo bisogno di un sistema industriale e creditizio solido. La riorganizzazione del sistema bancario si è bloccata, non è all´altezza delle sfide che ci aspettano. Si è dimostrato condizionato da logiche di potere molto forti, da cui lo dobbiamo liberare. Anche per questo, credo che prima o poi si dovrà introdurre il divieto per le banche di possedere giornali».

                                  Mi pare l´ultimo dei problemi.

                                    «Lo dice lei. Alessandro Profumo, spesso giustamente indicato come modello, con una scelta lungimirante che gli fa onore, decise di non schierare Unicredit nel capitale del Corriere della Sera. Questi sono temi veri, non la mia barca».

                                    Senta un po´: ma perché non la vende, questa barca? Aiuterebbe a risolvere qualche problema, no?

                                      «Non ci penso per niente. Io non ho nulla da rimproverarmi, e nulla di cui mi debba vergognare, tanto meno la mia passione per la vela e per il mare. Preferisco fare sacrifici per avere una mia barca, piuttosto che farmi portare su quelle dei signori».