“Intervista” M.Cacciari: «La politica non ha più progetti»

04/01/2006
    mercoledì 4 gennaio 2006

      Pagina 5 – Interni

      L´Intervista

        Cacciari: collassata la Prima Repubblica, neanche il centrosinistra ha colmato il vuoto di idee

          «La politica non ha più progetti e si fa divorare dagli affari»

            FABRIZIO RAVELLI

              MILANO – Che sia «abbiamo una banca!» o «avete una banca!», non fa grande differenza. Dalle parole intercettate di Fassino a Consorte, secondo Massimo Cacciari, è «difficile creare un caso, montare uno scandalo». Insomma, nella polemica politica personale il professore non ci vuole entrare. Ma sulla questione generale, e cioè i rapporti fra etica e politica, fra politica e affari, una sua opinione niente affatto tenera ce l´ha. Riguarda il Fassino di oggi, il D´Alema di ieri ai tempi dei celebrati raiders del Nord, e riguarda tutta la politica italiana. Inadeguata, debole, lanciata su una brutta china. Dice Cacciari: «Bisogna ricordare quel bellissimo romanzo di Brecht intitolato "Gli affari del signor Giulio Cesare". Affari ne faceva anche Giulio Cesare, ma era Giulio Cesare. Ne faceva anche Napoleone, ma era Napoleone. É difficile trovare un esempio di grande politico puro. Affari ne faceva Bismarck, ma poi faceva anche le cose che ha fatto Bismarck».

              Insomma, gli esempi di oggi non sono all´altezza.

                «Esatto. Il problema drammatico di oggi non è tanto che ci siano politici che abbiano rapporti con la dimensione degli affari. Il problema è che non ci sono politici. Non c´è strategia politica, o è debolissima. Il problema non è una crisi morale. Parlare di questione morale è un modo sbagliatissimo di impostare il problema. É la questione politica che conta: c´è un vuoto di progettualità politica spaventoso, e da molti anni. Da quando la prima repubblica è collassata, questo vuoto è stato rattoppato da ideologie populistiche e dal più colossale conflitto di interessi della storia politica occidentale da parte della destra».

                E dall´altra parte?

                  «Non è stato neppure colmato dal centrosinistra. Comincia a esserlo ora, con l´idea di un partito democratico. Ma che spaventoso ritardo».

                  E per quanto riguarda gli affari?

                    «Sino ad oggi avevamo una chiara distinzione fra politica e economia. Perché il problema non è se gli affari sono leciti o illeciti, ma del rapporto politica-affari. Cosa sta avvenendo di nuovo, e pericoloso per le sorti della democrazia? Che quei due mondi distinti stanno diventando un unico blocco».

                    Parlano lo stesso linguaggio?

                      «Questo è il vero senso del conflitto di interessi. Che va inteso anche nel senso del confliggere, del finire insieme, del non essere più distinguibili. Questo sta avvenendo anche negli Usa, ed è pericolosissimo per la democrazia».

                      Giusto quindi dire che i partiti devono fare due passi indietro rispetto agli affari?

                        «Certamente. Senza una distinzione chiara non potrai mai pensare a organi di controllo efficaci. Se si forma un blocco unico, anche la possibilità di interventi normativi efficaci del potere economico viene meno. Viene meno ogni distinzione fra controllore e controllato. Su questa distinzione non si regge solo la democrazia, ma anche un mercato capitalistico come dio comanda».

                        Dunque non esiste una questione morale?

                          «Non bisogna parlare di morale, ma di quali sono le grandi riforme a livello parlamentare, le norme di diritto commerciale a livello nazionale e internazionale. Perché la politica possa riacquisire il suo ruolo di controllo. Soprattutto in un´epoca nella quale è evidentissimo che i poteri economici e finanziari sono sempre più insofferenti di ogni tipo di regola».

                          La novità, per così dire, è che anche il centrosinistra è sospettato di esercitare questa commistione fra politica e affari.

                            «La tendenza generale è quella di una distinzione che minacciosamente tende a franare. E se frana, frana dappertutto, non è che nel centrosinista ci sia una politica che vive sulla Luna. Da un lato ci sarà una valanga che non finisce mai, e dall´altro una valanghetta, ma frana dappertutto».

                            E allora aveva ragione chi criticava la scalata di Unipol alla Bnl?

                              «Beh, si può sempre criticare questa o quella operazione, sapendone nei dettagli i contenuti. Nel caso Unipol, c´è una perdita di senso della propria missione da parte del movimento cooperativo».

                              Ha ancora senso parlare di diversità della sinistra, come faceva Enrico Berlinguer?

                                «Se la sinistra avesse una visione sobria e disincantata dei rapporti fra politica ed economia, segnerebbe la propria identità in modo ancora più netto rispetto a un demagogo populista come Berlusconi. Se la sinistra avesse fatto in questi anni un discorso coerente in materia di riforma costituzionale, di federalismo, se avesse venduto la Rai, e tante altre cose, certamente avrebbe segnato la propria diversità. Non la si segna dicendo "io sono per la morale", ma facendo una politica diversa da quella di Berlusconi. Una politica progettualmente forte si distingue, e vuol essere autonoma rispetto ai poteri economico-finanziari. Una politica debole sarà sempre sopraffatta da questi poteri».