“Intervista” Luciano Gallino: «Poveri salari…»

24/03/2004





 
   
24 Marzo 2004

 

Verso lo sciopero del 26. Come sta l’economia. Seconda puntata
Luciano Gallino: «Poveri salari…»

PAOLO ANDRUCCIOLI


«Dopo tanti anni di negligenza e di vero e proprio abbandono, oggi la prima questione da affrontare riguarda le retribuzioni, la distribuzione del reddito. In Italia abbiamo ormai i salari più bassi d’Europa». Comincia così l’intervista a Luciano Gallino, professore di sociologia a Torino e attento osservatore delle trasformazioni del lavoro. In vista dello sciopero di venerdì, gli abbiamo chiesto un giudizio sulle ragioni del «declino» del paese, visto anche il suo recente saggio sulla «scomparsa dell’Italia industriale» (Einaudi). Ma gli abbiamo chiesto soprattutto un parere sulle possibili alternative. Sul concetto di declino si è sviluppata infatti una polemica ricorrente già da quando la Cgil lanciò per prima il tema; ci sono stati poi nel tempo vari protagonisti della scena pubblica che hanno cambiato progressivamente idea. Chi diceva che sarebbe stato sbagliato ragionare solo in negativo, ora deve prendere atto della realtà. Il rischio del declino e il crollo di alcuni indicatori economici e sociali sono ormai un dato acquisito.

Sono dunque i bassi salari e l’aumento della diseguaglianza i problemi principali da affrontare e che spiegherebbero anche l’attuale stallo dell’economia?

Le retribuzioni italiane sono praticamente ferme da 12 anni. Si è registrato un aumento medio dell’1,5%, mentre altrove sono salite anche più dell’8%. Il blocco degli aumenti delle retribuzioni è sicuramente una delle cause dell’attuale stagnazione della domanda. Basta confrontare i dati forniti dalla Banca d’Italia sulla crescita diseguale dei diversi redditi. In meno di 20 anni, le retribuzioni dei lavoratori hanno perso in media 10 punti, che sono andati ai profitti e alle rendite. Perciò, o si riapre il discorso sulla redistribuzione della ricchezza, oppure la domanda non ripartirà mai e continuerà la stagnazione. Si è anche parlato di legare i salari alla produttività. Belle parole, che rimangono tali se non si chiarisce il discorso sulla redistribuzione della produttività stessa, dei suoi frutti.

A proposito della fine che fanno i soldi guadagnati in attività di impresa, c’è anche chi individua nell’assenza di coraggio delle aziende e nella mancanza di investimenti una delle principali ragioni del declino. E’ così?

Io non sono d’accordo nel dire che le imprese italiane non investono. Bisogna essere precisi. Le imprese italiane hanno smesso di investire da due o tre anni. Prima il livello medio degli investimenti era all’altezza del resto dell’Europa. Il problema però è che anche negli anni passati gli investimenti sono stati di «processo» e non di «prodotto». E così le imprese si sono costruite una trappola sotto i piedi, perché anche tutti gli altri investono sul processo e così non si vince. Si doveva invece investire sul prodotto, sull’innovazione, che certo è un investimento più difficile, ma che rende a più lunga scadenza.

La giustificazione naturale è che l’Italia è il paese delle piccole e medie imprese che non possono accollarsi l’onere finanziario della ricerca e dell’innovazione. Lo Stato in questo campo è dunque necessario?

La media degli addetti delle imprese italiane è oggi di 8 persone. Se questa è la situazione, risulta evidente che non si può fare nessun tipo di ricerca. Il nanismo italiano è sicuramente una delle cause della mancata crescita. D’altra parte è pure soprendente che negli ultimi 25 anni siamo andati indietro: la dimensione media delle imprese negli anni `70 era infatti di 20 persone. Oggi siamo a 8. E oltre alle dimensioni., c’è anche un limite di cultura imprenditoriale. Le imprese italiane continuano a preferire l’acquisto di brevetti dall’estero, mentre il nostro sistema non è preparato allo scambio continuo tra ministeri, università e aziende.

Il governo Berlusconi, da questo punto di vista non ha fatto proprio nulla. Anzi c’è chi sospetta che ormai il Polo stia certificando la fine dell’industria manifatturiera italiana. E’ una visione esagerata?

Non mi pare un’immagine troppo distante dalla realtà. Da noi non c’è neppure la parvenza del sistema che è stato messo in piedi in altri paesi, penso per esempio alla Germania. Si va avanti con idee estemporanee come quella del ministro Tremonti che pensa di rilanciare la ricerca e l’innovazione con l’Istituto italiano della tecnologia, una struttura che se andrà bene produrrà il primo brevetto tra 15 o 20 anni. Ci vorrebbe invece la sinergia di molti istituti, di molte realtà e ed esperienze che potrebbero dare molto.

C’è anche chi sostiene la fine di un certo modo di affrontare i problemi della crescita. Saremmo cioè arrivati a un capolinea e oggi non bastano più i dati puramente quantitativi per pensare il possibile avvio di una nuova crescita. Ci sarebbe insomma bisogno di ragionare su un nuovo modello di sviluppo…

Detta così è però una formula, uno slogan e per di più, forse, di qualche anno fa. Ci sarebbe invece bisogno prima di tutto di un governo capace di fare una politica industriale. Oggi ci sono invece quattro o cinque ministeri da cui dovrebbero uscire proposte e linee di politica industriale, ma non succede nulla. Non dobbiamo andare troppo lontani per trovare esempi opposti a quello italiano. In Germania e in altri paesi europei si sono messe in piedi delle vere e proprie macchine organizzative per gestire il cambiamento. Ci sono strutture che hanno messo in rete o intorno agli stessi tavoli le competenze degli imprenditori, dei ricercatori, dei sindacati, dei funzionari dei ministeri. Sono nati dei veri e propri punti di forza che elaborano strategie per gli investimenti industriali. Si indicano i settori su cui puntare e le indicazioni sono così autorevoli che poi le aziende le applicano davvero. Una macchina del genere in Italia è per ora solo un sogno. Non c’è ancora neppure la parvenza di una macchina organizzativa del genere.




LA CUB NON SCIOPERA
La Confederazione unitaria di base che il 12 marzo scorso ha dato vita al proprio sciopero generale contro la concertazione e la politica dei redditi, non parteciperà allo sciopero generale del 26 marzo. Per la Cun, l’ordine del giorno dello sciopero di Cgil, Cisl e Uil infatti più che essere convocato contro l’ulteriore attacco al sistema pensionistico sembra essere voluto per rilanciare la concertazione, la politica dei redditi – che ha impoverito il mondo del lavoro – ed il ruolo dei sindacati concertativi in previsione di un possibile cambio di maggioranza.

8 ORE NELLE MARCHE
Lo sciopero generale di venerdì, sarà di otto ore per tutti in provincia di Macerata. Lo hanno reso noto Cgil-Cisl-Uil assieme al calendario delle manifestazioni programmate in tutte e quattro le province delle Marche. In preparazione dello sciopero sono state organizzate nella regione 1.500 assemblee nei luoghi di lavoro ed anche nelle scuole tanto che delegazioni di studenti interverranno ai comizi che saranno tenuti dai leader sindacali a sostegno non solo delle pensioni, ma anche del fisco, del carovita e del welfare. In provincia di Ancona si terranno due manifestazioni: la prima nel capoluogo e la seconda a Fabriano. A Pesaro, invece, la manifestazione sarà una a carattere provinciale con il comizio di Norberto Crinelli, segretario provinciale Cisl. Unica manifestazione pure a Macerata dove parleraà il segretario regionale della Uil, Graziano Fioretti, mentre due sono in calendario in provincia di Ascoli Piceno: la prima nel capoluogo e la seconda a Montegranaro. I settori particolarmente in crisi sono quelli del comparto moda e del mobile.


8 ORE NEL COMMERCIO
Filcams, Fisacat e Uiltucs hanno comunicato che venerdì lo sciopero generale sarà di 8 ore nelle aziende della distribuzione commerciale, del terziario e dei servizi. Le tre organizzazioni sindacali hanno spiegato che il motivo delle otto ore è nel mancato rinnovo di un contratto scaduto 15 mesi fa e per il quale è stato chiesto un aumento di 107 euro a regime. Anche i lavortori della distribuzione cooperativa sciopereranno per 8 ore.