“Intervista” Lora Lama: Luciano Lama, ritratto di un leader gentile

02/05/2005
    domenica 1 maggio 2005
    sabato 30 aprile 2005

    Intervista
    Lora Lama

      Il Sud e Di Vittorio, la famiglia e l’impegno politico. Nel ricordo della moglie la figura del segretario della Cgil scomparso nove anni fa
      Luciano Lama, ritratto di un leader gentile

        Claudia Polichetti

          NAPOLI. Esce in Campania, con l’Unità e l’Articolo, «Mezzogiorno e democrazia operaia: frammenti campani sul leader più amato», libro dedicato a Luciano Lama, l’indimenticabile segretario generale della Cgil scomparso nove anni fa. In occasione della pubblicazione, abbiamo chiesto alla signora Lora Lama di ricordare l’aspetto «privato» del leader sindacale.

            Come vi siete conosciuti?

              «Ci siamo conosciuti la sera del 2 giugno 1946, giorno della festa della Repubblica. Luciano aveva 25 anni ed io soltanto 19. Lui era a Forlì come segretario della Camera del lavoro. Io abitavo lì, non è stato difficile incontrarci. Ci incrociavamo per strada, ci guardavamo, ma essendo lui molto timido ed io piccola, nessuno dei due prendeva l’iniziativa. Finchè un giorno mi arrivò una lettera in cui mi invitava ad un appuntamento. Non so per quale motivo rifiutai, anche se da parte mia c’era il desiderio di andare. Poi fortunatamente, in occasione della festa della Repubblica a Forlì, fu organizzato un convegno in cui intervennero diversi politici e il segretario della Camera del lavoro, Luciano Lama. Dopo la conferenza, fummo tutti invitati ad una festa di ballo. Durante la serata, lui si avvicinò e chiese ad un amico comune di presentarci. Molto timidamente mi invitò per il ballo successivo. Ma la cosa divertente fu che subito mi disse di non saper ballare».

                Quali sono i suoi ricordi più belli?

                  «Tanti. Ci siamo sposati il 12 ottobre 1947 e Di Vittorio ci fece da testimone di nozze. Io avevo appena finito la maturità e invece di iscrivermi all’università sposai Luciano. Il nostro matrimonio è stato bellissimo. Eravamo entrambi molto innamorati. Dopo il matrimonio ci trasferimmo a Roma perché Di Vittorio aveva nominato Luciano suo vice segretario. Da allora cominciò la nostra vita nella capitale. Furono anni molto duri. Lo stipendio era molto basso e risultava difficile mettere insieme il pranzo con la cena. Vivevamo in una semplice camera mobiliata. Inoltre lui era sempre impegnato. Anche se Di Vittorio era una persona umanamente sensibile, molto affettuosa anche con me, nel lavoro non aveva orari. E con lui Luciano. Questo per me era incomprensibile. Abituata a vivere in una piccola provincia con orari molto rigidi da rispettare, mi ritrovai all’improvviso in un mondo nuovo, che non capivo assolutamente. Dopo poco più di un anno decidemmo di fare un figlio. La prima l’ho cresciuta da sola, senza alcun aiuto. Inoltre cercavo di non preoccupare Luciano occupandomi da sola della scuola, della casa e della famiglia. Oggi abbiamo due figlie, Claudia e Rossella. Nonostante tutte le difficoltà la nostra è stata una bella vita, vissuta pienamente».

                    Come era caratterialmente Luciano Lama?

                      «Era una persona fondamentalmente timida e riservata. Spesso durante le feste spettava a me cominciare a socializzare con gli altri invitati, dopo di che lui si inseriva nel discorso, diventando poi una persona socievole e anche spiritosa. Inoltre era molto paziente, sapeva ascoltare e amava la compagnia».

                        Come era il suo rapporto con il Sud? Ricorda qualche episodio particolare al riguardo?

                          «Mio marito ammirava tanto la gente del Sud. Li considerava persone calde e accoglienti, sincere e semplici nei comportamenti. Ricordo che subito dopo la guerra mi parlò di un congresso tenutosi a Napoli. Siccome in quel periodo non c’erano mezzi di trasporto pubblici mi raccontò che insieme ad altri sindacalisti fece il viaggio su un camion».

                            A casa si parlava di sindacato?

                              «Certo, lui parlava molto del suo lavoro, anche perché io mi lamentavo dei suoi orari e lui con tanta pazienza mi spiegava cosa aveva fatto durante la giornata. Quando tornava a casa però si dedicava esclusivamente alla famiglia. Anche se aveva avuto problemi arrivava da noi sempre sorridente. Ha avuto tanta forza, mai nervoso in famiglia, sempre sereno e tranquillo. Anche se il tempo che poteva dedicare a noi era poco, quel poco lo viveva intensamente. Io ero molto affascinata dal suo lavoro. All’inizio del nostro matrimonio mi piaceva frequentare la sede sindacale. In compagnia di altre donne andavo in alcune fabbriche per parlare con gli operai dei problemi che più stavano loro a cuore».

                                Dove avete vissuto quando lui era segretario della Cgil?

                                  «Abbiamo sempre vissuto a Roma, anche quando lui era a Milano, a dirigere la categoria dei chimici. Lui era una persona amabilesempre molto gentile, soprattutto nei miei confronti. Ricordo che perfino negli ultimi giorni di vita mi ha ringraziato per averlo aiutato anche nel lavoro. Era dispiaciuto per non avermi dedicato molto tempo, anche se per me è stata una vita interessante. Ho soltanto un rimpianto: in occasione del nostro cinquantesimo anniversario di matrimonio aveva deciso di fare un lungo viaggio per recuperare il tempo che avevamo sottratto alla nostra vita matrimoniale. Non è stato possibile. Luciano è morto un anno prima».