“Intervista” Larizza: senza concertazione non si fa la politica dei redditi

21/01/2002


La Stampa web





intervista
Roberto Giovannini
(Del 21/1/2002 Sezione: Economia Pag. 6)
Larizza: senza concertazione non si fa la politica dei redditi

ROMA

PIETRO Larizza, per molti anni segretario generale della Uil, è oggi presidente del Cnel. Come protagonista della stagione della concertazione, ci tiene a contestare il giudizio negativo del ministro del Welfare Roberto Maroni. Ma lancia anche una proposta alle parti in causa per evitare lo scontro: «Ripartiamo dall´arbitrato».

Perché difende la concertazione?

«Premetto che il ministro del Lavoro ha tutti i diritti di affermare che questo governo non apprezza il modello concertativo, e intende seguirne un altro. Ma non può dire – perché sarebbe un´offesa alla verità, che il modello della concertazione sia stato una fonte di nefandezze, e che si basa sul diritto di veto al sindacato. La concertazione ha salvato il paese, ci ha fatto entrare nell´euro, ha evitato alle imprese rischi gravissimi, ha tutelato il potere d´acquisto dei salari. Ma il ministro Maroni, che in passato si occupava più di politica che di questioni sociali, rifletta: senza la concertazione diventa impossibile la politica dei redditi basata sull´inflazione programmata. E senza la politica dei redditi, cambia radicalmente tutto il sistema contrattuale e tutte le politiche salariali».

Ma Maroni dice che la concertazione offre un diritto di veto al sindacato.

«Non è vero. Qualche esempio? Nel luglio del `92 l´accordo Amato sulla scala mobile fu firmato contro l´opinione della Cgil. Nel `93, con Ciampi, l´accordo di luglio prevedeva vincoli salariali che il sindacato fece fatica a digerire. Nel 1994, con Berlusconi, dopo le iniziative di lotta contro le proposte di riforma della previdenza, a dicembre firmammo un accordo. Nel `96 il governo Prodi varò una riforma del mercato del lavoro che introdusse novità per noi difficili da accettare. La legge sulle 35 ore venne presentata in Parlamento dal premier Prodi contro l´opinione congiunta di sindacati e Confindustria. Insomma: nella concertazione non c´è nessun diritto di veto. Sono i governi che nel confronto con le parti sociali valutano le condizioni di opportunità di una scelta o di un´altra rispetto ai loro obiettivi. In molte occasioni il governo è andato avanti anche se il sindacato o una sua parte o Confindustria diceva "no". Quello che qualche ministro definisce "diritto di veto", che non è mai esistito, altro non è che ragioni di opportunità politica».


Insomma, invita il governo a mantenere la calma in questa difficile situazione.

«Certo. Il problema è che il governo ha il diritto e il dovere di valutare ciò che porta a casa rispetto alle tensioni che vengono create dalle sue scelte. Per l´Italia, il lavoro e la coesione sociale è importante come il petrolio per altri paesi. Non è segno di debolezza per un governo tenere conto della posizione delle parti sociali: a volte è giusto, a volte no».

E secondo lei, sui licenziamenti dovrebbe tenerne conto. Come uscire da questa fase di muro contro muro?

«A mio avviso, ora occorre trovare una buona soluzione, con pragmatismo. Prendiamo il problema dei licenziamenti e della riforma dell´articolo 18. Tutto nasce dal fatto che per avere un pronunciamento del giudice servono mesi, anni: un danno per l´impresa e il lavoratore. L´unica forma è lasciare l´articolo 18 così com´è, e risolvere il problema con l´arbitrato. L´articolo 18 – con la possibilità per il magistrato di reintegrare il lavoratore licenziato in azienda, resterà lo strumento ultimo in caso ritenga di essere stato vittima di un danno o di una discriminazione che non possa essere compensata con un risarcimento economico. Ma l´arbitrato presto verrà utilizzato da tutti, perché in tempi brevi si traduce in un atto esecutivo. Tra l´altro, sindacati e imprese erano molto vicini a un´intesa; riprendendo il lavoro già avviato, si può arrivare a un accordo in una settimana, se c´è la volontà».

Insomma, intesa tra le parti su un arbitrato efficace e non toccare l´articolo 18.

«Secondo me è una strada naturale, una soluzione che non toccherebbe l´onore di nessuno, sminando immediatamente tutta la situazione. Non mi sentirei di suggerire al governo una strada che danneggiasse la sua credibilità. Anche per le imprese sarebbe molto meglio vedere risolte tutte le vertenze di lavoro in via rapida. Per questo mi pare strano vedere personalità della politica e dell´impresa incitare il governo a "non mollare". Se fossi al posto del presidente Berlusconi sarei molto prudente nei confronti di questi "amici". Per fortuna il presidente del Consiglio non si è ancora pronunciato su questa materia: è il garante ultimo delle decisioni del governo, e secondo me potrebbe sciogliere lo scontro con una soluzione positiva e pacifica».


 

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