“Intervista” Larizza: pericolosi i «veleni sindacali»

19/05/2003



              Domenica 18 Maggio 2003
              Intervista


              Larizza: pericolosi i «veleni sindacali»

              Le minacce alla Cisl – Il presidente del Cnel: le sigle diano un segnale forte contro le violenze


              ROMA – Pietro Larizza, presidente del Cnel, ex segretario generale della Uil, guarda con grande preoccupazione all’escalation di violenza in atto nel sindacato. Le accuse di essere «traditore» e «venduto» gridate a Savino Pezzotta sono a suo avviso il segno di un pericoloso degrado della vita sindacale, contro il quale Cgil, Cisl e Uil devono lottare.
              Presidente Larizza, è preoccupato?
              Sì, molto. Le divisioni nel sindacato si stanno aggravando. Si sta creando una situazione difficile e penosa. Non è la solita contrapposizione, che è sempre esistita nel sindacato, e anche tra le organizzazioni datoriali. Sono ormai quattro anni che le divisioni sono diventate strategiche, dal Patto di Milano, che pure fu poi superato. Ma ora c’è qualcosa di più.
              Cosa è accaduto?
              C’è un’involuzione pericolosa nella terminologia, nelle accuse, che non può non fare paura. Perché nel sindacato le parole contano e certe soglie non si possono superare. Non si deve mai dimenticare la situazione di disagio nella quale vivono i lavoratori, disagio salariale e occupazionale, perché non è facile campare con questi salari e questa inflazione e perché il posto di lavoro non è mai certo. Per questo dico che certe parole non vanno usate.
              A cosa si riferisce?
              È invalsa la pessima abitudine di accusare alcuni sindacalisti di essere traditori e venduti. Non lo accetto. Il tradimento è sentenza sociale sbagliata e pericolosa, perché qui nessuno tradisce i propri iscritti, i soli ai quali si deve rispondere. Rientra così il concetto di classe, ma è sbagliato. E l’essere venduti è un aggravante, perché il tradimento sarebbe stato perpetrato per un interesse di parte. Lei condanna queste terminologie?
              Nel modo più fermo. Sono sbagliate e si trova sempre qualche pazzo che le interpreta male.
              Un frutto amaro delle divisioni?
              No, perché io ricordo periodi di ben maggiori divisioni, il 1984 e il 1985, ma allora queste parole non circolavano.
              E allora perché questa involuzione. Per motivi politici?
              Non vedo altra ragione. Non certo il merito. Si è cominciato a gridare al tradimento in occasione del Patto per l’Italia, venuto dopo la battaglia unitaria a difesa dell’articolo 18. Ma quando si firmò il Patto l’attacco all’articolo 18 era cessato, le nuove regole sono insignificanti a questo riguardo. Il merito del contendere non c’era più, c’era solo il dato politico. E così sono nate le contestazioni?
              Sì, ma con un salto di qualità negativo. Perché tutti noi sindacalisti siamo stati fischiati e contestati, tante volte. Adesso è peggio. Adesso aspettano Savino Pezzotta, il segretario generale della Cisl, a tutte le manifestazioni e lo contestano duramente, gli impediscono di parlare. Ma così contestano non quello che dice, ma la sua stessa carica.
              Mi ricordo altre difficili contestazioni, come la stagione dei bulloni, dopo l’accordo con Giuliano Amato nel ’92. Allora una frangia del sindacato contestava la svolta del sindacato. Siamo anche adesso a un cambiamento generale di politica del sindacato?
              No, la situazione è differente, anche perché allora tutto il sindacato confederale era contestato, adesso solo Pezzotta.
              E allora perché lo fanno?
              Perché l’ideologia porta esasperazione dei termini. E così non si misurano più le parole.
              La situazione è pesante?
              Sì, perché l’attacco è premeditato. E poi c’è una crescita progressiva di questa violenza. Non si fermano nemmeno più ai comizi. Un gruppo di persone è andato a contestare Pezzotta a casa sua, mentre stava inaugurando una sede Cisl, dove c’erano solo lavoratori Cisl, dove Pezzotta era con la sua famiglia, sindacale e personale. Si è rotto un argine.
              Che si può fare per ricostruirlo?
              I dirigenti di Cgil, Cisl e Uil devono riunirsi e dare ai militanti una segnale di estraneità nei confronti di questi comportamenti, che non vanno assolutamente sopportati.
              Basta una censura?
              Sarebbe un segnale, preciso, che non ci sono coperture, né comprensioni per chi si comporta in questo modo. Sul rispetto di queste regole non può esserci diversità.
              Aiuterebbero norme diverse sulla rappresentanza?
              Una legge, o un accordo tra le parti, può risolvere molti problemi.
              E nuove regole per la contrattazione?
              Sarebbero utili, ma è necessario che tutti le vogliano. Nel ’98 in una riunione a Villa Madama stavamo per cambiare quelle regole, che certamente vanno mutate perché impongono un ritmo di contrattazione troppo frequente. Il sindacato propose di fare contratti quadriennali, senza bienni salariali, ma prevedendo contratti aziendali o territoriali per le imprese che non avevano integrativo. La Confindustria non volle, sperava di poter contrattare solo in azienda. E adesso abbiamo ancora quelle vecchie regole.
              Il Cnel potrebbe avviare il dibattito su queste nuove regole?
              No, il Cnel non si può sostituire alle parti sociali.

              MASSIMO MASCINI