“Intervista” Larizza: Macché modifiche, usiamo bene le regole

04/12/2003


04 Dicembre 2003

PER IL PRESIDENTE DEL CNEL, EX LEADER DELLA UIL, NON SERVONO RIVOLUZIONI E NEMMENO LE MULTE AI TRANVIERI MILANESI

intervista
Roberto Giovannini

«Macché modifiche, usiamo bene le regole»
Larizza: situazione esasperata dall’effetto del caro-euro

ROMA
IN Italia abbiano un vizio antico, siamo portati alle reazioni emotive: si verifica un evento, questo evento assume immediatamente i caratteri dell’emergenza, e scatta una reazione automatica e la proposta di nuove regole legislative». Pietro Larizza, presidente del Cnel e ex leader della Uil, si dice scettico sull’opportunità di rivedere la legge sugli scioperi, che a suo giudizio nel complesso ha funzionato bene. E punta il dito sul generale impoverimento provocato dalla speculazione legata all’arrivo dell’euro.
Dunque, non serve mettere mano alla legge.
«Vorrei ricordare che la legge non è stata varata per punire o limitare l’azione del sindacato, ma per evitare che una gestione sbagliata degli scioperi potesse danneggiare i cittadini e gli utenti, che altro non sono che lavoratori di altre categorie».
Un obiettivo che a Milano è fallito…
«Ma la prima sanzione agli autoferrotranvieri scioperanti sta nella reazione dei loro colleghi cittadini-lavoratori. Hanno trasformato la cittadinanza da alleato in nemico, impedendo un diritto fondamentale come la mobilità a centinaia di migliaia di persone».
E come si sanziona il danno provocato ai cittadini incolpevoli?
«Non mi sembra che l’idea di multare tutti i tranvieri milanesi sia particolarmente saggia. Non servono né guerre di religione né punizioni esemplari. Credo che i tranvieri abbiano compreso che la loro protesta eccessiva abbia già prodotto la sanzione principale, cioè la rabbia dei cittadini, oltre alla riprovazione generale delle forze sociali e politiche. Poi, se ci sono altre sanzioni previste dalla legge, si applichino; ma senza far diventare la vicenda di Milano un “caso”. La legge opera già da oltre dieci anni. E in tanti anni, in un paese grande e complicato come il nostro, si sono verificati rarissimi episodi gravi come quello milanese. Non vale la pena di pensare a una rivoluzione normativa».
Questa protesta «selvaggia» è una spia di un disagio salariale diffuso?
«Il contratto del settore era scaduto da due anni, ed erano stati fatti tanti scioperi, nell’indifferenza generale. Scioperi per richiedere un incremento salariale modesto, rispetto a quello che è successo in Italia dal 2002 in poi. I commercianti e i titolari di attività che offrono beni e servizi sulla base di tariffe hanno trasformato l’euro, una grande opportunità per l’Italia, in un nemico degli italiani. L’arrivo dell’euro ha coinciso con la più grande speculazione mai verificatasi dal dopoguerra ad oggi. Con l’introduzione dell’euro, in Italia – unico caso dei 12 paesi di Eurolandia – la distanza tra chi ha un reddito da lavoro autonomo e chi ha un reddito fisso si è allargata, e tutte le fasce della società hanno subito un impoverimento generale».
Qualcuno parla di stipendi pagati in lire insufficienti per fare acquisti in euro.
«È una pura e semplice verità, che è sotto gli occhi di tutti. La politica dei prezzi al dettaglio, soprattutto dei generi di prima necessità, ha modificato i connotati sociali del nostro paese. Una politica sciagurata, consumatasi soprattutto nei primi tre mesi del 2002 che hanno provocato uno “scalino”. Forse, ora i prezzi si sono fermati, ma il danno è stato fatto».
Come si può rimediare?
«È difficile: a dire poco, ci vorranno dieci anni per ricostituire un equilibrio. Nel dopoguerra con un salario operaio si comprava solo pane e formaggio. Prima della speculazione, il salario consentiva all’operaio di comprare una macchina, ma anche di permettersi «lussi» che erano diventati abitudini normali. Adesso la retribuzione se ne va tutta in generi di prima necessità e in affitti. Siamo tutti dentro una tenaglia, perché in futuro i salari possono anche non seguire più l’inflazione programmata, come ormai appare inevitabile. Ma oltre un certo livello non potranno crescere, pena una fiammata inflazionistica e un colpo alla produzione. Prevedo politiche salariali che tenderanno nei prossimi dieci anni all’obiettivo di ricostituire un potere d’acquisto comparabile a quello che c’era prima della speculazione sull’euro».
Siamo nei guai…
«Per natura sono ottimista, ma la situazione non è semplice. E chi ha speculato e si è arricchito, presto si accorgerà che ha commesso un errore terribile. Se si impoveriscono i ceti medi, i ceti produttivi, gli operai, se li si costringe a cambiare le loro abitudini, sarà proprio chi ha speculato – soprattutto i commercianti e i servizi – a pagare il prezzo più pesante».