“Intervista” L’Arci sceglie il sì «Articolo 18 per tutti»

07/04/2003



 
   
Domenica 06 Aprile 2003



 

L’Arci sceglie il sì «Articolo 18 per tutti»
Il consiglio nazionale dell’associazione ha deciso di impegnarsi nella campagna referendaria. L’invito a un milione e centomila iscritti: votate sì all’estensione dei diritti. Striano, presidente Arci Toscana: «Una posizione coerente con i nostri valori»

ANTONIO SCIOTTO
Il presidente Tom Benetollo aveva già scelto il sì qualche settimana fa, e ieri è toccato all’intera Arci: qualche astenuto e tutti gli altri favorevoli, il consiglio nazionale dell’associazione ha approvato il documento che sposa le ragioni del referendum e invita dunque gli iscritti – un milione e centomila in Italia – a dire sì all’estensione dell’articolo 18 alle imprese sotto i 15 dipendenti. «Una decisione coerente con i nostri valori, siamo un’associazione che si batte per i diritti», spiega il presidente dell’Arci Toscana, Vincenzo Striano. L’Arci regionale conta 240 mila iscritti: insieme all’Emilia, per numero di tesserati rappresenta il vero zoccolo duro dell’associazione.

Come siete arrivati a questa scelta?

C’è stata una discussione molto ampia, le perplessità non riguardavano il merito del referendum, ma piuttosto l’opportunità rispetto alle conseguenze, ci si chiedeva se si sarebbe raggiunto il quorum o meno. Alla fine ha prevalso la natura più autentica dell’Arci. La nostra associazione si batte per la partecipazione dei cittadini e per i diritti: dunque abbiamo escluso di invitare all’astensione, e nel contempo riteniamo naturale rispondere sì a un quesito che chiede l’estensione dell’articolo 18, portando a compimento le battaglie dell’anno scorso.

Come è successo con il tema della pace, il referendum sta dividendo la sinistra. Rifondazione e Verdi lo hanno sostenuto fin dall’inizio; hanno aderito Aprile, guidata da Cofferati, e i movimenti; maggioranza Ds e Margherita lo giudicano invece «una iattura».

Sì, questo è il panorama politico, ma noi restiamo un’associazione autonoma rispetto ai partiti. Sul tema della pace, ad esempio, siamo del tutto coerenti con le scelte già fatte per il conflitto in Kosovo e in Afghanistan: siamo stati sempre pacifisti e lo siamo oggi per l’Iraq, indipendentemente da chi è al governo. Sul referendum abbiamo fatto le stesse considerazioni: non lo abbiamo proposto noi, non abbiamo partecipato alla raccolta delle firme, ma trovandoci davanti al quesito esprimiamo il nostro orientamento per il sì. La sinistra negli ultimi anni si è ubriacata sul tema del mercato, puntando su concetti come l’efficienza e dimenticando i diritti. Il problema non sta tanto nella scelta tra Stato e mercato, l’importante è non perdere di vista i diritti: sono alla base della cittadinanza, e senza i diritti non si può neppure pensare di raggiungere il benessere per tutti. Rispetto all’attuale governo, non siamo d’accordo con la privatizzazione del welfare e dei servizi pubblici, e ugualmente ci opponiamo alla riduzione dei diritti e alla precarizzazione del lavoro.

A proposito di lavoro, il referendum punta ad estendere l’articolo 18 anche ad associazioni come l’Arci, ai partiti, ai sindacati. E ormai è prevalente l’uso dei co.co.co., contratti pesantemente scoperti sul piano dei diritti, e ai quali credo anche voi facciate ampio ricorso. Come vi ponete rispetto ai cosiddetti «atipici»?

L’Arci ha firmato un contratto con Cgil, Cisl e Uil proprio per dotare i propri co.co.co. di maggiori diritti: è il primo caso in Italia che riguardi una realtà così vasta e rappresenta un progresso notevole. Noi facciamo uso dei contratti parasubordinati per tutti quei lavori che presuppongano un progetto a termine, e d’altra parte gli stessi dirigenti, consci del proprio ruolo temporaneo, hanno fatto la scelta di essere contrattualizzati come co.co.co. per non caricare eccessivamente l’associazione. Siamo per la difesa di tutto il mondo del lavoro: la scelta del sì al referendum va in questa direzione, come l’attenzione che abbiamo dimostrato verso le nuove forme di lavoro, gli «atipici» appunto.

Tornando all’articolo 18, come vi impegnerete per la vittoria del sì?

La posizione nazionale è stata espressa, adesso a muoversi saranno soprattutto le sedi locali. L’Arci è diffuso capillarmente nel territorio, e le differendi sedi decideranno iniziative proprie. Noi della Toscana, ad esempio, pensiamo di entrare nei comitati referendari, per collaborare dall’interno alla campagna. Di solito lavoriamo nel rapporto con la gente, con la società. Il nostro modo di fare «politica» si basa, come dicevo prima, sulla partecipazione e sull’idea che i diritti, e tra questi quelli del lavoro, siano la vera base della cittadinanza.