“Intervista” L.Sita: «Coop non più rosse ma diverse»

12/02/2007
    domenica 11 febbraio 2007

    Pagina III – Cronaca Bologna

    Coop a congresso
    «Non più rosse
    ma ancora diverse»

      Luciano Sita: «Rispetto alle altre imprese
      dobbiamo tenere fermi valori e solidarietà»

        di Antonella Cardone / Bologna

        MARCHIARE COME «ROSSE» le cooperative è sintomo di «una profonda ignoranza e di superficialità», perché la «nostra realtà è fatta da milioni di soci che non hanno etichette, e si ritrovano solo nel comune obiettivo di sviluppo e solidarietà sociale». «Coop rosse» è una «definizione riduttiva, che non ha più senso» e chi la usa fa «il gioco di chi vuole sminuire il nostro valore economico». Luciano Sita, classe ’42, meglio di chiunque altro può spiegare quello che sta accadendo alle coop. È stato tra i principali fondatori del Conad, ed è membro sia della direzione nazionale di Legacoop che del consiglio regionale di Confcooperative.

        Sita, che sta succedendo? Ormai ragionate come imprese capitalistiche.

          «No, una differenza fondamentale c’è: le cooperative devono affrontare la concorrenza tenendo fermi i propri valori, ossia la partecipazione dei soci, il mutualismo, la solidarietà, la reputazione e la responsabilità sociale. Valori che vanno coniugati con lo sviluppo economico, perché senza efficienza non c’è solidarietà. È un connubio non nuovo, ma che ora emerge più chiaramente perché il mercato sempre più globalizzato pone nuove sfide, che possiamo affrontare solo accelerando il nostro processo di crescita e di aggregazione».

          Non c’è il rischio di ridurre le dichiarazioni etiche a poco più che souvenir?

            «No, insisto sui valori perché ho avuto la fortuna di fare il presidente del consorzio Granlatte fin dagli anni Settanta, anni in cui, più di ora, avevano senso le etichette colorate. Eppure proprio quello di Granlatte è esempio concreto di unità della cooperazione "bianca" e "rossa", dove l’identità cooperativa non si è snaturata né annullata, perché l’obiettivo è chiaro e condiviso: costruire una società più giusta e più equa. Mentre Conad, che nasceva dall’esperienza delle piccole botteghe sotto casa dove avevi la certezza di non farti truffare e ora è il secondo gruppo distributivo italiano, è archetipo della stessa storia, di valore e di potenza, della cooperazione tutta».

            A suo giudizio i valori cooperativi si possono insegnare ai vostri futuri manager come fossero ragioneria o analisi matematica?

              «Non sempre la cultura cooperativa si può trasmettere ai nuovi dirigenti in modo spontaneo. Per questo può essere molto utile avere sedi dove la formazione economica sia arricchita da studi sulla cooperazione. Ma ancora più utile è che la cooperazione non si chiuda in se stessa, pensando di costruirsi in casa tutte le professionalità che le servono. Bisogna aprirsi ai manager che vengono da fuori, anche dalle aziende private».

              Lo dicono tutti, ma a parte l’Unipol, i dirigenti delle altre coop sembrano poco vogliosi di adeguarsi.

                «Il tema della governance noi ce lo poniamo ben prima del caso Unipol. E ora è il momento di adottarlo in concreto».

                Come ha fatto lei lasciando la presidenza del consorzio Granlatte?

                  «Credo che i dirigenti debbano essere i primi ad adottare questi principi di governance, io sono uscito dopo 16 anni, anche troppo tardi. Ma vedrà che, con tutta la cautela e la gradualità necessaria, quando si decideranno regole chiare, ad esempio lasciare dopo tot mandati, le cose cambieranno».