“Intervista” L.Scimia (Covip): Italia spaccata in due sull’integrativa

17/12/2004


             
            venerdì 17 dicembre 2004

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            Il presidente Covip, Scimia, traccia il quadro della previdenza complementare in attesa dei decreti.
            Italia spaccata in due sull’integrativa
            Al Nord pronti a investire. Il tfr del Sud rischia il fondo Inps

            Alessandra Ricciardi

             
            Italia spaccata in due sulla previdenza complementare. Il Mezzogiorno rischia di restare indietro rispetto al resto del paese anche sul fronte della riforma Maroni. ´Ci attendiamo che i lavoratori del Nord sappiano come investire dal 2005 il proprio tfr, scegliendo tra fondi negoziali e fondi aperti. Al Sud, invece, la consapevolezza del mercato e il livello di conoscenza della normativa sono indubbiamente più bassi’. Una situazione che dovrebbe far sì, anche grazie al meccanismo del silenzio assenso previsto dalla riforma Maroni, che molti dipendenti si ritrovino con la loro liquidazione investita nel fondo previdenziale residuale dell’Inps. ´Serve un’informazione capillare’, dice a ItaliaOggi Luigi Scimia, presidente della Covip, la commissione di vigilanza sui fondi di previdenza complementare, ´altrimenti confermeremo un’Italia a due velocità’. Sarebbe uno dei tanti problemi dell’avvio della previdenza complementare, il secondo pilastro pensionistico che dovrebbe consentire di riequilibrare la pensione obbligatoria, recuperando il 40% che si perderà nel passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo.

            Domanda. Il passaggio al contributivo è già avvenuto. Per la previdenza complementare, invece, in Finanziaria non ci sono gli stanziamenti necessari. Che si fa, salta tutto?

            Risposta. Basterebbero 40/50 milioni di euro per coprire l’avvio della previdenza complementare nel 2005. I decreti attuativi della Maroni ci saranno non prima di marzo, poi scatteranno i sei mesi di tempo per il consenso/assenso dei lavoratori. E quindi, sarebbero solo tre o quattro i mesi per i quali le imprese rischiano di perdere la gestione del trattamento di fine rapporto. Le risorse necessarie a compensare le perdite subite delle imprese sarebbero davvero poche.

            D. E allora, perché in Finanziaria quelle somme non ci sono, nonostante le richieste del ministro del lavoro, Roberto Maroni, e le rassicurazioni del ministro dell’economia, Domenico Siniscalco?

            R. Non conosco i motivi. So per certo invece, perché lo prevede la legge delega, che gli stanziamenti per la previdenza complementare devono essere indicati annualmente nella Finanziaria. Non è possibile un finanziamento attraverso un provvedimento collegato, a meno che non lo preveda espressamente una norma, sempre della legge finanziaria.

            D. Quanti lavoratori contate di convincere a aderire ai fondi pensione?

            R. Nel giro di tre, quattro anni, dovremmo raggiungere una platea pari al 40% dei dipendenti, un ottimo risultato se consideriamo che a oggi le adesioni sono del 2%.

            D. Perché un lavoratore dovrebbe scegliere un fondo per la gestione del proprio Tfr piuttosto che l’impresa in cui lavora?

            R. Perché i rendimenti medi sono più alti. Per quest’anno, si arriverà al 4% circa, contro il 3,1% che contabilizzeranno i datori di lavoro.

            D. Ma per il rendimento del tfr lasciato alle imprese c’è un minimo garantito dalla legge, per i fondi no.

            R. È vero, sul rendimento dei fondi non vi è certezza, mentre per i datori di lavoro è prevista una redditività dell’1,5% fisso a cui si somma ogni anno il 75% dell’inflazione. Ma, in prospettiva, il fondo è altrettanto sicuro e rende di più. I controlli che noi facciamo servono proprio a evitare titoli spazzatura, mentre il lavoratore può scegliere tra profili più aggressivi, e dunque più rischiosi, oppure più conservativi.

            D. E finora, com’è andata?

            R. Nelle regioni del Nord, i lavoratori sono già abituati a investire, hanno dimestichezza con fondi negoziali, fondi aperti. Non si può dire lo stesso del Mezzogiorno, soprattutto di regioni come la Basilicata e la Calabria.

            D. Non rischiamo di vedere ancora una volta l’Italia divisa in due?

            R. È purtroppo possibile. Anche se il sistema del consenso assenso dovrebbe comunque garantire nei fatti a tutti una seconda pensione.

            D. Una seconda pensione, però, la cui gestione non è stata scelta.

            R. È infatti probabile che si registri proprio al Sud l’afflusso più consistente nel fondo di riserva dell’Inps, studiato appositamente per chi non ha indicato un altro fondo. Ma la seconda pensione è comunque assicurata a tutti. L’importante è che il governo persista sulla strada della riforma. Abbiamo già troppi anni di ritardo rispetto agli altri paesi europei di riferimento, e un ulteriore rallentamento nell’avvio produrrebbe tra 20 anni effetti disastrosi per la tenuta del sistema sociale.