“Intervista” L.Marino: «Il sogno: unificare il movimento»

24/07/2003




        Giovedí 24 Luglio 2003
        Intervista: Luigi Marino


        «Il sogno: unificare il movimento»


        MILANO – Il sogno nel cassetto? «L’unificazione del mondo della cooperazione. Attualmente risulta impossibile, ma rimane un bene assoluto e il tempo può darci ragione». Il contributo di Confcooperative alla rinascita del grande centro di democristiana memoria? «La scelta dell’autonomia è irreversibile. Tornare indietro non si può ed è bene che sia così. Certo noi siamo per la moderazione in un Paese che continua a preferire le sfumature all’alternativa tra il bianco e il nero». Cirio? «È un grande marchio e sarebbe un errore grave buttarlo via. Per il momento siamo in attesa, che non significa essere indifferenti». Luigi Marino è il leader indiscusso e carismatico di Confcooperative, saldamente alla guida dell’organizzazione dall’inizio degli anni Novanta. E, nonostante la tentazione di sperimentarsi su altri terreni, punta a restarci. Almeno per il momento.
        È vero che ha salvato il mondo cooperativo finito nel mirino del governo Berlusconi?
        Più che il presidente ha contato l’organizzazione, rafforzata dalle scelte di autonomia e pluralismo che hanno permesso di recuperare piena credibilità dopo la crisi seguita al crollo della Prima Repubblica. Così è stato possibile dare un contributo importante per modificare la versione iniziale di molti provvedimenti decisivi per la vita delle cooperative.
        Come siete riusciti a sopravvivere senza Dc?
        I dirigenti di Confcooperative non sono mai stati scelti in Piazza del Gesù, ma certo le cooperative bianche avevano la Dc come riferimento e dopo la sua caduta il passaggio è stato spinoso. Il crollo di credibilità è stato drammatico. Ricordo anni molto, molto duri. Anche perché ha pesato una seconda crisi: le difficoltà economiche gravi di due pilastri fondamentali del sistema cooperativo come il settore agricolo e le costruzioni. Il passaggio, a parte Tangentopoli che ha soltanto lambito le cooperative bianche, è stato da un’epoca in cui aiuti e provvidenze non mancavano a un’altra in cui la grande voragine del debito pubblico ha reso necessario contare soltanto sulle nostre forze. Era in gioco la sopravvivenza stessa del sistema cooperativo ma, alla fine, il movimento si è salvato. E ha potuto salvarsi avendo raggiunto l’equilibrio economico.
        È ottimista sul futuro?
        Nonostante la crisi economica vedo le cooperative aumentare di numero, crescere di fatturato e guadagnare quote di mercato, sempre più competitive. Per questo sono convinto che resteranno una forza portante della democrazia economica. Sia in settori marginali dove le aziende capitalistiche non ritengono d’investire sia in quelli tradizionali.
        Lei è stato uno dei sostenitori più convinti dell’unità del mondo cooperativo. Si è rassegnato a vederlo diviso?
        Attualmente l’unificazione risulta impossibile. Soprattutto perché siamo divisi nelle scelte politiche. Noi, per esempio, non ci riteniamo schierati a priori in campo riformista, contro il governo. Così come, del resto, non ci riconosciamo automaticamente con la schieramento conservatore. La nostra regola di comportamento è chiara: fare l’interesse dei soci. Ciò non toglie che l’unità del movimento cooperativo è un bene assoluto. E non mi lascerei sfuggire la possibilità di tirare fuori dal cassetto il grande disegno che lo rafforzerebbe in misura determinante. E so che anche nella Lega c’è chi la pensa come me. Chissà, il tempo può darci ragione.
        Nell’attesa Confcooperative può essere il polmone finanziario per la riunificazione del grande centro ex democristiano?
        No. La scelta dell’autonomia è irreversibile. Tornare indietro non si può ed è bene che sia così. Tuttavia i punti di contatto sono numerosi. In particolare noi siamo per la moderazione in un Paese che, secondo tradizione, continua a preferire le sfumature all’alternativa tra il bianco e il nero, che preferisce le punte arrotondate agli angoli.
        I rapporti con la Compagnia delle opere risultano più freddi di un tempo. Perché?
        Loro sono alla ricerca di una spazio squisitamente sindacale. Ed è legittimo. Comunque, buona parte delle cooperative della Cdo aderisce a Confcooperative e i rapporti restano intensi anche se quel movimento insegue il disegno della cosiddetta impresa sociale, che resta un sogno mentre le cooperative sono una realtà molto concreta. Per quanto mi riguarda spero che il dialogo diventi sempre più proficuo. Le banche di credito cooperativo hanno un ruolo chiave nel sistema? Ci sono comunanza di ideali e intrecci concreti, ma la collaborazione deve aumentare. La prossima fase del movimento necessita di una struttura bancaria e finanziaria forte a sostegno delle cooperative. E le banche di credito cooperativo hanno le carte in regola per essere sempre di più un sostegno adeguato allo sviluppo. Oggi lo sono soltanto in parte. Il primato nell’agroindustria verrà consolidato grazie alla Cirio? Sarebbe un errore grave buttare via Cirio, soprattutto il marchio Cirio. Per il momento siamo in attesa, stiamo aspettando gli sviluppi degli interventi di salvataggio, che non significa essere indifferenti.

        F.TA.