“Intervista” L.Gallino: «Questa riforma non funzionerà»

03/11/2003

domenica 2 novembre 2003

 
 
Pagina 7 – Cronaca
 
 
L´INTERVISTA
Luciano Gallino insegna sociologia all´Università di Torino: "La parola chiave è flessibilità"

«Le imprese puntano sui giovani questa riforma non funzionerà»
          l´alternativa Ci vogliono forme di transizione morbide, ma qui la cultura del part-time non c´è


          ROMA – «Una cosa deve essere chiara: gli incentivi non sono un regalo, ma un prestito a interesse. La decisione di accettarli o meno risponde allo stesso meccanismo con cui si sceglie di comprare un´automobile o una lavatrice. E i cittadini questi calcoli li sanno fare: per questo non comprendo l´ottimismo di Maroni». Luciano Gallino, ordinario di sociologia all´università di Torino, è scettico sull´efficacia del bonus promesso dal governo. Se il ministro del Welfare confida di trattenere al lavoro il 70% di quelli che, da qui al 2008, avranno diritto alla pensione di anzianità, il professore avanza perplessità. Cifre alla mano. «Ogni anno in più che si rimane al lavoro, si rinuncia a maturare due punti percentuali di tasso di sostituzione, che è il rapporto tra la pensione che si riceverà e la retribuzione media degli ultimi anni lavorativi. Oggi il tasso è pari al 68%, e la tendenza è in costante diminuzione».
          Tradotto in termini più brutali?
          «Chi sceglie i soldi dell´incentivo, "pochi maledetti e subito", rischia di ritrovarsi poi con pensioni molto ridotte».
          A chi può convenire questa scelta?
          «Credo a pochi. Non certo ai più giovani che, avendo maturato presto i requisiti per l´anzianità, hanno ancora molta vita davanti. Proprio quelli che con la riforma si cerca di trattenere più a lungo».
          Oltre ai pensionati più giovani, chi altro rinuncerà senza rimpianti al bonus?
          «Gli appartenenti a categorie socialmente sottovalutate. Gli insegnanti sono un esempio: svolgono un ruolo fondamentale, lavorano molto, eppure sono pagati malissimo. Con questi presupposti, mi sembra difficile convincerli a rimanere».
          Quali sarebbero, a suo parere, incentivi più efficaci?
          «Più che singole misure, sarebbe necessaria una diversa organizzazione del lavoro, che consenta di mantenere aggiornate le competenze dei lavoratori maturi e valorizzare la loro professionalità. Invece oggi, per tagliare sui costi, le imprese preferiscono investire nella formazione dei giovani».
          Come si concilia questa strategia con gli appelli del governo?
          «Non si concilia. È un problema culturale: c´è una logica della società e una delle imprese. Così, mentre la vita media delle persone si allunga spostando in avanti la soglia della vecchiaia, per le imprese il lavoratore inizia a essere vecchio sempre prima».
          Bisogna rassegnarsi all´idea di un gran numero di pensionati dinamici ma inattivi?
          «Non credo. Una persona in buona salute, che ha competenze professionali, qualcosa da fare la trova sempre. Soprattutto nell´ambito dell´economia informale, quella che impropriamente si continua a chiamare sommersa, pur non avendo più nulla di clandestino. Anzi, in tutto il mondo è la forma di lavoro in maggiore crescita. Del resto in Italia le due più recenti riforme, pensioni e mercato del lavoro, non fanno che alimentare ulteriormente la spinta all´informalità».
          Quindi molti dei giovani pensionati continueranno a lavorare?
          «La maggior parte. E non solo per questioni economiche. Il momento della pensione rimane un trauma forte, tanto più se riguarda il capofamiglia. Innesca un problema di perdita di identità, di status. Per questo la spinta a lavorare, e la possibilità di farlo con orari e a condizioni più flessibili, non viene meno. Anche in presenza di pensioni più che dignitose».
          Esiste una ricetta per rendere più digeribile l´uscita dal mondo del lavoro?
          «Certo: le parole chiave sono volontarietà e gradualità. Bisogna lasciare al lavoratore la libertà di decidere quando smettere, e pensare forme di transizione più morbide verso la pensione. Ma la cultura del part-time in Italia non ha attecchito».
          Modelli esteri a cui richiamarsi?
          «In Germania, ancora prima dell´età pensionabile, il lavoratore maturo ha diritto a una riduzione di ore di lavoro a parità di salario. Ma i tedeschi sono all´avanguardia nel campo della flessibilità».
          Una previsione secca: pensa che la riforma arriverà intatta alla scadenza del 2008?
          «Impossibile a dirsi, e non solo perché di mezzo ci sono le elezioni politiche. Comunque, ne dubito. Ma un miracolo questa riforma, pur entrando a regime solo tra 5 anni, lo ha già fatto: ha ricompattato i sindacati su un tema che li aveva visti spaccati. Un capolavoro».
          (ni.ghi.)