“Intervista” L.Gallino: «Orari lunghi, sconfitta della globalizzazione»

26/07/2004

 
Domenica 25 Luglio 2004

Intervista all’economista Luciano Gallino: «Quanto accade in Francia e Germania rappresenta un regresso rispetto a una tendenza storica»
«Orari lunghi, sconfitta
della globalizzazione»
Professor Luciano Gallino, stiamo assistendo a un fenomeno strano: è come se all’improvviso le lancette della storia si fossero messe a girare all’indietro. In Francia e Germania, paesi pionieri nell’adozione delle 35 ore, ci sono aziende che recentemente sono riuscite a imporre accordi ai sindacati per aumentare l’orario a parità di salario. Decisiva è stata la minaccia della chiusura degli stabilimenti e del trasferimento delle produzioni in Cina o in India. Che sta succedendo?

Sicuramente siamo in presenza di un regresso, non soltanto rispetto alla legge francese e alle esperienze di alcune aziende tedesche ma rispetto alla tendenza storica alla riduzione dell’orario cominciata nel dopoguerra e che ha caratterizzato soprattutto gli anni ’80. In 30-40 anni in Italia l’orario di lavoro annuo è sceso da 1900 a poco più di 1600 ore. Che adesso gli orari tornino a aumentare, per di più a salario costante, è chiaramente un regresso. Per di più c’è questa componente molto sgradevole che è l’alternativa: o si aumenta l’orario o si delocalizza, e quindi si perdono posti di lavoro. Un aut-aut che mi pare piuttosto brutale. Come questo possa essere presentato da qualcuno come una forma di modernizzazione mi sfugge, perché questa è chiaramente una inversione del progetto moderno.


Sta di fatto che l’Europa sembra impreparata ad affrontare la globalizzazione. Nel contesto della competizione internazionale, l’elemento di forza delle economie più avanzate non dovrebbe essere quello di poter contare su tecnologie più moderne, in grado di garantire alti livelli di produttività e qualità dei prodotti? Forse non si è investito abbastanza su questo versante?

Sicuramente questo è uno dei fattori che pesa in negativo per l’Italia, paese che paga il ritardo nell’innovazione tecnologica e di prodotto determinato dall’avere puntato tutto o quasi sulla riduzione del costo del lavoro. Ciò non vale tuttavia per Francia e Germania. Il problema, certamente serio, è che non solo la Cina ma anche l’India stanno cominciando a utilizzare tecnologie avanzate e prodotti innovativi. Quindi la loro concorrenza non riguarda più solo il costo del lavoro, anche se rimane la componente dominante. L’India è il primo produttore di software del mondo e anche di software sofisticato.


Allora non c’è alternativa all’allungamento dell’orario? Il progresso non doveva servire a liberare l’uomo dal lavoro?

In Francia e Germania il costo del lavoro è superiore rispettivamente del 20% e del 40% rispetto a quello italiano. Nell’industria dell’auto tedesca i salari sono addirittura il doppio rispetto ai nostri. Un conto quindi è chiedere sacrifici a chi guadagna 2500 euro netti al mese, un conto è chiederli in Italia, dove il salario netto se va bene è di 1200 euro. Certo, bisogna ripensare l’intera questione sul piano mondiale, anche se è difficile. Qui sicuramente siamo di fronte a un regresso storico e siamo anche di fronte alla sconfitta della globalizzazione.


In che senso?

La globalizzazione doveva portare crescita economica per tutti, incrementi diffusi dei salari, aumento del’occupazione. E invece sta producendo il contrario, ha creato un mondo sempre più disomogeneo, contraddittorio, polarizzato.


Non c’è stato un deficit della politica nel governo di questi processi?

Tra la globalizzazione come processo economico e i suoi effetti ci sono due grandi variabili: le condizioni storiche di partenza e l’intervento dello Stato. Quando si sostiene che non si può procedere a attività redistributive, che bisogna sacrificare la scuola, la sanità, la cultura alla competitività, allora la colpa di quanto accade è delle dimissioni dello Stato davanti alle sfide della globalizzazione. In Italia dobbiamo pensare a redistribuire diversamente i benefici derivati dalla crescita economica. Non certo con una riforma fiscale come quella prevista dal governo italiano, che sposta ulteriormente quote di prodotto interno lordo dai salari ai profitti e alla rendite.

Roberto Farneti