“Intervista” L.Gallino: «Ora serve una politica industriale»

08/09/2005
    mercoledì 7 settembre 2005

    pagina 2

      PUNTO E A CAPO
      intervista

        Gallino: «Ora serve una politica industriale»

          Intervista al sociologo. Il prossimo governo non potrà soltanto «affidarsi al mercato» e sperare che vada tutto bene

            SARA FAROLFI

              «Non esiste nessun paese avanzato in cui i poteri per una politica industriale siano così frammentati e incoerenti come in Italia. E’ quanto mai urgente ridare oggi allo stato un ruolo di coordinamento e di impegno per una nuova politica industriale, anche rivalutando le componenti migliori dell’esperienza delle partecipazioni statali». La politica economica sarà elemento cruciale della sfida di governo a cui si prepara il centro sinistra. Ne parliamo con Luciano Gallino, sociologo, autore, fra l’altro, del saggio «La scomparsa dell’Italia industriale», che ha segnato il dibattito sul «declino» negli ultimi due anni.

                Serve un nuovo ministero, come ha detto a Corviale sollevando alcune polemiche?

                  Nella replica l’ho detto. Può essere che non serva un nuovo ministero, quello che però serve in Italia è uno strumento che abbia competenze e poteri per fare una politica industriale che oggi non esiste, mentre c’è in tutti gli altri paesi europei.

                    Pensa al modello francese?

                      Quello francese è un modello che merita un’attenzione ravvicinata per capire ciò che è stato fatto negli anni scorsi, e ciò che un governo di destra sta facendo ora con la creazione dell’agenzia per l’innovazione industriale e, ultimissima, la creazione di 67 poli di competitività, ossia distretti industriali.

                        Prodi a Cernobbio ha espresso qualche perplessità sulla possibilità di praticarlo in Italia. «Meglio premi diretti a chi fa ricerca», ha concluso.

                          Non vedo nulla di così stravagante nel modello francese. La politica industriale è fatta di scelte, difficili politicamente ma necessarie. E poi bisogna uscire dalla prospettiva emersa anche a Corviale per cui si propongono incentivi e poi si vede che risultati danno: è come innaffiare un campo e aspettare che cresca qualcosa. E’ necessario invece selezionare delle piante che abbiano un’effettiva capacità di crescita e lì spendere tutte le cure necessarie.

                            Una politica dei distretti basata sulle piccole medie imprese?

                              In Italia sono scomparse molte delle grandi imprese, mentre quelle piccole sono diventate sempre più piccole: fino a trent’anni fa contavano in media 20 addetti, che è una misura accettabile, ora ne hanno in media 6. E’ chiaro, d’altra parte, che i giganti da 30 o 50 mila dipendenti non si fanno per decreto, e tenga presente che alcuni di questi sono stati smantellati con il meccanismo delle privatizzazioni. Una strada dovrebbe essere quella di integrare e consorziare le piccole imprese distribuite sul territorio, non con la buona volontà, ma attraverso metodologie organizzative che le rendano altrettanti reparti di un azienda. Ma, ripeto, occorre fare delle scelte.

                                Quali?

                                  In alcuni settori l’Italia rimane forte: le macchine utensili ad esempio, i sistemi per l’automazione industriale, che sono ancora molto usati in America, ma anche l’acciaio e gli elettrodomestici. Invece di 200 distretti potremmo cercare di averne la metà, o meno. Ma ogni volta che si parla di questo, anche a sinistra si paventa il ritorno delle partecipazioni statali. Bisogna avere poca fantasia e non essersi guardati abbastanza in giro. Politica industriale significa anzitutto capacità di coordinamento delle energie che ci sono. Poi si tratta di scegliere, ma non dall’alto: si potrebbe pensare a delle agenzie che operino sul territorio insieme a enti locali, imprese e sindacati, formulando progetti tra cui poi si sceglie. Gli incentivi a pioggia, invece, sono la ricetta per un’inefficacia garantita della politica industriale.

                                    Dunque nemmeno per l’Irap?

                                      No, io sarei per riduzioni incentivanti di tipo selettivo. Come accade in Francia, dove gli sgravi fiscali non vanno alle imprese che faranno innovazione, ma a quelle che si occupano di software, elettronica e telecomunicazioni, ad esempio.

                                        E la formazione? Prodi parlava l’altro giorno di «favorire le scuole tecniche anche con provvedimenti impopolari».

                                          Anche qui il nodo è politico. Non credo porti da nessuna parte incentivare genericamente la formazione superiore. Non si tratta di spingere "dal di sotto" la produzione di laureati in materie scientifiche, il cui numero peraltro è stato dimezzato negli ultimi anni, ma di incentivare "dal di sopra" lo sviluppo di attività di ricerca innovative. Poli di competenza o distretti tecnologici dovrebbe significare anche questo.

                                            Rutelli ha detto che serve più stato e più mercato…

                                              Che ci sia bisogno di più mercato in diversi settori è fuori dubbio, si tratta di vedere quali però. Le privatizzazioni finalizzate al mercato in settori quali i trasporti pubblici, la sanità e altri servizi essenziali non funzionano. Nella maggior parte dei casi il privato finisce per fare lo stesso servizio ad un prezzo maggiore; in molti casi, e la Gran Bretagna è significativa, fa un servizio peggiore ad un costo superiore. Questa è la trappola che la mano pubblica dovrebbe evitare.

                                                Non è ancora chiara la posizione del centrosinistra sulla legge 30.

                                                  Sul fatto che vada abolita non c’è alcun dubbio. Una politica industriale però potrebbe ragionare anche sull’inserimento di principi di responsabilità economica, sociale e ambientale nelle strutture di governo delle imprese. Delle rendicontazioni stabilite per legge, sulla base delle quali istituire meccanismi premiali.

                                                    A Corviale si è discussa anche l’ipotesi dello stato azionista della Fiat…

                                                      Di certo non possiamo permetterci di perdere il settore dell’auto, ma in quel caso si parlerebbe di molti soldi, troppi credo. Considerando il debito pregresso, gli investimenti in ricerca e sviluppo, la necessità di nuovi stabilimenti e quella di ristrutturazione della rete del marketing, si può parlare di una decina di miliardi di euro. Se lo stato diventasse azionista, poi, dovrebbe avere voce nel governo dell’impresa, e far convivere manager pubblici e privati nella stessa azienda è un nodo politico e tecnico difficile da sciogliere. Questo non significa respingere l’idea a priori, ma mostrarne la complessità.