“Intervista” L.Gallino: Ma la settimana più corta è una conquista

12/07/2004


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 Intervista a: Luciano Gallino
       
 

 

12 Luglio 2004

In Europa sta diminuendo il dumping sociale, ormai i salari aumentano anche nei Paesi dell’Est
Ma la settimana più corta è una conquista


MILANO La vicenda della Siemens è un po’ come la situazione del bicchiere mezzo vuoto: volendo lo si può vedere mezzo pieno. E questo sembra il parere di uno studioso di lungo corso come Luciano Gallino, sociologo del lavoro torinese.

Dunque secondo lei, professor Gallino, quello della Siemens che mette sul piatto l’allungamento degli orari di lavoro in cambio della rinuncia a delocalizzare uno stabilimento in Ungheria non sarebbe un ricatto ai sindacati?

«A ben guardare non è una vicenda così negativa, perché tutto sommato l’azienda quella proposta poteva anche non farla. Finora quando hanno deciso di trasferire la produzione in paesi dove il lavoro costa meno, gli imprenditori lo hanno semplicemente fatto, senza consultare nessuno. Magari con la precisa intenzione di passare, in un momento successivo a un terzo paese dove i costi possono essere ancora inferiori. Dalla Germania alla Romania,dalla Romania alla Moldavia e così via».


E allora perché, secondo lei, una multinazionale come la Siemens ha deciso di fare quest’offerta ai sindacati?

«Perché, credo, che nell’economia europea globalizzata stia succedendo qualcosa: i salari crescono anche in paesi finora a basso costo del lavoro, e torno a fare l’esempio della Romania, quindi il vantaggio da dumping sociale si riduce un po’; se a questo si aggiunge che spesso in certe situazioni territoriali e sociali anche la produttività è inferiore, allora ecco che alle aziende può risultare più conveniente tornare a giocare le loro carte a un tavolo di contrattazione interno».


Ma in Europa si può cogliere un’inversione di tendenza nelle politiche sugli orari di lavoro?

«Nelle aziende che operano nei settori che tirano di più gli orari sono già più lunghi: diciamo tra le 39 e le 42 ore settimanali in media. Tra l’altro questo è uno dei canali delle retribuzioni in nero, quindi possiamo ritenere che l’aumento delle ore lavorate ufficialmente sia anche il sintomo di emersione dalla zona grigia del lavoro. Ma nell’insieme siamo al di sotto di una media di 1.700 ore annue».


E il sogno delle 35 ore che fine ha fatto?

«Dopo aver riscosso un discreto successo in Francia si direbbe che sia stato posto in secondo piano da esigenze economiche e produttive. Però si è dimostrato uno strumento in grado di rivalutare la qualità della vita delle persone, in Francia gli indicatori di questo sono stati molti e chiari. A partire dal Tgv Parigi-Marsiglia, che al venerdì pomeriggio ha iniziato improvvisamente a riempirsi come mai prima».


Già, ma di fronte alle esigenze della produzione la qualità della vita dei lavoratori passa inevitabilmente in secondo piano.

«È sbagliato, ma è così. Bisognerebbe essere capaci di evitare questa contrapposizione attraverso politiche complesse, sebbene mi rendo conto che in questo scenario globalizzato tutto è più difficile. Però quando sento parlare certi economisti mi sembra di riascoltare concetti del più profondo determinismo marxista degli anni ‘50: pare che di fronte alla struttura dell’economia non ci sia nulla che si possa fare e che tutto sia immanente».


E invece ci sono gli spazi per interventi migliorativi?

«Qualcuno ci prova. Per esempio, sempre in Germania, i produttori di automobili si sono dati un programma ambizioso: aumentare la produttività del 30% entro il 2008-2010. E lo hanno chiamato “Progetto 767.939”, cioè come il numero complessivo degli addetti del settore. Gli industriali dell’auto, insomma, puntano all’aumento di produttività senza diminuire il numero dei lavoratori, e non lo fanno certo per beneficenza, ma perché hanno pensato che si possa fare. Ecco, mi piacerebbe che anche in Italia qualcuno iniziasse a ragionare in questi termini, magari in questo nuovo clima tra sindacati e Confindustria è possibile. Oppure potrebbe essere il centrosinistra che si candida a governare a investire su qualche alzata d’ingegno, che alla fine fa la differenza tra i paesi più avanzati».
gp.r.