“Intervista” L.Gallino: L’insicurezza è frutto di un welfare debole

09/12/2003



 Intervista a: Luciano Gallino
       
 




Intervista
a cura di

Aldo Varano
 

06.12.2003
«L’insicurezza è frutto di un welfare debole»

ROMA Mette le mani avanti Luciano Gallino, professore emerito a Torino e uno dei più prestigiosi capiscuola della sociologia italiana: niente giudizi improvvisati sul rapporto Censis. Invece sul senso
di insicurezza che, lo confermano le ultime ricerche del Centro Studi Investimenti Sociali, avvolge sempre più pesantemente gli italiani, è possibile una prima interpretazione.
L’insicurezza è figlia della globalizzazione o ha radici soprattutto italiane?
«Direi che i due aspetti s’intrecciano. Moltissime famiglie e persone in questi anni hanno fatto
l’esperienza del lavoro che si perde improvvisamente, che è diventato precario o discontinuo. Si tratta di italiani che non conoscevano questa condizione. Questo fa atteggiamento generale, opinione pubblica. Tutti comunichiamo con tutti
attraverso una molteplicità di canali. Quindi, anche quando non si è direttamente toccati, vedere o sentire di fabbriche che chiudono, di posti che si perdono, di giovani di 35 anni che non trovano più lavoro, crea una insicurezza diffusa».
Un’insicurezza sociale ed economica che si riflette anche nella paura della criminalità
e dei furti?
«Sì. Sono stati d’animo che hanno una portata generale. Nascono anche di riflesso. E’ un fenomeno storico ricorrente. Nascono sul terreno duro, diretto e tangibile dell’economia, in particolare del reddito. Ma il fondo delle emozioni, dei sentimenti, degli atteggiamenti e dell’intrico delle insicurezze si riverbera sul resto. Le radici del fenomeno sono ben definite ma poi si estendono a campi in cui sembrano meno giustificate».
Professore, lei dice globalismo. Ma perché, come dice il Censis, gli italiani che si sentono sicuri sono l’11 per cento invece gli europei balzano
al 21. Un gap consistente. La globalizzazione vale di più per noi?
«Intanto, altre economie, soprattutto quelle dei nostri grandi vicini come la Francia e la Germania sono più robuste. Secondo, lì lo Stato sociale è più robusto. Offre maggiori tutele, previdenza e anche sostegno alle famiglie. La scarsa tutela delle famiglie è un
problema del welfare state italiano rispetto a Germania e Francia. Ricondurrei a questi punti la differenza. Economie più solide con salari ben più alti, fino al 40 per cento».
In controsenso rispetto al crescere della paura, l’Italia ha la sensazione che il peggio sia alle spalle. C’è una ricerca di una migliore qualità
della vita, attenzione per valori meno rampanti, ci si occupa di più degli altri. De Rita dice che sono tendenze che potrebbero scardinare vecchi modelli politici come il "berlusconismo". Condivide?
«Il berlusconismo è il riflesso di speranze malriposte e malcollocate: l’arricchimento facile, il sottrarsi alla legalità. Lascerà macerie. Il convincimento che le leggi si possono aggirare e disattendere, perché tanto non ci sono le pattuglie sulle strade e poi comunque arriverà un condono. Il fenomeno esisteva già. Berlusconi l’ha esasperato».
Se invece dovesse trapelare maggiore attenzione e rispetto per le regole potrebbero nascere una crisi del berlusconismo?
«Casomai ci sarà il problema di liberare il paese dalle macerie. Credo che ormai si possa parlare del bisogno, per il dopo Berlusconi, di una vera e propria ricostruzione morale del nostro paese».
Come appare questo paese, a prescindere dal Censis, a un sociologo che lo studia?
«Un paese in cui sono mancati molti aspetti della modernizzazione. Non intesa come flessibilità nel
lavoro o rottura di lacci e laccioli per le imprese e altre banalità del genere. Modernizzazione delle infrastrutture, delle professioni, del sistema della formazione in generale. Abbiamo forze di lavoro che
sono quelle professionalmente meno formate in tutta l’Ue. Modernizzazione significa mercati autentici
e non passaggi da monopoli privati a monopoli pubblici o viceversa».