“Intervista” L.Gallino: «La priorità è aumentare i salari»

20/01/2004


 Intervista a: Luciano Gallino
       
 



Intervista
a cura di

la.ma.
 

martedì 19 gennaio 2004
«La priorità è aumentare i salari»
Il sociologo Luciano Gallino: cresce il lavoro precario e scarsamente qualificato

MILANO Politiche industriali allo sbando in uno scenario in costante declino. Professor Gallino, da che cosa si parte? Dalla formazione?
«La questione della formazione è una delle nostre debolezze più gravi. Si parla di tutto e non si punta
l’attenzione sulla formazione. Eppure, da più di dieci anni gli immatricolati in materie scientifiche, chimica, fisica, nelle materie ingegneristiche, sono in costante diminuzione. Dieci anni fa gli immatricolati erano 94mila, alla fine degli anni Novanta si sono ridotti a 32mila. I laureati non
arrivano al 50% rispetto agli altri Paesi europei. Più in generale: nel 2001, gli ultimi dati disponibili, il 47% del totale degli occupati non era andato al di là delle scuole dell’obbligo».
Per il sociologo del lavoro Luciano Gallino, docente all’Università di Torino, i nodi principali della crisi
industriale italiana sono due: formazione ai minimi storici, e scomparsa delle grandi imprese, le uniche che sarebbero in grado di realizzare un effetto-traino virtuoso. Nodi che, entrambi, il governo evita accuratamente di affrontare. Gli effetti, negativi, ricadono direttamente sull’occupazione, sia in termini di perdita dei
posti di lavoro, sia di perdita del potere
d’acquisto. Retribuzioni al palo, con un problema sempre più evidente e drammatico di distribuzione dei redditi.
La formazione, dicevamo. Perchè questo calo di laureati in materie scientifiche?
«Perchè il sistema pubblico di ricerca offre pochissimi sbocchi. E anche le aziende, d’altra parte, investono pochissimo in ricerca e sviluppo,
un terzo rispetto ai Paesi avanzati. Morale: il nostro è un Paese di operai, e oltretutto di operai generici,
non specializzati».
In questi giorni dovrebbero passare i decreti attuativi della legge Moratti sulla scuola
pubblica: ulteriori danni in arrivo?
«Non direttamente per il sistema universitario, ma in generale sì. La legge Moratti ridurrà ancor più
l’afflusso di cervelli all’Università. Torniamo agli anni Cinquanta, con le scuole di avviamento professionale e la ricerca di uno sbocco lavorativo
subito dopo il diploma. E poi il governo è riuscito a dare un’altra legnata al sistema universitario».
Quale legnata?
«Parlo del decreto legge sullo Stato giuridico licenziato pochi giorni fa dal Consiglio dei ministri, che soprattutto con i contratti a tempo determinato
introduce forme di precarizzazione dell’insegnamento universitario. Alla fine, l’Università diventerà un secondo lavoro. L’avvocato continuerà a fare l’avvocato, lo psicologo avrà il suo studio, così come l’architetto, e in più insegneranno, solo per un certo periodo, all’Università».
Quali sono gli effetti sul mondo del lavoro?
«Il valore aggiunto è molto modesto. Invece di competere sull’innovazione, si cerca di competere sul costo del lavoro».
Come nel Terzo mondo?
«Certo, come nel Terzo mondo. A parte qualche rara nicchia, come quella delle macchine utensili. Perchè poi c’è un’industria che privilegia le assunzioni di basso profilo, che conta soprattutto sul basso costo del lavoro, con un’organizzazione
fortemente tayloristica. L’obiettivo delle aziende è pagare di meno, e rendere il lavoro sempre più precario e flessibile».
Che altro manca al sistema industriale?
«Le grandi imprese, pubbliche o private che siano. Quelle in grado di trainare le altre, sollecitando investimenti in formazione e sviluppo, ma
anche in termini di capacità di coordinamento
ed organizzazione. C’era la Fiat, la cui portata produttiva è diminuita del 30% negli ultimi anni,
sono rimaste con grandi incognite Eni e Telecom, su cui peraltro pesa un indebitamento colossale. C’era Parmalat…Il sistema non regge senza
grandi imprese. Lo slogan “Piccolo è bello” è costato moltissimo all’Italia».
L’obiettivo è pagare di meno, dice. Il problema dei salari è sempre più evidente.
«Da un lato è cresciuto fortemente l’utilizzo dei contratti atipici, sostanzialmente è cresciuto il numero dei precari. In compenso, le retribuzioni
sono stabili, negli ultimi dieci-dodici anni in termini reali sono aumentate al massimo del 2%. Nello
stesso arco temporale, in Francia, in Germania, nel Regno Unito sono aumentate tra il 4,5% e il 9%. Poi, continuiamo ad avere circa 2 milioni e
mezzo di disoccupati, un dramma soprattutto per il Mezzogiorno e per le donne. Il che rende ancora più evidente il problema della distribuzione dei redditi».
Il prologo a conflitti sociali sempre più aspri, a vertenze sempre più complicate, dagli autoferrotranvieri in poi?
«Temo di sì. Anche perchè la frantumazione delle imprese, con il conseguente moltiplicarsi dei contratti di categoria, rende sempre più difficoltosa la rappresentatività dei sindacati. Qui c’è un intreccio infernale, tra esternalizzazioni, appalti e
subappalti, contratti atipici, che fa perdere rappresentanza al sindacato, ma di cui finiranno per soffrire anche le aziende, che dovranno gestire
centinaia di contratti differenti».