“Intervista” L.Gallino: «La caduta del capitalismo italiano»

29/09/2003



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 Intervista a: Luciano Gallino
       
 



Intervista
a cura di

Oreste Pivetta
 

sabato 27 settembre 2003
«La caduta del capitalismo italiano»

MILANO – Pensioni? Una discussione con il trucco, agitando spauracchi, inventando numeri, occultando le ragioni vere: «Se si cancellassero gli oneri assistenziali, il bilancio dell’Inps sarebbe sostanzialmente in pareggio. Tutti i pericoli che si paventano, la famosa “gobba” che dovrebbe manifestarsi tra venti o trent’anni sono solo espedienti per strappare questa riforme delle pensioni, merce di scambio da usare poi in altri modi e in altri contesti». Lo spiega Luciano Gallino, professore di sociologia, grande analizzatore del sistema industriale in Italia.
Professor Gallino, a proposito di mistificazioni, proprio ieri l’Unità denunciava in prima pagina il doppio gioco di Confindustria: chiede che si alzi l’età pensionabile, mentre le sue grandi imprese, Fiat, Eni, Marconi, Italtel, Teksid eccetera eccetera, fanno man bassa di prepensionamenti per alleggerire gli organici…

«È anche questo il segno della situazione tra mediocre e pessima in cui il capitalismo italiano si è cacciato. Da molti anni ormai ha scelto di competere sul piano internazionale prevalentemente o unicamente in termini di costo del prodotto e quindi di costo del lavoro, piuttosto che sull’invenzione, sull’innovazione, sulle tecnologie sempre più avanzate, come stanno riuscendo egregiamente tedeschi, francesi, inglesi, naturalmente americani… Aver scelto nella gara internazionale questa strada di basso profilo ha condotto le imprese italiane a rivaleggiare ormai con quelle cinesi o con quelle indiane. È un cammino in vertiginosa discesa. Mi pare anzi che la partita sia persa. Se la sfida si ingaggia sul costo del lavoro, il costo del lavoro in Cina è venti volte inferiore al nostro, se si escludono le zone costiere, cospicue ma che comprendono solo il venti per cento della forza lavoro cinese. Se non bastano i cinesi, si possono aggiungere gli indiani e poi i thailandesi e poi gli indonesiani… Come si fa? Il capitalismo italiano si è infilato in un tunnel che ha vie d’uscita assai sgradevoli. O addirittura senza via d’uscita… Dopo aver sbaraccato i centri di ricerca, il nostro capitalismo ha rinunciato all’innovazione del prodotto, con la complicità ovviamente di un governo senza politiche industriali e di supporto per nuovi sviluppi nelle tecnologie di oggi e di domani, che non sono più la cosiddetta ict, information comunication technology, ma le tecnologie ottiche o le nanotecnologie, dove altri paesi stanno compiendo passi da gigante».

Come legge questa insistenza del governo sulla riforma delle pensioni… Berlusconi ripetere che la riforma ce la chiede l’Europa… La riforma delle pensioni non fa cassa…

«Certo, una riforma previdenziale non porta quattrini subito. Ma, come molti sostengono, è una riforma che si presta ad uno scambio, in fondo al quale ci potrebbe essere la possibilità di andare oltre il famoso tetto di Maastrict, il nostro tre per cento di rapporto tra debito e pil. Insomma vendo un tappeto che sarà pronto tra dieci anni, ma intanto mi guadagno qualche soldo da spendere. Speriamo che nel 2006 il governo cambi e che magari la riforma venga modificata o venga accantonata. Però Berlusconi non ha tutti i torti: è vero che l’Europa chiede questa riforma. Se si ha pazienza di leggere i documenti dell’Ocse o quelli dell’Unione europea, la musica che s’ascolta è sempre la stessa: bisogna ridurre l’onere pensionistico, bisogna costruire i due pilastri, cioè il pubblico e l’integrativo privato, e così via… bisogna ridurre la spesa pubblica, bisogna ridisegnare il welfare. L’Unione europea ha scelto questa strada, che è una strada fortemente liberista. Le pensioni sono solo un passaggio. Se si considera però la realtà nostra, se si misurano i dati veri, ci si accorge che non ci sono ragioni per tanto allarme…».

L’accusa all’Italia è di un welfare troppo oneroso. Via con i tagli dunque e con il privato in campo: per la sanità come per le pensioni…
«Non è affatto vero che la nostra spesa sociale sia superiore a quella di altri paesi. Francia e Germania spendono di più. Spende di più la Gran Bretagna. Soprattutto non è vero che il nostro sistema pensionistico costa di più: la riforma Dini ha inciso in modo sensibile, altre riforme non sarebbero necessarie. Resta il fatto che in Italia e in Europa si è affermata la vulgata neoliberista per cui sembra che il problema dei problemi sia proprio questo: comprimere la spesa previdenziale».

Diceva, professore, delle carte truccate. Come?

«Perchè nessuno sembra ricordarlo, ma tanto il trattamento di fine rapporto quanto le pensioni sono semplicemente salari differiti. Se osserviamo i numeri, quelli dell’Ires Cgil, ma anche di dipartimenti universitari molto capaci come Pavia e della stessa Banca d’Italia, si scopre subito che nell’arco di dodici quindici anni i redditi da lavoro dipendente hanno perso tra gli otto e i dieci punti del pil, cioè una somma colossale, sui cento miliardi di euro all’anno, quando il pil italiano è di circa 1200 miliardi, si scopre che i salari sono pressochè fermi (al contrario di quanto avviene in Francia e in Germania), che le pensioni hanno già sperimentato le loro belle decurtazioni, in vari modi, ora ad esempio perchè il loro adeguamento resta al di sotto dell’inflazione, in futuro attraverso l’ampliamento del ricorso al contributivo. Trovo difficile anche solo capire come l’intera discussione sia potuta avvenire senza considerare che i lavoratori hanno già dato moltissimo. Purtroppo mi pare che anche a sinistra la sensibilità non sia molto alta».

Si dice anche: la popolazione invecchia.

«E infatti ci si ripete che se adesso quattro persone lavorano per mantenere un pensionato, tra vent’anni quelle quattro persone saranno diventate due. Come si fa allora a sostenere l’onere di questi vecchi che non si decidono a togliersi di mezzo. È un modo molto triste per trasformare in una colpa una delle conquiste del secolo: viviamo venti o trent’anni più dei nostri nonni. La verità è che la produttività aumenta dell’uno o due per cento all’anno e quindi quei due lavoratori tra vent’anni produrranno molto di più dei quattro di oggi».