“Intervista” L.Gallino: Intanto il lavoro ha meno tutele e meno dignità

14/03/2005
    domenica 13 marzo 2005

    Intervista al sociologo del lavoro Luciano Gallino

    Intanto il lavoro ha meno tutele e meno dignità
    «A un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore la legge 30 non ha prodotto effetti rilevanti. Né per le imprese né per l’economia»

      Angelo Faccinetto

        MILANO La legge 30 che ha riformato, con le sue nuove forme di flessibilità, il mercato del lavoro non ha prodotto vantaggi reali apprezzabili. In compenso ha ridotto il lavoro a semplice oggetto di scambio commerciale, un risultato non accettabile per chi ha a cuore la dignità del lavoro stesso. È questo, in sintesi, il giudizio che il sociologo Luciano Gallino, a un anno e mezzo dall’entrata in vigore della normativa, esprime a l’Unità.

          Professore, sulla legge di riforma del mercato del lavoro è tempo di convegni, dibattiti e, anche, di polemiche. A un anno e mezzo dall’entrata in vigore qual è la sua valutazione del provvedimento?

            «Si devono distinguere due piani. La valutazione sugli effetti reali, concreti, provocati dalla sua applicazione e la valutazione di ordine etico-politico. Per quanto riguarda il primo aspetto ancora non ne sappiamo molto. È in corso una ricerca i cui risultati non arriveranno prima di sei mesi, un anno».

              Qualcosa però si è mosso, per i co.co.co., ad esempio.

                «Sì, il dato più rilevante è l’avvenuta trasformazione delle collaborazioni coordinate continuative in contratti a progetto. Questa trasformazione ha interessato circa la metà dei co.co.co., ma nella realtà non è mutato quasi nulla. Per i vecchi contratti che erano stati redatti a norma di legge, in attuazione dei collegati al “pacchetto Treu”, il nuovo ordinamento non ha apportato novità significative. Mentre per poter dire qualcosa sui contratti co.co.co. usati come paravento per mascherare rapporti di lavoro dipendente – cosa desumibile dal fatto che anno dopo anno venivano stipulati sempre con un unico committente – bisogna attendere i risultati della ricerca. Potrebbero essere ancora contratti finti».

                  Ai tempi dell’approvazione della legge si era posto, con enfasi, l’accento su altri istituti innovativi. Ricordo lo staff leasing, il job on call… Che ne è stato?

                    «Stando ai dati e a quel che si capisce interpellando sindacati e imprenditori, lo staff leasing, cioè la somministrazione di manodopera, non sembra avere finora avuto grande diffusione. Questo anche per il costo elevato che il servizio presenta. Ricordo che, tra l’altro, viene applicata un’aliquota aggiuntiva del 4 per cento che va ad un fondo di compensazione, previsto dalla legge, a favore dei lavoratori. E che l’azienda che somministra lavoro in affitto ha a proprio carico i periodi di disponibilità, quei periodi cioè in cui il lavoratore è in attesa di essere impiegato. Tutte voci di spesa che pesano su imprese che hanno come obiettivo quello di fare profitti».

                      E il job on call, il lavoro a chiamata che già aveva fatto capolino in qualche contratto integrativo?

                        «Nei contratti aziendali finora stipulati in presenza della legge 30 non ha fatto presa. I sindacati sono sin qui riusciti ad ottenere contratti più stabili. Al lavoro a chiamata sono stati preferiti contratti a tempo determinato o contratti di lavoro a progetto».

                          Ecco, come sintetizzerebbe l’atteggiamento sin qui tenuto dal sindacato di fronte alle novità introdotte dalla legge?

                            «Si può dire che i sindacati sono stati abili. Hanno spremuto la legge ottenendone il meno peggio e sono riusciti a contrastarne il peggio».

                              Si può dire che la riforma abbia reso il mondo del lavoro più precario?

                                «Diciamo che la legge 30 ha dato una veste legale alla precarietà. La precarietà esisteva anche prima e prendeva la forma del lavoro sommerso, nero, grigio, irregolare. Il paradosso è che, anziché modificare questo stato di cose – come per un paio di generazioni aveva fatto il diritto del lavoro – la nuova normativa si è limitata a fotografare queste situazioni congelandole. E dando ad esse forma legale. Faccio un esempio: il lavoro intermittente a chiamata c’era già – pensi agli operai edili reclutati all’alba nelle piazze di Torino o Milano – ecco, la legge lo ha legalizzato».

                                  Sul piano etico-politico come ha cambiato l’idea di lavoro?

                                    «Il punto più critico è che, con questa legge, il lavoro diventa oggetto di scambio puramente commerciale. Il contratto tra un’azienda di somministrazione di lavoro in affitto e l’azienda utilizzatrice ha esattamente questa natura. Come se si trattase di affittare auto per la flotta aziendale o dei computer. Solo che ad essere affittate sono persone. Sotto un profilo etico-politico, per chi è sensibile al quadro normativo teso ad assicurare la dignità del lavoro, non è accettabile».

                                      Ma almeno dal punto di vista strettamente economico si sono avuti vantaggi?
                                      «Assolutamente no. I paesi che hanno una struttura industriale più robusta della nostra, come Francia e Germania, continuano ad avere un mercato del lavoro che ha sì introdotto elementi di flessibilità, ma non pronunciati come i nostri. Nonostante questo continuano ad avere produttività più elevata, salari più alti e continuano a dare maggiori garanzie per l’occupazione».

                                        E le imprese? Almeno loro se ne sono avvantaggiate?

                                          «La disponibilità di 48-49 tipi diversi di contratto è, per le imprese, una grana in più da gestire, non una facilitazione. Spesso nascono problemi organizzativi enormi, anche per la complessità delle procedure previste».

                                            Dunque, in attesa che la norma possa venir modificata, cosa suggerisce?

                                              «Di utilizzarla il meno possibile. Insistendo sul fatto che il centro del rapporto di lavoro deve rimanere il lavoro “normale”, a tempo pieno e con durata indeterminata. Per questo, nel concreto, è importantissima l’azione dei sindacati. La legge presenta molti buchi e ambiguità: i sindacati diventano determinanti per dar vita a contratti più vantaggiosi per i lavoratori».