“Intervista” L.Gallino: il paradigma del lavoro precario

03/10/2007
    mercoledì 3 ottobre 2007

    PAGINA 5 – CAPITALE & LAVORO

      Lavoratori in concorrenza? Una costruzione

        Dal protocollo welfare al basso costo del lavoro nei paesi emergenti. Intervista al sociologo Luciano Gallino, che spiega come si costruisce il paradigma del lavoro precario: minori diritti e salari inferiori per tutti

          s. f.

            Roma
            «Altro che flessibilità e competitività, il problema reale è che occorre una politica del lavoro globale». Dall’Italia alla Cina. Si parte dal protocollo welfare e si finisce a parlare della riforma del mercato del lavoro cinese, con il sociologo Luciano Gallino. La precarizzazione del lavoro è un fatto globale. La «minaccia cinese» però – è la tesi di Gallino, e del suo ultimo libro, «Il lavoro non è una merce» (in uscita per i Tipi di Laterza) – è un paradigma costruito scientificamente da Unione europea e Stati uniti. «E senza una politica del lavoro globale – è la conclusione – nella scala sociale siamo noi a rischiare di scendere molto in basso, piuttosto che il contrario».

            Partiamo dalla situazione italiana. Perché il protocollo del 23 luglio è insufficiente?

            Il protocollo propone ritocchi minimi alla legislazione esistente e finisce soltanto per lambire il grande problema della precarietà che tocca molti milioni di italiani, giovani e meno giovani. La situazione politica non permette di fare di più, ma rispetto all’enfasi con cui è stato presentato mi sembra deludente, soprattutto nel suo tema di fondo, cioè il mercato del lavoro.

            Molti economisti sostengono che il maggior ostacolo che priva i precari di un futuro è la rigidità dei contratti a tempo indeterminato. Anche sul precariato, come sulle pensioni, la questione viene posta nei termini di un conflitto tra garantiti e non garantiti. Cosa ne pensa?

            Non capisco su cosa si fondino affermazioni del genere. Tutti i rapporti internazionali, compreso l’ultimo rapporto Ocse, sostengono che non vi è alcuna relazione tra la flessibilità, intesa come riduzione delle protezioni legali soprattutto per quanto riguarda il licenziamento, e l’aumento dell’occupazione. Prima di pontificare bisognerebbe leggere i dati. C’è anche un problema di produzione dei dati stessi. Basti pensare che la rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat non è censuaria, ma viene eseguita sulla base di un campione di persone, e per ciò stesso è imprecisa.

            Che rapporto c’è invece tra la precarietà e la compressione dei salari?

            Più si è precari, meno si guadagna. I lavoratori flessibili guadagnano 800 euro, spesso con periodi lunghi di discontinuità, contro 1100 euro di una persona a contratto a tempo indeteminato. L’aumento dell’occupazione, soprattutto per quanto riguarda i nuovi ingressi, avviene per il 50% con contratti a termine, e questo riguarda soprattutto i giovani. Poi certo sono coinvolti anche i meno giovani, e non dimentichiamo che tanto la flessibilità quanto la precarietà sono fenomeni che riguardano, specie con il part time, le donne.

            La precarizzazione del lavoro è comunque un processo in atto in tutta l’Unione europea…

            C’è una tendenza a ridurre le garanzie del lavoro stabile in paesi che si erano distinti storicamente per la protezione del lavoro, e penso, tra gli altri, alla Francia, all’Italia, alla Germania. La percentuale dei lavoratori precari, a vario titolo, è complessivamente del 25-30% sul totale dell’occupazione.

            Come si spiega questo fenomeno?

            Senza dubbio è un mezzo per comprimere il costo del lavoro perchè i precari sono più «mansueti» di altri lavoratori e anche perchè l’occupazione instabile produce un maggior numero di persone disposte ad accettarla. Tra i giovani sento dire con ricorrenza, «questo è il mondo…». Il fatto è che quel mondo lì è stato costruito. Poi c’è la competizione dei paesi emergenti, ma si tratta di una minaccia scientificamente costruita da Stati uniti e Unione europea.

            Cioè?

            I dati dicono che il 55% delle esportazioni cinesi è dovuta a fabbriche americane e europee che producono là per poi esportare qua. Un miliardo e mezzo di lavoratori, che hanno salari inferiori fino a venti volte i nostri, lavorano oltre 60 ore a settimana, senza diritto alcuno e senza sindacati, sono entrati in competizione con circa 5-600 milioni di lavoratori che hanno invece diritti e tutele. Ma si tratta di una minaccia scientificamente costruita. Tanto è vero che la legge di riforma del mercato del lavoro in Cina è stata oggetto di forti pressioni da parte delle multinazionali, e che il testo approvato è decisamente annacquato rispetto alla proposta iniziale.

            Che scenario si profila dunque?

            Serve una politica del lavoro globale, senza la quale i diritti, al posto di crescere in Cina per esempio, continueranno a ridursi in Europa. Questo è il problema, altro che flessibilità e competitività.