“Intervista” L.Gallino: «Futuro per l’industria e dignità per la persona»

15/10/2004





 
   
venerdì 15 ottobre 2004
INTERVISTA




  INTERVISTA
Le opposizioni si preparano alla sfida di governo sulla politica economica
«Futuro per l’industria e dignità per la persona»
Parla l’economista Luciano Gallino: «Della legge 30 va abrogata la filosofia che considera il lavoro merce di cui la persona è portatrice. Sì al reddito di cittadinanza. Le risorse si trovano con la lotta all’elusione e al sommerso. Ma soprattutto serve una nuova politica della grande industria»
COSIMO ROSSI
Un mercato del lavoro che salvaguardi la dignità della persona senza ridurla a carriola di lavoro da affittare; il reddito di cittadinanza come tutela rispetto alla precarizzazione; l’istruzione come risorsa del paese non finalizzata direttamente al lavoro; una nuova politica industriale e della grande industria. Mentre le opposizioni si incamminano verso la costruzione di un programma per la sfida delle prossime politiche, l’economista Luciano Gallino indica alcuni punti dirimenti per la costruzione di un’alternativa di governo. Facendo affiorare un preciso orizzonte: l’essere umano, e il suo sapere e il suo lavoro non possono essere sottoposti alla logica mercantile.

Al primo appuntamento di lunedì scorso sembra che Romano Prodi abbia scelto una linea diversa da quella della competizione al centro, della rincorsa a chi abbassa di più le tasse prediletta da una parte del centrosinistra….

Sarà interessante vedere i documenti che stanno già circolando in questi giorni e quelli che usciranno prossimamente; comprese le mozioni per il congresso Ds, quella di Fassino e quella della minoranza, che sicuramente conterranno delle differenze sostanziali. Ma anche i Ds, per esempio, hanno preso una posizione analoga a quella della Cgil a favore dell’abrogazione della legge 30; mentre si leggeva nei giorni scorsi che Rutelli non ritiene che vada interamente abolita. Debbo dire che forse non vale nemmeno tanto la pena impuntarsi su se abrogare tutto o in gran parte. Si tratta piuttosto di vedere come realisticamente si procede.

Si parla ad esempio di abrogazione di tutta la prima parte…

Sentivo che se ne parlava. Ma vorrei sottolineare che dal punto di vista politico ciò che non va nella legge non è l’eccesso di lavori atipici, che diventano ben 48, il che provoca grossi problemi ai sindacati ma anche alle aziende. Il problema è l’ideologia o filosofia di fondo che ispira la legge, per cui il lavoro è semplice merce di cui una persona, un soggetto, è unicamente un portatore temporaneo: come si portano addosso oggetti e si sollevano pesi, così si porta con sé un tot di forza lavoro che viene venduta e affittata. Questo è degrado della persona, è venir meno ai principi fondamentali che le condizioni di lavoro dovrebbero prevedere affinché la dignità umana sia mantenuta sul lavoro come in altri ambiti della cittadinanza. Se non si tocca questo punto, buona parte della partita è persa in partenza. Altrimenti non è che ci si salva se scendiamo da 48 tipologie a 36 o a 12.

Proprio a partire dal mutamento delle condizioni del lavoro, un altro degli aspetti centrali su cui si stanno concentrando gli addetti al programma prodiano è quello della riforma degli ammortizzatori sociali. E in quest’ambito c’è la questione del reddito di cittadinanza…

Naturalmente il reddito di cittadinanza comporta costi che vanno coperti, ma sarebbe sicuramente uno sviluppo positivo anche per le ragioni etico-politiche che ricordavo prima. Si potrebbero riformare gli ammortizzatori estendendo il sussidio di disoccupazione anche al lavoro precario, flessibile, discontinuo. Però, se le parole hanno un senso, parlare di reddito di cittadinanza è qualcosa di più significativo che non il sussidio allargato: è una delle tutele fondamentali dinanzi al lavoro precario. Purché però sia collegato anche a dispositivi previdenziali: perché uno dei problemi del lavoro discontinuo è che, oltre al reddito annuo che viene decurtato e che potrebbe essere recuperato con il reddito di cittadinanza, c’è il problema che non si fanno a sufficienza contributi tali da assicurare una pensioni accettabile. Tra tutte le tutele, quelle da mettere in primo piano sono il reddito di cittadinanza per ovviare alla discontinuità retributiva e un’integrazione ai contributi pensionistici per ovviare al rischio realistico che ci si trovi con pensioni pari al 25 per cento del salario medio.

E i soldi dove si trovano? Se ad esempio, come si dice, Monti diventasse il ministro economico di Prodi, non sarebbe certo l’uomo dalla borsa larga…

Si tratta di vedere soprattutto dove si collocherà l’asse del centrosinistra. E’ chiaro che dentro ci sono dei liberali e neoliberali che non sono poi così distanti dalle posizioni della controparte. Mi pare che Prodi abbia preso una posizione più categorica, e quindi spostata un pochino di più a sinistra. Il che fa pensare che possa farsi venire in mente dei modi per trovare i fondi. Che poi non devono essere cercati tanto lontano. Bisognerebbe che le tasse le pagassero tutti, anche in misura attuale e addirittura diminuite. Se accadesse, il reddito di cittadinanza sarebbe bello e pronto. Sicuramente, quindi, tra i temi con cui il centrosinistra dovrà confrontarsi ci sono sia quello del recupero dell’evasione che un qualche tentativo per ridurre la piaga dell’economia sommersa e del lavoro nero, tenuto conto del totale fallimento in questo campo del governo Berlusconi. Basti pensare che si aspettavano due milioni di regolarizzazioni e le domande fino a qualche mese fa erano 4 mila. Di lì bisogna obbligatoriamente passare: non è possibile che il 18-20 per cento del Pil sfugga ai contributi. E non è con i carabinieri che si risolve, ci vuole la politica. Se scendessimo da 18-20 a 10-12 per cento sarebbe un recupero di parecchie decine di miliardi di euro l’anno di Pil dichiarato.

Quindi D’Alema non è nel torto quando osserva che il governo Berlusconi ha distrutto ogni passo avanti nella lotta all’evasione e l’elusione…

In questo caso penso che D’Alema abbia ragione. Intanto il decreto attuativo della legge 30 anziché contrastare le forme di lavoro irregolare le ha rese legali. Poi sono state ridotte possibilità di accertamento. Infine non è stato colto il problema di fondo del lavoro nero e dell’economia sommersa: non si tratta di una parte patologica dell’economia, è fisiologica dell’organizzazione produttiva com’è oggi. Quando le aziende diventano reti con centinaia di appalti e subappalti su otto-dieci livelli, dopo il terzo livello, alla richiesta di abbassare i prezzi da parte di chi sta sopra, una parte dell’attività produttiva va a finire nel sommerso. Occorre partire dal contrasto al sommerso e dalla rivisitazione di fondo della sua concezione come parte integrante, non solo patologica, dell’economia.

Sulle risorse è già in corso uno scontro sulla patrimoniale. Che ne pensa?

Credo che se viene esplicitata in quel modo sia molto rischiosa. Tanto più dal punto di vista elettorale.

Ma anche il centrodestra, con le tasse sulla casa e sulle suv, si muove in direzione della patrimoniale.

Però non la chiama così. Un conto è la tassa mirata, come quella sulle suv che sono consumi parassitari, o l’aumento delle tasse sulla casa. Spaventano, ma sono cose su cui si fanno i conti. Altro è una sorta di minacciosa coltre che pare stendersi su ogni attività, anche se dovesse limitarsi al 2 per mille.

Istruzione e formazione sono sempre in cima alle priorità prodiane. Tuttavia non si può tacere che la politica dei governi di centrosinistra sul piano del diritto allo studio non sia andata a buon fine. Si era detto che la gratuità avvantaggiava chi aveva di più, invece…

Anche qui ci sono fattori distorsivi dovuti alla questione fiscale: chi dichiara il giusto poi paga, mentre chi riesce a evadere ha il doppio vantaggio. Siamo di nuovo nella zona di cui parlavamo prima. Se si propongono interventi scalati sul reddito, potrebbero essere considerati equi, ma bisognerebbe che il metro sia uguale per tutti. Oggi parlare di contribuzione sul reddito mi pare un metodo aleatorio.

Sennonché è diventata quasi ideologica l’idea che l’istruzione sia finalizzata al lavoro futuro: e perciò si paga e se ne limita l’accesso…

I corsi triennali in vero rimangono molto aperti: ci sono quest’anno circa un milione e 850 mila iscritti. Ma il fatto veramente critico è che, avendo le università sempre meno risorse dallo stato o da fonti proprie, si sono messe a fare del marketing. Al ribasso. E questo significa dire: vi proponiamo corsi di laurea che assicurano buona occupazione e esami facili e ridotti. Questo lo si tocca veramente nella vita universitaria. Il meccanismo dei crediti si è rivelato micidiale, perché lo studente contratta le venti pagine in meno sul suo esame anziché badare alla sostanza. La riduzione dei fondi pubblici ha voluto dire che le università devono cercare di aumentare il numero degli studenti, essendo le tasse la principale fonte di sostentamento. Sostenere con borse di studio i meritevoli è giusto, ma mantenendo un alto rigore.

Al fondo, però, la questione delle finalizzazione dell’istruzione è stata assunta ideologicamente anche da parte delle sinistre. Invece, ad esempio, si dovrebbe poter studiare medicina anche per fare poi il fruttivendolo nella vita.

Posso essere d’accordo. Ma se poi uno vuole fare il medico serve che la preparazione sia di prim’ordine. E questo vale anche per l’insegnante di storia o di geografia. Non si dovrebbe transigere. Oltre tutto molti studenti si rendono conto che fare una tesina di 30 pagine, magari copiandola da Internet, è il corso più breve ma non quello che permette di scoprire le proprie capacità come invece una robusta tesi. Di nuovo, come nel lavoro, è il soggetto che se ne rende conto e finisce col soffrire questa forma di degrado.

Quindi si potrebbe dire che la finalizzazione dell’istruzione, decantata anche a sinistra, abbia portato a un impoverimento generalizzato del sistema paese?

Questo è un secondo aspetto. Un conto è il marketing, un conto è la finalizzazione ossessiva, che per certi aspetti nemmeno le aziende apprezzano. Per misurarsi con le tecnologie e i modi di produzione è molto meglio uno che abbia studiato bene e sia capace di imparare rapidamente, piuttosto di uno che ha imparato nozioni professionali che dopo tre anni sono obsolete. La formazione di base dovrebbe essere rilanciata: contribuisce allo sviluppo della persona, ma anche a formare persone che patiscono meno i cambiamenti.

Nel contributo indirizzato a Prodi, la Cgil parla tra l’altro della necessità di una nuova politica industriale. Da questo punto di vista c’è un filone di pensiero interno all’Ulivo che punta sulla politica dei distretti. Mentre qualche settimana fa si leggevano Amato e De Benedetti sostenere che l’unica industria del futuro per l’Italia è il turismo…

Quest’ultima mi pare a dir poco una battuta infelice; anche in termine di interesse per il lavoro, di sfida per le proprie conoscenze e capacità. Attività di tipo tecnologico industriale offrono molto di più, per quanto il turismo possa diventare scientifico. Quanto ai distretti, naturalmente, li hanno anche i francesi, i tedeschi, gli americani. Il problema dei nostri distretti è che solamente alcuni di essi offrono dei prodotti integrati e completi. Abbiamo le piastrelle, per così dire: però, per quanto avanzatissimo, quel distretto produce solo quel tipo di bene. E questo vale per molti altri distretti, mentre bisognerebbe puntare su distretti che offrono produzioni integrate, come avviene in misura elevate ad esempio nella filiera dell’automobile, dove tante piccole e medi aziende producono componenti che poi diventano parti complesse. Poi c’è il fatto che noi abbiamo 200 distretti e che non si possono far crescere tutti allo stesso modo. Alcuni producono beni e materiali che fra due o cinque anni saranno prodotti meglio o a minor prezzo da cinesi o indiani. Bisognerebbe individuare distretti capaci di produzione ad alto valore tecnologico aggiunto e su quelli puntare. Ma bisogna scegliere.

Lei ritiene insomma che una grande industria, come quella dell’auto, sia fondamentale anche per il futuro?

Direi proprio di sì. Ed è stato uno dei gravi errori del nostro paese lasciarla cadere, non dico del tutto, ma quasi. In Europa si vendono intorno ai 15 milioni di auto, e tedeschi e francesi si sono messi a farle benissimo. Noi che avevamo il 18 per cento del mercato adesso siamo sotto il 7, il resto è spartito tra tedeschi e francesi, che quindici anni fa producevano quanto l’Italia mentre adesso solo tedeschi fanno più di cinque volte tanto. In Italia si fanno circa un milione di auto, in Germania 5 milioni e mezzo. E l’industria dell’auto vuol dire anche un fiume di commesse che vanno anche alla ricerca, allo sviluppo, alla formazione in centri pubblici e privati: è un motore della tecnologia avanzata, ottica, ricerca di nuovi combustibili, materiali, ricerca ambientale e così via…