“Intervista” L.Gallino: Flessibilità boomerang

02/09/2004


          venerdì 27 agosto 2004
        ECONOMIA
         
        Flessibilità boomerang
        La legge Biagi è un flop. Il lavoro precario non conviene nemmeno alle imprese. Per far funzionare bene il capitalismo servono lavoratori non stressati. Che abbiano la forza contrattuale di dire qualche no
        colloquio con Luciano Gallino

         
        di Paolo Forcellini
         
        Salari più bassi, lavoro più duro, maggiore precarietà e minore occupazione. Sembrano trend comuni a tutti i paesi industrializzati: dagli Stati Uniti, dove più della metà dei posti di lavoro creati dalla fine della recessione sono a tempo parziale e la metà di quelli persi durante la recessione sono ‘strutturali’, cioè eliminati permanentemente, alla Germania, dove si riduce la quota dei salari sul prodotto nazionale. Fino alla Francia, dove la settimana di 35 ore viene rimessa in discussione. Di questi argomenti ‘L’espresso’ ha parlato con Luciano Gallino, docente di Sociologia a Torino e grande esperto dei problemi connessi all’impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro.

        Ritiene che ci si trovi di fronte all’inversione di una tendenza secolare verso salari crescenti e riduzione degli orari? Oppure è un fatto congiunturale?

        "Né l’una cosa, né l’altra. Non si può parlare di un trend secolare ma di ‘trent’anni gloriosi’, come li chiamano i francesi, quelli fra il 1950 e il 1980, durante i quali ci furono significative progressioni salariali in alcune ‘isole’ industrializzate del mondo. Sono quei tre decenni di miglioramenti che in questa fase vengono erosi".

        È vero che da qualche anno il lavoro dipendente perde quote nella distribuzione del reddito?

        "Negli Stati Uniti, ad esempio, i salari reali dei lavoratori con qualifiche inferiori a quella di quadro sono scesi al di sotto del livello del ’73 fino alla metà degli anni ’90, poi hanno recuperato solo parzialmente. Del resto, è esperienza ormai comune un po’ in tutti i paesi sviluppati che negli ultimi anni chi perde un lavoro ben retribuito difficilmente ne trova un altro allo stesso livello. Se dappertutto si è ridotta la quota del pil attribuita a salari e stipendi, l’Italia ha però senz’altro conseguito un record negativo: quella percentuale si è infatti assottigliata da noi di una decina di punti in vent’anni, con una accentuazione negli ultimi dieci, quando si sono persi sei punti. Per fare un paragone, basti pensare che nella Gran Bretagna della signora Margaret Thatcher e delle sue politiche ultraliberiste la fetta delle retribuzioni si è ridotta del tre per cento sulla torta del prodotto, assai meno che in Italia, e ancora oggi la quota del lavoro dipendente sul reddito nazionale è superiore a quella italiana. Aggiungo che il costo del lavoro tedesco è superiore di circa il 40 per cento a quello italiano e quello francese del 20: nel loro caso una qualche riduzione è quindi meno dolorosa".

        Quali sono le cause dell’indebolimento del lavoro?

        "Innanzitutto dobbiamo dire che i ‘trent’anni gloriosi’ si basavano su una situazione particolare: i mercati di molti prodotti hanno conosciuto un ampliamento eccezionale, basti pensare all’automobile (dalle 100 mila vetture anteguerra ai due milioni annui), agli elettrodomestici, alle macchine per ufficio. Questa espansione consentiva al tempo stesso crescita degli utili, della produttività, dell’occupazione e dei salari. Oggi è tutt’altra musica. La globalizzazione collega sistemi economici assai diversi, come fossero vasi comunicanti. Diviene quindi difficile conservare una situazione di enorme difformità nei livelli salariali: le retribuzioni dei paesi in via di sviluppo tendono a salire, anche rapidamente in percentuale (ma sempre partendo da livelli assoluti assai bassi); viceversa quelle del mondo sviluppato. Dove e quando si troverà l’equilibrio è difficile prevedere".

        Le nuove forme di flessibilità del lavoro possono contribuire a limitare i danni della globalizzazione?

        "La flessibilità è indubbiamente uno strumento per reggere l’impatto della globalizzazione, ma è uno strumento sbagliato: anziché contribuire alla crescita dei non sviluppati si sceglie la strada di accelerare il declino delle condizioni di lavoro nel ‘nord’ del mondo. Ciò provoca gravi costi umani e, oltretutto, complica assai la gestione delle imprese".

        Pensa alla legge Biagi?

        "Intanto chiamiamola legge Maroni o legge 30. Ebbene sì, queste nuove norme intorbidano l’intero mercato del lavoro. Part time, lavoro interinale individuale e co.co.co., che esistevano già, erano strumenti utili sia per i dipendenti che per le imprese. Ora L’Istat stima che, dopo la legge 30, vi siano ben 48 tipi diversi di contratto. Questo rende difficilmente governabili le organizzazioni aziendali. Si tenga conto, fra l’altro, che l’esternalizzazione di interi reparti, in un’industria chimica ad esempio, fa sì che fianco a fianco lavorino persone appartenenti a categorie diverse (chimici, informatici, trasporti, commercio, ecc.). Quindi i profili contrattuali individuali potrebbero essere addirittura più numerosi dei 48 individuati dall’Istat".

        Anche per i sindacati è un problema non da poco...

        "Indubbiamente: in questa babele di contratti viene a mancare fra i lavoratori quella comunanza di problemi, di condizioni di lavoro e retributive su cui si basa la forza delle organizzazioni sindacali. Anche per la controparte aziendale non è una situazione ideale: non c’è più un quadro chiaro degli interessi che si confrontano, non ci sono più interlocutori affidabili. Insomma, vi è anche il rischio di una babele organizzativa".

        Scartata la flessibilità totale, cosa si può fare per limitare i ‘tormenti del lavoro’, come li ha definiti ‘Newsweek’?

        "Deve emergere una qualche forma di antagonismo al capitalismo selvaggio. Nel passato qualche regolazione si è affermata, a volte anche spontaneamente: con il fordismo, ad esempio, o durante i ‘trent’anni gloriosi’, la dinamica salariale ha compensato l’aumento della produzione. Vi sono state anche condizioni politiche che oggi sono venute meno: quando c’era il comunismo sovietico, imprese e Stati erano preoccupati della diffusione del contagio rosso ed erano quindi relativamente generosi con il lavoro, in termini di salari e di welfare. Ora questo antagonismo storico esterno è scomparso, assieme a quello interno costituito dalle socialdemocrazie…".

        Ma in Gran Bretagna e in altri paesi sono al potere partiti socialdemocratici.

        "Il ‘blairismo’ è la continuazione del ‘thatcherismo’ con mezzi analoghi. In Germania, invece, sono stati fatti accordi sindacali che hanno al centro un forte impegno alla difesa dei posti di lavoro, per esempio nel settore automobilistico, in cambio di sacrifici salariali e di orari. L’Italia dovrebbe seguire questa via, piuttosto che quella della ‘terzomondializzazione’ dei paesi sviluppati, cioè dell’aumento della precarietà e della riduzione delle tutele legislative. Non dimentichiamo, fra l’altro, che lo sviluppo del Sud del mondo sta avvenendo spesso in condizioni drammatiche, in termini di ambiente, di orari, di gerarchie ferree sui luoghi di lavoro".

        Si può coltivare qualche ottimismo in questa situazione?

        "Piuttosto che stracciarci le vesti bisogna perseguire innovazioni, soprattutto in campo politico. Vedo un centrosinistra che tende a inseguire il fenomeno della ‘terzomondializzazione’ dei paesi sviluppati, il mito della flessibilità, che cerca soprattutto di tenere assieme i pezzi di un edificio che crolla. Invece dovrebbe comprendere che la globalizzazione non è solo un progetto economico ma anche politico-culturale che, serenamente, va contrastato: non è ineluttabile".