“Intervista” L.Gallino: Conti sbagliati per le pensioni

16/07/2007
    domenica 15 luglio 2007

    Pagina 8 – POLITICA & SOCIETÀ

      Intervista al sociologo Luciano Gallino: «Un’offensiva ideologica oscura la realtà»

        Conti sbagliati per le pensioni

          «Si poteva abolire lo scalone partendo dai dati reali. E non rompere il patto tra le generazioni». Rimosse le vere emergenze sociali

            Sara Farolfi

            «Il dibattito sulla riforma del sistema del sistema previdenziale è viziato da una produzione di discorsi che utilizzano dati in modo parziale, e l’impressione è quella che si voglia ridurre progressivamente il pilastro pubblico a tutto vantaggio di quello privato». Con il sociologo Luciano Gallino proviamo a decostruire l’ordine del discorso pubblico che oggi, a partire dalle pensioni, si impone, dal «conflitto generazionale» alla questione salariale, passando per i nodi di politica industriale.

            Siamo nella fase conclusiva della riforma del sistema previdenziale e si va verso un ammorbidimento dello «scalone». Si poteva fare in maniera diversa?

              Si poteva procedere in maniera diversa facendo meglio i conti, e mettendo in evidenza il vero costo delle pensioni e il bilancio del Fondo ordinario lavoratori dipendenti che è in attivo e non rischia di peggiorare nei prossimi anni. Invece si ragiona sulla base di una sorta di calderone in cui si mescola tutto, e si imputa ai lavoratori dipendenti una situazione inesistente.

              Eppure, si sente dire con una certa frequenza, le previsioni di qui al 2050 sono disastrose.

                Sono previsioni poco affidabili, e comunque discutere oggi di come porre rimedio al disastro che ci attende nel 2040 è un azzardo.

                Per quale ragione?

                  Le previsioni fatte nel 1995, anno della riforma Dini, che riguardavano il 2040 appaiono oggi completamente sfocate. Il numero dei contribuenti, ossia delle persone che pagano i contributi all’Inps, doveva diminuire e invece è aumentato regolarmente ogni anno, grazie anche alla regolarizzazione degli immigrati. O ancora, il fatto che un numero crescente di persone si accingesse alla pensione anzitempo si è rivelato non veritiero, tanto che l’età effettiva di pensionamento in Italia è mediamente pari a quella di altri paesi europei.

                  Come si spiega allora il disavanzo di 3 miliardi di euro del Fondo lavoratori dipendenti?

                    A essere in passivo non è il rapporto tra entrate, intese come contributi, e uscite, intese come prestazioni previdenziali. Innanzitutto pesano sul bilancio Inps 30 miliardi di gestione assistenziale, come le indennità civili, le pensioni al minimo o gli assegni familiari. Tutte cose sacrosante naturalmente, ma che nella maggior parte degli altri paesi costituiscono una voce separata di bilancio. In più vengono accollati al Fondo dei lavoratori dipendenti i disavanzi di altre categorie. Come quella dei dirigenti d’azienda, che quest’anno pesa con un passivo di 2,6 miliardi di euro, o come quelle dei telefonici e delle ferrovie dello stato. Nelle previsioni per il 2007, il Fondo lavoratori dipendenti dovrebbe avere tre miliardi di attivo, e invece si ritrova ad averne altrettanti di passivo.

                    Anche sul modo definire i lavori usuranti lei ha espresso alcune perplessità.

                      Servirebbero studi più certi. Dire che oggi si vive fino a 80 anni e che perciò si deve alzare l’età della pensione, è un’affermazione partigiana. L’aspettativa di vita è strettamente legata al tipo di lavoro che si svolge, come mostrano diversi studi sul piano internazionale.

                      Si fanno previsioni sul 2050, ma non si dice mai che in quell’anno, secondo i dati generali della Ragioneria dello stato, il tasso di sostituzione lordo della previdenza obbligatoria, cioè l’importo delle pensioni, si ridurrà al 51% per i dipendenti privati, al 63% contando anche quella complementare…

                        Certo, se si applicano i coefficienti di trasformazione si va in quella direzione, ma questo è un altro dei temi su cui occorrerebbe ragionare sulla base di dati veritieri. Bisognerebbe dire, ad esempio, che i contributi aumentano anziché diminuire se si separa l’assistenza dalla previdenza, come peraltro prevedeva una legge di almeno una ventina di anni fa. E in questo caso, non ci sarebbe alcun bisogno di ritoccarli.

                        L’impressione è che si agiti lo spettro del conflitto generazionale per insinuare la tesi che questa presunta ingiustizia sociale derivi dallo stesso sistema a ripartizione, e che così facendo si cerchi di favorire quello a capitalizzazione dei fondi pensione.

                          Il sistema a ripartizione, basato sul principio che chi lavora paga la pensione di chi non è più in attività, è un grande pilastro della solidarietà tra le generazioni. L’impressione è quella che si voglia ridurre progressivamente la pensione pubblica a favore di quella privata. Il mercato dei fondi pensione potrebbe valere in Italia centinaia di migliaia di euro l’anno, e gli stessi fondi negli altri paesi sono vere e proprie potenze economiche. C’è una grande commistione di calcoli e interessi economici, ma c’è anche una presa di posizione politica in senso neoliberale, rispettabile naturalmente, ma che andrebbe letta per quello che è. Ideologica e che nulla ha a che fare con i conti delle pensioni.

                          Assistiamo dunque ad una massiccia produzione di discorsi sorretti da un’ideologia ben precisa?

                            C’è una produzione di discorsi che utilizzano dati in modo parziale. Senza manipolazioni, semplicemente occultandone altri, per convincere tutti che ci stiamo avvicinando al disastro.

                            Che senso ha allora il richiamo che arriva da più parti a un patto intergenerazionale?

                              Parlare delle pensioni come di un furto che astuti anziani operano ai danni dei giovani, è un modo triste, oltreché scorretto, di dipingere il quadro del rapporto intergenerazionale. Ritoccare i coefficienti ad esempio, significa tagliare le pensioni del futuro.

                              Si parla meno della precarietà che pure resta un’emergenza sociale, e anche sulla legge 30 sembra profilarsi soltanto un ammorbidimento.

                                Siamo largamente fuori strada. Ciò che serviva era una legge complessivamente nuova sul diritto del lavoro, in particolare sul lavoro subordinato, mentre oggi si parla solo di qualche ritocco, eliminando quelle forme contrattuali poco usate peraltro dalle stesse aziende. Ormai il 50% delle assunzioni annue avvengono con contratti di vario genere, che in comune hanno la breve durata. E si delinea un orizzonte preoccupante: il mondo del lavoro continuerà a essere precario, a causa dell’incapacità o della non volontà di chi dovrebbe elaborare leggi adeguate a proposito.

                                Non si parla più neppure di politica industriale. La ripresa ha risolto i nostri malanni?

                                  Neanche per sogno, in alcuni settori i problemi sono evidenti. Abbiamo un servizio ferroviario che è tra i più scadenti d’Europa, la compagnia aerea di bandiera che ha i problemi che ormai sono sotto gli occhi di tutti, e si potrebbe continuare. Bisognerebbe seguire l’esempio di altri paesi, come Francia e Germania per restare in Europa. Qualche anno fa il gigante ferroviario francese Alstom, che produce i tgv, era sull’orlo del fallimento ed è stato rilanciato con la partecipazione dello stato francese. In Italia invece quando la Fiat decise di dismettere parte della produzione non motoristica, vendette il comparto ferroviario ad Alstom, il peggior concorrente. Al contrario, credo si sarebbe dovuto cercare di mettere insieme i nostri vari pezzi di industria ferroviaria.

                                  Le imprese invece non fanno che piangere miseria e il governo procede con misure a pioggia come il taglio del cuneo fiscale, o adesso con la defiscalizzazione degli straordinari…

                                    C’è in generale una sopravvalutazione del costo del lavoro che nelle produzioni più importanti pesa decisamente poco. Piuttosto l’agomento viene usato per dire che è necessario contenere i costi e mantenere bassi i salari: detassare gli straordinari è come far piovere sul bagnato.

                                    Non c’è invece una questione sociale stringente che è la questione salariale?

                                      Abbiamo i salari più bassi d’Europa – fermi da dodici anni – mentre in paesi come Francia, Germania e Regno Unito crescono tra l’8 e il 10%. Questo è dovuto a una stasi della produttività che avrebbe bisogno di investimenti in formazione, ricerca e sviluppo, ma su questo l’industria italiana è il fanalino di coda dell’Europa.

                                      Per tornare alla politica industriale, cosa pensa della quotazione in Borsa di Fincantieri, non si rischia di scrivere nei fatti l’ennesimo capitolo del suo saggio «La scomparsa dell’Italia industriale»?

                                        Bisogna dire intanto che difficilmente la Borsa può servire a finanziare l’industria. Ci sono paesi che sono diventati giganti industriali, e penso alla Germania, senza ricorrervi. Certo, la Borsa assicura liquidità, ma se c’è bisogno di investimenti si possono percorrere altre strade, il credito bancario ad esempio, tanto più che nel caso di Fincantieri si parla di un’azienda leader mondiale in un settore molto promettente. Anche perché se quel 49% che si vuole quotare viene diviso tra quattro o cinque fondi pensione, è bene sapere che il quadro che si delineerebbe potrebbe modificare gli equilibri societari, pur in presenza di uno Stato che nominalmente possiede il 51%: i fondi di investimento possono diventare soci ingombranti.