“Intervista” L.Gallino: «C’è insicurezza, così non si spende»

28/11/2005
    domenica 27 novembre 2005

    Pagina 8

    L’Intervista
    Luciano Gallino: Il lavoro stabile deve tornare ad essere il lavoro normale

      «C’è insicurezza, così non si spende»

        Laura Matteucci

          «La condizione di fondo è che l’aumento delle retribuzioni in termini reali, depurate dall’inflazione, è il più basso di tutta Europa negli ultimi dieci anni. Siamo intorno allo 0,3% annuo».

            Rispetto al 1995 abbiamo in tasca giusto una manciata di soldi in più: è così?

              «È così. Ma, in compenso, la struttura dei bilanci familiari è profondamente cambiata, si sono imposti bisogni che allora non esistevano, e a cui i soldi di un decennio fa non riescono a far fronte. Anche nello sciopero di venerdì c’era questo elemento». Di retribuzioni, consumi e tredicesime parla Luciano Gallino, docente di Sociologia del lavoro a Torino.

                Quali bisogni, professore?

                  «Sono molto aumentati quelli di tipo tecnologico, a partire dall’uso del cellulare. Gran parte dello stipendio, e ovviamente della tredicesima, va a finire nel mutuo. E questo dell’acquisto della casa è molto spesso una necessità imposta dall’astronomico mercato degli affitti. Poi ci sono i servizi per i bambini, per gli anziani, le spese per la casa. E poi ancora ci sono tutta una serie di insicurezze legate al lavoro, che valgono per sè e per i figli. Il lavoro precario, incerto, discontinuo, coinvolge 3,5 milioni di persone, il 20% dei lavoratori dipendenti. Chiaro che tutto questo diminuisce la propensione a spendere».

                    Di rilancio dei consumi non se parla nemmeno.

                      «Quando quasi la metà della tredicesima serve a saldare i debiti, ovvio non resti granchè per rilanciare i consumi».

                        Per invertire la tendenza, qual è la strada?

                          «Se si volesse dare qualche speranza, bisognerebbe puntare sulla riduzione dell’insicurezza socio-economica, su una maggiore garanzia delle fonti di reddito».

                            L’ultimo rapporto dell’Economist sull’Italia parla di un declino palpabile, e molto difficilmente evitabile. L’ha visto?

                              «L’ho visto. Io di declino italiano ho iniziato a scrivere 8 anni fa, la cosa non mi stupisce. Il fatto è che The Economist è un settimanale serio ma anche ultra-liberale, e la sua ricetta per uscire dalla crisi comprende un ulteriore aumento di lavoro precario e flessibile. Il che per noi sarebbe un vero disastro. Io credo che le strade siano altre: una seria politica dei redditi e dello stato sociale, innanzitutto, politiche industriali a partire dai nostri distretti, come stanno facendo Francia e Germania con risultati più che apprezzabili. Credo che il lavoro stabile dovrebbe tornare ad essere il lavoro normale. E questo farebbe anche tornare la voglia di spendere».

                                Vista oggi, sembra quasi un’utopia, rispetto ad un mercato che va nella direzione opposta.

                                  «Questo governo e molti tra gli industriali, ma non tutti, spingono per un accrescimento della flessibilità. Io credo invece che, a conti fatti, le figure di lavoro flessibile si possono ridurre a 5 dalle 50-60 di oggi. È un chiaro progetto politico, economico, culturale quello che stiamo vedendo, che comprende alcuni capitoli tra cui la guerra al sindacato e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro. E che si basa su un impianto legislativo, in questo caso la legge 30. Ma le leggi si modificano e si disfano. Non esistono processi ineluttabili. Basta avere la maggioranza».