“Intervista” L.Bini Smaghi: Tariffe fuoristrada

25/10/2005
    N.42 anno LI 27 ottobre 2005

      Pagina 19 Economia

      EUROPA E ITALIA VISTE DALLA BCE

      Tariffe fuoristrada

      Liberalizzare i servizi per aiutare i redditi più bassi. Ridurre il debito pubblico. Un direttorio con poteri veri per Bankitalia. Ecco la ricetta di un eurobanchiere
      colloquio con Lorenzo Bini Smaghi

      di Claudio Lindner

        Liberalizzazione è una parola che a molti fa venire il mal di pancia. Evoca interpretazioni del tipo: chiunque può fare quello che vuole e a trarne vantaggio sarà soprattutto chi è già ricco. E così contro la direttiva che prende il nome dall’ex commissario Ue, Frits Bolkestein, sabato 15 sono scesi in piazza i no global e un pezzo della sinistra. Il tema scotta e trova divisi al loro interno sia il governo sia l’opposizione. La Confindustria, al contrario, attacca i mestieri ereditati o garantiti da leggi corporative, nonché i servizi protetti. L’elenco è lungo, dai farmacisti ai notai ai taxisti, dall’elettricità alla telefonia alle licenze commerciali. Lorenzo Bini Smaghi, da quattro mesi a Francoforte come membro nel Comitato esecutivo della Banca centrale europea al posto di Tommaso Padoa Schioppa, ritiene la liberalizzazione una priorità per i paesi Ue, ma soprattutto per l’Italia. "Gli italiani sono costretti", argomenta mettendo in mostra sul tavolo una serie di grafici, "a pagare le tariffe elettriche più care d’Europa, nelle telefonate ci battono solo i tedeschi".

        Bini Smaghi, 49 anni, oggi l’italiano più alto in grado in un’istituzione internazionale, misura le parole, ma è sferzante sui ritardi di casa nostra. Sottolinea quanto il caro-tariffe penalizzi il sistema Italia, ma in questa intervista a ‘L’espresso’, si sofferma anche sulla debolezza dei conti pubblici e sui difficili equilibri tra Europa e Stati Uniti in un clima economico che vede crescere il ruolo di Cina e India. Dà, infine, un’interpretazione alle ultime vicende che toccano la Banca d’Italia.

        La liberalizzazione, dice lei in sostanza, è la via per evitare il tracollo in Europa, e in particolare, in Italia. Si spieghi meglio.

          "Basta guardare quello che fanno gli altri paesi, anche europei. Non c’è bisogno di seguire il modello anglosassone. Si può avere sviluppo anche con reti di protezione, come nei paesi nordici, ma bisogna in questo caso liberalizzare i mercati dei prodotti e investire di più in tecnologia e in capitale umano. Da questo punto di vista in Italia siamo indietro".

          Perché?

            "Cito l’esempio fatto all’inizio. In Italia i prezzi e le tariffe dei servizi e dei prodotti energetici sono tra i più elevati d’Europa, a volte il doppio dei nostri concorrenti. Prendiamo la telefonia: si è aperto il mercato del famoso ’12′, ma per avere il numero di un abbonato bisogna pagare in alcuni casi più di 2 euro. Le banche italiane sono le più care d’Europa, situazione che riflette un eccesso di regolamentazione e un’inefficienza del sistema. Non è solo colpa delle banche, ma alla fine chi paga è il cittadino e le imprese".

            Tutto questo a cosa è dovuto?

              "In parte è dovuto a mercati mal regolamentati e forse anche alla necessità per lo Stato di ottenere dividendi dalle sue partecipazioni azionarie. Ciò crea però fortissime distorsioni per il sistema produttivo, indebolisce la competitività del paese e alla fine fa anche calare le entrate fiscali".

              Lei dice mercati mal regolamentati. Nel senso che il sistema delle authorities è inefficace?

                "Mi chiedo come facciano alcune authorities a giustificare l’attuale livello e i recenti aumenti delle tariffe, senza tener conto di quello che succede nei nostri paesi concorrenti. Non si può regolamentare il nostro paese come se fosse un’economia chiusa. Il problema è anche di chi valuta l’operato di queste authorities. Manca un adeguato scrutinio del loro operato".

                Ma non si è sempre detto che le authorities devono essere indipendenti?

                  "Certo, ma l’indipendenza deve avere un contrappeso in termini di ‘accountability’, cioè devono rendere conto a qualcuno, ad esempio al Parlamento, che deve svolgere bene questa funzione nell’interesse non delle lobby, ma degli utenti e del sistema produttivo".

                  E qualcuno si arricchisce.

                    "In questi anni sembra essersi arricchito soprattutto chi ha investito nei settori protetti dell’economia invece che quelli esposti alla concorrenza internazionale. Ecco perché intervenire su queste tariffe, rendendole più in linea con quelle dei nostri partner, avrebbe un forte effetto di stimolo per l’economia. Certo bisogna compensarne eventuali effetti sul bilancio pubblico, ma non sono convinto che vi siano al netto effetti negativi. Ma c’è un altro aspetto importante".

                    Quale?

                      "La liberalizzazione dei mercati sarebbe strumentale per ottenere al contempo una dinamica più moderata del costo unitario del lavoro e salvaguardare il potere d’acquisto dei lavoratori. Dal 1999 l’Italia ha perso quasi 15 punti percentuali di competitività in termini di costo del lavoro per unità di prodotto nel settore manifatturiero rispetto ai nostri partner europei. Per recuperare il terreno perduto, se si vuole evitare la strada della riduzione dei salari reali, bisogna agire dal lato dei prezzi, con la liberalizzazione, in particolare dei servizi. È paradossale che i sindacati non capiscano che la liberalizzazione dei servizi comporta vantaggi soprattutto per le fasce di reddito più basse".

                      Restando sul tema dell’apertura dei mercati non può sfuggire, più in generale, il caso della Cina. Come ritiene ci si debba comportare con il colosso asiatico?

                        "Basta andare in Cina per accorgersi che non si può competere proteggendosi. Mi meraviglia peraltro che spesso chi agita lo spettro cinese non sia mai andato in Cina a vedere di persona come si sta sviluppando. Gli imprenditori che sono andati in Cina sanno che le misure protezionistiche, come quelle concordate di recente nell’ambito del Wto (l’organizzazione mondiale per il commercio, ndr), sono solo temporanee e comportano il rischio di creare illusioni".

                        In che senso?

                          "Bisogna imparare a fare come gli altri europei: spostarsi sempre più verso prodotti ad alta tecnologia, dando priorità alla qualità del prodotto. So bene che questo è più facile da dire che da fare, ma non c’è alternativa. Non c’è peraltro solo il manifatturiero. Ci sono milioni di cinesi che cominciano a viaggiare all’estero. Cosa stiamo facendo per attirarli in Italia, se i nostri servizi sono più cari e di qualità inferiore rispetto ad altre mete turistiche? Bisogna riscoprire in Italia la cultura del lavoro e del servizio al cliente".

                          La Cina fa paura. Ma in Europa preoccupano anche l’aumento dei prezzi petroliferi e l’anomala situazione degli Stati Uniti, che registrano ben due deficit record, federale e commerciale.

                            "L’aumento del prezzo del petrolio e della benzina faranno ulteriormente aumentare i due squilibri che gravano sull’economia americana. Fortunatamente, questo aggravio avviene in un contesto di crescita economica sostenuta e di tassi di interesse in aumento, il che continua a rendere attraente la moneta statunitense. Fin quando questi squilibri sono finanziati, le ripercussioni per il resto del mondo sono limitate".

                            In prospettiva vede un euro più forte o più debole nei confronti del dollaro? E dobbiamo augurarci, come qualcuno sostiene, una moneta debole che aiuti la nostra competitività?

                              "Il tasso di cambio euro-dollaro è determinato dal mercato e dall’attrattività relativa dei titoli americani rispetto a quelli europei, che a sua volta dipende dalla forza relativa delle due economie. Al di là delle fluttuazioni di breve periodo, una debolezza dell’euro significa in fin dei conti una mancanza di fiducia nell’economia europea, che determina una mancanza di investimenti. Non credo che chi chiede un euro più debole si auguri questo scenario".

                              L’economia Ue arranca, le previsioni di crescita sono state recentemente riviste al ribasso, per quest’anno dall’1,6 all’1,2 per cento. Italia, Germania e Francia, hanno sforato il tetto fissato a Maastricht nel rapporto tra deficit e prodotto interno lordo. Come sta andando l’opera di risanamento dei conti pubblici?

                                "Stiamo seguendo con attenzione le sessioni di bilancio. Nel caso della Germania, dobbiamo vedere il programma della Grande coalizione guidata da Angela Merkel. Certo è che, dato il ciclo elettorale, un governo che vuole adottare riforme incisive, come quelle di cui c’è bisogno in Germania, deve sfruttare i primi due anni della legislatura con iniziative forti, che consentano di dare risultati velocemente. Per fare questo ci vuole una forte identità di vedute all’interno della coalizione".

                                E la Francia?

                                  "Nel caso francese, le prospettive sembrano migliori, anche grazie alla crescita più elevata".

                                  Veniamo allora ai conti pubblici di casa nostra. Come giudica la Finanziaria di Tremonti?

                                    "Valuteremo la Finanziaria italiana quando sarà definita e approvata. Ci baseremo anche sulle valutazioni fatte dalla Banca d’Italia. Bisogna però guardare anche oltre l’emergenza immediata, alla sostenibilità dei conti pubblici. Non ci si è accorti, in tutta Europa, che il tasso di crescita tendenziale delle nostre economie è destinato, in assenza di riforme strutturali incisive, a calare fortemente, per effetto degli shock petroliferi, dell’invecchiamento della popolazione, della bassa crescita della produttività. Per esempio, è ormai opinione comune che il tasso di crescita potenziale dell’economia italiana (ma anche di quella tedesca) si aggiri ora attorno all’1,5 per cento, la metà di quello che si pensava tre o quattro anni fa".

                                    Quindi?

                                      "In queste condizioni, le politiche di bilancio volte a ‘guadagnare tempo’ in attesa di una ripresa economica sostenuta, con misure una tantum non sono più sostenibili. Non fanno che rinviare il problema e i cittadini lo sanno. Perché queste misure di stimolo fiscale non finanziate da tagli della spesa non hanno effetto sui consumi e sugli investimenti. Ci vuole un cambiamento di rotta, con misure strutturali volte a ridurre in modo permanente il peso della spesa pubblica rispetto al Pil, che invece è rimasto invariato negli ultimi anni".

                                      Secondo diversi studi, nell’anno elettorale il deficit pubblico in rapporto al Pil aumenta di quasi mezzo punto percentuale rispetto agli altri anni. Succederà anche in Italia?

                                        "Il problema nell’immediato è capire come si chiuderà il bilancio del 2005. Secondo le stime delle organizzazioni internazionali, potrebbe aggirarsi intorno al 4,3 per cento del Pil, rispetto a un obiettivo del 2,7. La differenza di oltre 1,5 punti percentuali, è spiegabile solo in parte dalla minore crescita. Da questo punto di vista va apprezzata la recente decisione del governo di adottare ulteriori misure correttive per l’anno in corso".

                                        Dove si può tagliare?

                                          "La sanità è la componente di spesa più fuori controllo. Non si tratta di tagliare i servizi, ma di essere più efficienti. L’aumento degli stipendi del pubblico impiego è maggiore di quello che ci si poteva permettere. Sulle pensioni si è fatto di più rispetto ad altri paesi Ue, ma è anche vero che partivamo da un rapporto sul Pil molto più elevato".

                                          Il debito, intanto, non diminuisce…

                                            "Infatti. È preoccupante che il rapporto debito-Pil sia previsto in aumento di circa due punti nel 2005, oltre il 108 per cento. Si arresterebbe così per la prima volta la fase di riduzione avviata nel 1994. Oltre all’aumento del deficit, sembrano mancare all’appello più o meno un punto percentuale di Pil di privatizzazioni e di operazioni finanziarie che non sono state realizzate".

                                            Dottor Bini Smaghi, qual è il suo giudizio sulla riforma del risparmio passata al Senato, dove si fissa sì a sette anni il mandato del Governatore, ma si lascia la concorrenza a Bankitalia?

                                              "La Bce ha dato un parere, che sotto certi aspetti è vincolante, sotto altri solo consultivo. Per quelle parti dove si sono ravveduti possibili contrasti con il Trattato, come ad esempio le garanzie di autonomia finanziaria della Banca d’Italia, la norma dovrà essere emendata, se non altro nei regolamenti attuativi".

                                              E per gli altri aspetti?

                                                "Per altri aspetti del parere Bce, che non riguardano comunque la concorrenza in materia bancaria, sta al legislatore decidere. Non tener conto dei suggerimenti della Bce farebbe perdere l’ennesima occasione per ammodernare il nostro sistema e adeguarci agli standard vigenti in Europa".

                                                Nella riforma, che ora passa alla Camera, il ruolo del Direttorio resta abbastanza marginale, ha parere consultivo e non vincolante sulle decisioni del Governatore.

                                                  "La Bce ha chiesto che il Direttorio abbia un ruolo decisionale, non solo consultivo come attualmente previsto dalla riforma, al fine di assicurare la collegialità nelle decisioni, come accade in tutte le banche centrali che hanno potere in materia di vigilanza".


                                                    Il flop del mattone di Stato

                                                    La scadente qualità della ‘merce’ in vendita, il carente livello delle informazioni fornite al mercato, la scelta di procedure macchinose, la resistenza degli inquilini e di molti dirigenti degli enti titolari degli immobili, la sovrastima del valore degli alloggi da alienare. È questo micidiale cocktail a spiegare l’insuccesso delle dismissioni del mattone di Stato. La Corte dei Conti ha confermato ciò che molti esperti già prevedevano: le vendite vanno al rallentatore. Il Tesoro pensava di incassare nel 2005 circa 7 miliardi di euro ma finora ha raccolto solo 592 milioni. A meno di improbabili sprint di fine anno, l’obiettivo sarà largamente mancato. "È rimasta la fuffa", afferma Sestilio Paletti, presidente di Aspesi, l’associazione delle società di promozione e sviluppo immobiliare. Il quale denuncia anche la farraginosità dei meccanismi. "Partecipare a certe aste è complicatissimo e quando compri magari scopri che l’inquilino che occupa l’alloggio ha appena rinnovato il contratto per un periodo lunghissimo". Secondo Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari,

                                                    al ministero dell’Economia pensano alla finanza e trascurano il mattone: "La priorità è stata quella di incassare i soldi con le cartolarizzazioni. Al Ministero guardano con una certa sufficienza chi è esperto di immobili, pensano che con la finanza si risolva tutto". Precisa Gualtiero Tamburini presidente di Assoimmobiliare e vicepresidente di Nomisma: "Non si spiega cosa effettivamente è in vendita, quali siano le caratteristiche, quanto renda un immobile o quale sia il suo prezzo per metro quadrato di superficie commerciale. Di solito, chiunque voglia vendere una casa fa tre cose: mette sul portone del palazzo un cartello con la scritta ‘Vendesi’, incarica un’agenzia immobiliare di far vedere l’immobile, pubblica un annuncio sulla pagina locale di un quotidiano. Ebbene, nelle privatizzazioni nessuna di queste semplici cose è stata fatta. E l’estrema complessità dei sistemi adottati pare fatto apposta per intimidire chi vuol partecipare alle aste". M.Ma