“Intervista” L.Bini Smaghi: «Italia, riforme urgenti o finirà fuori mercato»

27/06/2005
    lunedì 27 giugno 2005

      Pagina 9 – Interni

      Intervista al successore di Padoa Schioppa nel board della Banca centrale europea. "Manovra severa di rientro del deficit nei prossimi due anni"

        «Italia, riforme urgenti o finirà fuori mercato»

          Bini Smaghi: vanno rivisti i modelli contrattuali

            MASSIMO GIANNINI

              ROMA – Un «nuovo patto sociale» e una «riforma drastica del sistema contrattuale», perchè con questa struttura di costi l´Italia è fuori mercato. Una «manovra severa nel prossimo biennio», per riportare equilibrio nei conti pubblici e ridare fiducia a famiglie e imprese. Lorenzo Bini Smaghi, da pochi giorni successore di Tommaso Padoa Schioppa come rappresentante italiano nel board della Banca centrale europea di Francoforte, spiega in questa sua prima intervista a Repubblica la sua ricetta, per l´Europa e per il nostro Paese.

              Dottor Bini Smaghi, dopo il no alla Costituzione in Francia e in Olanda e lo scontro sul bilancio, siamo al fallimento dell´idea di una grande Europa federale?

              «È un momento difficile, ma parlare di fallimento mi sembra esagerato. Il rinvio sul bilancio era in larga parte scontato, già prima dei referendum. Il "no" alla Costituzione è ben più grave. Il voto francese e olandese hanno almeno tre motivazioni. Innanzitutto, la sfiducia nei confronti dei rispettivi governi. Il secondo motivo è il processo di allargamento dell´Unione, non ultimo alla Turchia, che non sembra avere una fine e che è avvenuto senza consultare i cittadini: in una Europa sempre più politica, in cui si decide a maggioranza, i cittadini devono poter scegliere con quali altri paesi unirsi e con chi condividere il potere di decidere su questioni che incidono sulla loro vita quotidiana. Infine, il terzo motivo è il testo stesso della Costituzione, incomprensibile al cittadino comune perché scritto come un trattato internazionale».

              Al fondo, sembra essere un deficit di democrazia: i cittadini europei sentono che questa Europa non li rappresenta, soprattutto perché non gli risolve i guai.

                «I cittadini chiedono all´Europa soprattutto di risolvere i loro problemi quotidiani. Questo richiede forse il ritorno ad un approccio di tipo funzionalistico, con una integrazione passo per passo, concentrata in quei settori nei quali l´Europa può fornire soluzioni efficaci, piuttosto che attraverso grandi disegni istituzionali, anche a scapito della coerenza complessiva. L´Europa viene apprezzata dai suoi cittadini quando riesce a risolvere problemi che non possono essere risolti dai singoli stati separatamente. È il cosiddetto principio di sussidiarietà. Faccio un esempio: l´accordo con la Cina sull´autolimitazione dell´export. Solo agendo a livello europeo si poteva raggiungere quel risultato».

                Il mondo cresce, dalla Cina all´India, mentre l´Europa ristagna. E la moneta unica è diventata il principale indiziato della crisi.

                  «Quando le cose vanno male si cerca di dare la colpa agli altri, in questo caso all´euro o alla Bce. È una reazione umana, ma che induce in errore e soprattutto non aiuta a capire come uscire dalla crisi. L´euro è stato creato per assicurare la stabilità del potere d´acquisto dei cittadini e questo risultato è stato raggiunto. I problemi sperimentati nella conversione nascono non dall´euro, ma dalle inefficienze strutturali delle nostre economie, soprattutto nel settore commerciale e distributivo. Debolezze che erano ben note prima dell´euro. Chi se la prende con l´euro agisce come un malato che se la prende con il termometro. Inoltre, che l´euro non sia la causa della crisi è dimostrato anche dal fatto che vari paesi della stessa area dell´euro vanno bene, dalla Spagna all´Irlanda, dal Belgio all´Austria e alla Finlandia. Altri paesi invece, soprattutto la Germania, la Francia e l´Italia, non riescono a reggere il passo dell´economia mondiale».

                  Appunto. E perché, secondo lei?

                    «Un´analisi accurata mostra che, rispetto ai precedenti cicli economici, negli anni recenti la dinamica dei consumi e degli investimenti in Europa è molto debole. Il risparmio invece è in aumento, mentre in una normale fase di ripresa dovrebbe diminuire. Il motivo sembra essere la mancanza di fiducia delle famiglie e delle imprese, che deriva soprattutto dal processo di invecchiamento della popolazione, dall´incertezza sullo stato delle finanze pubbliche, dalla situazione occupazionale. Nei paesi europei dove le finanze pubbliche sono state risanate da tempo, il clima di fiducia è nettamente migliore e la crescita più robusta».

                    Non resta che prendersela con i governi, che non hanno risanato i conti, non hanno controllato i prezzi e non hanno spinto la crescita.

                      «Per stimolare la crescita bisogna ristabilire la fiducia delle famiglie e delle imprese, affrontando in modo drastico i problemi strutturali delle nostre economie. Credo che i cittadini europei siano disposti ad affrontare misure severe di risanamento, purché ne vedano la fine. L´esperienza passata purtroppo ha dimostrato che appena varata una riforma ce ne voleva entro breve un´altra, perché quella precedente aveva risolto solo in parte il problema. In questo modo i cittadini si scoraggiano».

                      Secondo lei è adeguato il livello attuale dei tassi? E perchè la Bce si è sempre mostrata più rigida, nel manovrare i tassi?

                        «I tassi d´interesse nell´area dell´euro sono oggi ai minimi storici. Corretti per l´inflazione, sono praticamente vicini allo zero o negativi. Non ci sono precedenti, in base alle statistiche esistenti, di tassi così bassi. In Germania, bisogna risalire ai tempi di Bismark per trovare dati comparabili. Anche negli ultimi 2 anni, sebbene i tassi ufficiali siano rimasti costanti al 2%, quelli di mercato hanno continuato a scendere. C´è un´abbondanza di liquidità, ma le famiglie e le imprese non traggono pieno beneficio per investire e consumare di più perchè, come dicevo prima, non hanno fiducia. Aumentare la liquidità, in questo contesto, non serve a molto. Anzi, può essere dannoso perché fa accelerare il rialzo dei prezzi degli immobili».

                        D´accordo, ma rispetto alla Federal Reserve americana la Bce viene criticata per aver dato un contributo assai più modesto alla crescita economica. Lei che ne pensa?

                          «Nel complesso, io penso che la politica monetaria abbia dato il suo contributo a sostenere l´economia europea in questi anni. Un contributo sicuramente maggiore di quello di altre politiche, come quella fiscale o strutturale. Ciò premesso, non bisogna poi cadere nei confronti sbagliati con altri paesi, perché le condizioni delle economie sono diverse. La Riserva federale ha tagliato i tassi in passato ma ora li sta riaumentando rapidamente: sono al 3%. La Banca di Svezia ha di recente tagliato i tassi all´1,5%, ma l´inflazione svedese è circa 0,5%, contro il 2 nell´area dell´euro. Al netto dell´inflazione, i nostri tassi sono piú bassi di quelli svedesi».

                          Dai tassi di interesse ai tassi di cambio: secondo lei allo stato attuale i tassi di cambio tra euro e dollaro sono realistici?

                            «In questi giorni il tasso di cambio euro-dollaro si aggira intorno a 1.20. Se lo si traducesse in lire, applicando il tasso di conversione, il cambio con il dollaro equivarrebbe a circa 1.600 vecchie lire. Saremmo su un livello più deprezzato di quello in vigore nel periodo 1994-96, quando la lira cadde dopo l´uscita dallo Sme. Il problema, attualmente, non è dunque tanto quello del cambio col dollaro, quanto quello della perdita di competitività. Soprattutto in Italia. E questo deriva dal fatto che negli ultimi 10 anni i costi e i prezzi sono aumentati più di quelli dei concorrenti. La perdita cumulata negli ultimi 10 anni è stata di circa 30 punti. È un divario enorme, che deve essere colmato».

                            Tra i «malati» d´Europa, come ha scritto l´Economist, l´Italia è quindi il caso davvero più preoccupante. Lei condivide?

                              «L´Italia in questi anni ha fatto riforme importanti, che spesso non vengono adeguatamente riconosciute all´estero, come quelle delle pensioni e del mercato del lavoro…».

                              Ma siamo di nuovo a rischio sui conti pubblici…

                              «La spesa pubblica continua a non essere contenuta a sufficienza, il rapporto debito/Pil dal prossimo anno rischia di ricominciare a salire, e il saldo primario è tornato intorno all´1%, cioè ai livelli del ‘91/´92. Nei prossimi anni serviranno misure incisive. Ma detto questo, io resto convinto che per l´Italia il problema più importante da affrontare sia quello della competitività dei propri prodotti rispetto a quelli dei principali concorrenti, in particolare quelli europei. Infatti, nonostante la concorrenza della Cina e degli altri paesi emergenti, in questi anni la Germania e la Francia sono riusciti a mantenere, o addirittura ad aumentare, le loro quote di mercato dell´export, mentre l´Italia ha perso posizioni. I prodotti italiani hanno perso competitività, perché negli ultimi anni la dinamica dei costi e dei prezzi in Italia si è discostata troppo da quella della produttività».

                              Quindi c´è una questione di costi del lavoro e di struttura del salario che va affrontata? Come dice Ciampi, serve davvero riscrivere il nuovo Patto sociale?

                                «Non c´è dubbio. È un problema principalmente di relazioni industriali. Bisogna rivedere in modo drastico le modalità contrattuali. Si tratta di una vera emergenza nazionale ma temo non siano in molti ad averlo capito. E anche lo Stato dovrebbe dare il buon esempio: l´ultimo rinnovo contrattuale nel pubblico impiego non lo è stato».

                                Il guaio è che da noi si parla d´altro. Come fa la Lega, che reclama addirittura il ritorno alla lira. Come vengono viste queste sortite, dalla Eurotower di Francoforte?

                                  «Non entro nel merito della proposta, di per sé assurda. Non bisogna però dimenticare che l´euro è il frutto di un trattato internazionale: rimettere in questione un trattato appena sottoscritto genera presso i nostri partner incomprensione e perplessità».

                                  Restiamo all´Italia. Come giudica la polemica tra autorità europee e Banca d´Italia sulle fusioni bancarie cross-border?

                                    «L´integrazione finanziaria in Europa favorisce la crescita. Si sono fatti molti progressi negli ultimi anni, ma nel settore bancario si è ancora indietro. Per questo la Bce vede con favore le integrazioni transfrontaliere che creano valore e concorrenza».

                                    La Bce viene vista spesso come il cuore dell´esecrata «tecnocrazia europea», che decide senza mandato e senza trasparenza. Quali passi avanti sono possibili per avvicinare di più la Bce al «sentire comune» dei cittadini d´Europa?

                                      «Le analisi fatte dagli specialisti, accademici o di mercato, mostrano che la Bce è altrettanto, se non più trasparente, di altre Banche centrali come la Riserva federale o la Banca d´Inghilterra. La Bce riporta almeno 4 volte all´anno al Parlamento Europeo, incontra i ministri dell´economia ogni mese e il Presidente dell´Eurogruppo è invitato a partecipare alle riunioni quindicinali del Comitato esecutivo della Bce. Non c´è uguale in altri paesi. Certo, si può e si deve migliorare, e in questo hanno un ruolo importante anche le Banche centrali nazionali. Ma insisto: i cittadini hanno bisogno di certezze per il futuro, per riprendere a investire e consumare. Sta alle istituzioni pubbliche, nazionali ed europee, cooperare tra loro per restaurare in Europa un clima di maggior fiducia».