“Intervista” L.Baculo: Sommerso, strategia fallita

13/05/2003

ItaliaOggi (Economia e Impresa)
Numero
112, pag. 12 del 13/5/2003
di Livia Pandolfi



Per Liliana Baculo (ateneo di Napoli) è meglio insistere sulla concertazione.

Sommerso, strategia fallita

Sia il pugno di ferro che gli incentivi sono inutili

Solo un’azione di economia dello sviluppo può combattere con efficacia l’economia sommersa. Né il pugno di ferro, né gli atteggiamenti concilianti servono infatti a sconfiggere la piaga del nero, soprattutto se si agisce su un solo versante, come il costo del lavoro o il fisco. A sostenerlo è Liliana Baculo, titolare della cattedra di economia dello sviluppo presso la facoltà di economia dell’università di Napoli, secondo cui ´lo strumento dei contratti di riallineamento o gli sgravi fiscali e contributivi messi in campo nelle leggi per l’emersione si sono rivelati fino a oggi sostanzialmente inadeguati o perlomeno parziali. Meglio quindi puntare su un capillare lavoro di concertazione sociale e una formidabile azione di formazione e informazione degli imprenditori, soprattutto al Sud’.

Domanda. Qual è l’idea che si è fatta nel corso delle sue numerose ricerche in Campania?

Risposta. Nell’Italia meridionale io non parlerei di lavoro nero come piaga sociale, ma come il segnale di un malessere della società, da distinguere nettamente dall’economia criminale e illegale. Molta dell’economia sommersa del Sud esiste a causa di una onerosa burocrazia e per il fatto che le leggi sono spesso pensate per le grandi e non per le piccole imprese. Inoltre il sommerso svolge anche un ruolo facilitatore per l’inizio di una nuova attività produttiva, proprio perché una piccolissima impresa all’esordio proprio non ce la fa a stare in regola con la normativa.

D. Perché finora i tentativi dello stato per combattere il nero non hanno raggiunto risultati esaltanti?

R. Perché si è agito solo con uno strumento, o al massimo con due. La legge 389/89, per esempio, quella dei contratti di riallineamento, si basava su un accordo sociale. Sindacati e associazioni avevano firmato un patto secondo il quale, entro tre anni, le imprese in nero, partendo da un salario del 25% rispetto a quello nazionale, dovevano emergere al 100%. In Puglia, per esempio, fu un grande successo: il 60% delle imprese si regolarizzò. Tuttavia i tempi slittarono da tre a dieci anni e le percentuali dei salari corrisposti dal 30 all’80%. Ad Avellino e in altre province, invece, si regolarizzarono solo il 6% delle imprese sommerse.

D. Perché?

R. Perché la legge si basava sulla sola leva degli sconti per il costo del lavoro. Sono nella debolezza dell’impresa e nella complessità del mercato del lavoro, invece, le vere radici dell’economia sommersa. Non a caso, anche l’ultima legge contro il lavoro sommerso, la 383/01, fa fatica a ottenere risultati veramente significativi nell’opera di contrasto a un fenomeno che resta molto diffuso.

D. Cosa propone questa legge?

R. Sgravi fiscali e contributivi, tempi dilazionati di emersione e anche autodenuncia degli imprenditori. Qui si agisce sul fronte del costo del lavoro, del fisco e della contribuzione, ma l’azione è stata poco lineare. La normativa è stata cambiata contribuendo a creare un clima di sfiducia. La facoltà di economia di Napoli, però, ha effettuato una ricerca su come si sta affermando a Napoli la legge 383.

D. E funziona?

R. Abbiamo rilevato, intanto, che gli attori che dovrebbero concorrere al funzionamento della legge hanno tutti idee diverse sul sommerso. Inps, consulenti, ispettori, commercialisti, guardia di finanza, ossia chi promuove e chi reprime va ognuno per conto suo.

R. Vuol dire che fallirà?

D. Vuol dire che non basta. È importante collaborare tutti insieme, mondo sociale e istituzionale, associazioni di imprese e tutti i protagonisti che influenzano il mercato del lavoro. Fin quando il nero svolgerà nel meridione un’azione di ammortizzatore sociale e ci saranno sussidi fine a se stessi che impediscono l’emersione, l’intreccio perverso non sarà rotto.