“Intervista” L.Angeletti: «Nuovo Patto con il contratto dei meccanici»

07/03/2005
    domenica 6 marzo 2005

    sezione: ECONOMIA ITALIANA – pagina

      Intervista / Luigi Angeletti

        « Nuovo Patto con il contratto dei meccanici »

        LINA PALMERINI

          ROMA • Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, è rimasto com’era ai tempi in cui guidava le tute blu del suo sindacato. I tavoli a Palazzo Chigi non ne hanno sciupato l’indole genuina, nè intaccato la natura verace. « Il sindacato preso in giro dal Governo? Non lo escludo. Se non ci convocano prima del varo del decreto sulla competitività sarebbe la conferma » . E ammette, senza finzioni, che i « più titolati a dare un parere sul provvedimento sono le imprese, quelle che competono sui mercati internazionali » . Prevede, quindi, che alla fine non ci potrà essere troppa distanza di giudizi tra sindacato e Confindustria mentre esiste ancora sul modello contrattuale. « La vertenza dei metalmeccanici ci traghetterà verso un nuovo ‘ 93, un accordo in cui la produttività sarà una parte importante del salario. Se non abbiamo fatto la riforma finora, non è colpa della Cgil. È la Confindustria che non ha le idee chiare » .

          Il Governo dice che il provvedimento sulla competitività è slittato per accogliere le proposte dei sindacati. È credibile?

            Hanno rinviato l’approvazione delle misure perchè la maggioranza ha problemi al suo interno. La spiegazione che hanno dato non è affatto convincente.

            Vi sentiti presi in giro?

              Il rinvio non è un problema. La vera questione è se accoglieranno le proposte che abbiamo portato al tavolo di confronto. Ci interessa verificare questo punto e lo faremo nel momento in cui ci sottoporranno i testi finali. Noi lunedì chiederemo un nuovo incontro.
              Se non ci ci sarà una convocazione prima del varo del decreto, sarà un fatto grave. Sarebbe la conferma che siamo stati presi in giro.

              Ma sapete già che alcune vostre proposte non possono essere accolte. La richiesta di risorse aggiuntive, per esempio.

                Non tutti gli interventi che abbiamo proposto hanno dei costi elevati. Per esempio, sarebbe un passo avanti se sulla ricerca si creasse un sistema di incentivazione fiscale per la collaborazione tra ricerca pubblica e imprese private. Quello che conta è rafforzare il legame tra l’Università e il sistema produttivo per avere sempre più brevetti. Anche sulle infrastrutture, il tema non sono solo le risorse. Faccio un altro esempio: non è possibile che un piccolo Comune possa fermare i lavori del Passante di Valico. Capisco le esigenze dei cittadini ma è anche vero che la priorità è l’interesse nazionale.

                Insomma, il Governo deve definire nuove regole in base a una gerarchia di interessi da tutelare.

                  Intanto il premier ha già individuato 12 miliardi di euro per finanziare un ulteriore taglio delle tasse nel 2006. Il sindacato si metterà ancora di traverso? Il premier ha un’esigenza politica: ha promesso il taglio delle aliquote e quindi annuncia che prima delle nuove elezioni manterrà gli impegni. Il sindacato non è contrario alla riduzione fiscale, semplicemente, una riduzione pura e semplice dell’Irpef non funzionerà. Non è affatto detto che quei soldi in più finiranno nelle tasche giuste, quelle di chi— sicuramente — spenderà di più.

                  E allora, qual è la via giusta?

                  Tagliare le tasse al lavoro dipendente. Ridurre il cuneo fiscale del costo del lavoro aiuta la domanda interna ma anche l’offerta. E non lo dico perchè sono un sindacalista e rappresento quel mondo. Anche la Confindustria propone la stessa ricetta.

                  L’alleanza con Confindustria salva il sindacato dal cono d’ombra in cui è finito?

                    Sulle questioni redistributive il sindacato non deve essere angosciato dall’idea di restare solo perchè è nell’ordine delle cose.
                    Ma quando si parla di politica economica, quella con Confindustria diventa un’alleanza strategica. Perchè abbiamo un oggettivo interesse in comune — la crescita— ma anche perchè un sindacato che, su questo terreno, va per conto suo non solo rischia l’isolamento ma è anche poco credibile.
                    Per questa ragione il nostrio giudizio sul decreto competitività non sarà molto distante da quello di Confindustria.

                    Significa che, alla fine imprese e sindacati condivideranno il giudizio sul provvedimento competitività?

                      Per quanto riguarda la Uil non ci sarà una schizofrenia di comportamenti visto che con le imprese abbiamo condiviso le proposte sullo sviluppo. Direi che sono anche i soggetti più titolati a esprimere — con maggiore cognizione — un giudizio sulle misure per la competitività.

                      È finita la fase di concertazione in cui il sindacato ha scambiato il suo ruolo politico con la moderazione salariale?

                        È finito quel modello di concertazione creata dal ‘ 93 perchè l’interlocutore principale — cioè, il Governo — non si appassiona più. Ne siamo usciti ridimensionati ma non è un processo irreversibile. Le regole del ‘ 93 sono state superate dalla piattaforma dei metalmeccanici ma proprio per questo ci sarà bisogno di un nuovo modello contrattuale.

                        La vertenza delle tute blu traghetterà verso un nuovo ‘ 93?

                          Con la piattaforma dei metalmeccanici è finita la moderazione salariale, è superato il ‘ 93. Senza regole, c’è solo il conflitto, vince chi è più forte. Ma è uno scenario poco sostenibile nelle nostre condizioni economiche, quindi, si dovranno necessariamente cercare nuove regole. Un nuovo ‘ 93 in cui la produttività diventi una parte importante del salario. Già nella piattaforma dei meccanici ci sono 25 euro — per tutti i lavoratori — sotto la voce " produttività". L’inflazione non basta più a far crescere i salari.

                          Ma sulla riforma contrattuale il sindacato prende tempo.

                            Si può anche dire che è colpa nostra. Che è la Cgil a impedire la riforma dei contratti. Ma è un alibi. In realtà è la Confindustria che non ha ancora deciso quali sono gli strumenti più adatti per riformare il sistema.