“Intervista” L.Angeletti: «Non vedo misure per la crescita»

13/07/2004




martedì 13 luglio 2004

intervista
Luigi Angeletti – segretario generale Uil

Il vero problema resta la debolezza della nostra economia
«Non vedo misure per la crescita»

Giampiero Rossi

MILANO «Se invece di agire solo sui tagli si iniziasse a pensare a far crescere il prodotto interno…». I sindacati sono preoccupati per un governo che persevera in una politica economica che va nella direzione opposta alle esigenze del paese, e preoccupa ancor di più il rischio di un autunno caldo. Ma secondo il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, dalla verifica in corso all’interno della maggioranza è possibile che, gioco forza, «emerga un minimo di cambiamento nella qualità della proposta economica». Insomma, il momento è talmente difficile da imporre una svolta anche a chi si ostina a fingere di non capire.

Angeletti, quali sono i punti a suo giudizio più sbagliati di questa manovra economica?

«L’aspetto più preoccupante è che se c’è una cosa di cui non ha affatto bisogno un paese come il nostro sono i tagli alla spesa pubblica in generale e i tagli indicati dal governo in particolare. Perché il problema vero è la scarsa crescita della nostra economia. Quei 7 miliardi e mezzo di euro che la manovra intende sottrarre agli enti locali e alle imprese vanno proprio in controtendenza rispetto a questa esigenza. Per questo il giudizio sulle scelte del governo è coralmente negativo. Prima di entrare nell’euro queste operazioni avevano un senso, ma adesso proprio non più, adesso bisognerebbe fare politiche che aiutino a far crescere il Pil, perché alla fine è questo il modo migliore per ridurre la spesa pubblica, ma il governo non ha fatto nulla in questa direzione».


Ma allora perché, secondo lei, Berlusconi e i suoi insistono in una linea politica che raccoglie solo dissensi?

Perché hanno fatto una scommessa iniziale su questa politica economica, sbagliata non solo per la parzialità di interessi che va a premiare ma anche da un punto di vista tecnico. Hanno pensato che il paese potesse crescere semplicemente perché si riducevano le tasse e si toglievano vincoli alle imprese. Questa era la loro formula per il “miracolo”. E invece non hanno tenuto conto che c’era gap di competitività legato all’assenza di investimenti. Ma su questo il governo commesso un ulteriore errore: non basta, infatti, distribuire soldi alle imprese per essere sicuri che poi queste investano, perché se non c’è un mercato che tira un imprenditore non si butta su nuovi prodotti».


Ma adesso, a quanto pare, sono gli stessi imprenditori a pensarla come voi del sindacato. È una sintonia vera?

«La sintonia è davvero possibile, e non per scelte diplomatiche o strategie politiche, ma proprio perché Confindustria ha maturato un ragionamento diverso. Prima di tutto ha riconosciuto che per essere competitivi occorre investire in ricerca e innovazione, e si badi bene che un conto è dire “prima abbassateci le tasse che poi noi investiamo” e un altro è, come accade ora, dire chiaro che si intende scommettere sul futuro, rinunciando persino a qualche soldo oggi. E poi, gli industriali si sono anche convinti che se il nostro sistema ha qualche difficoltà la colpa non è dei sindacati o soltanto della politica».


E adesso che succede? La mobilitazione si preannuncia continua e diffusa…

«Ci aspetta un calendario denso: il Dpef, la legge sulle pensioni, la cornice di alcune crisi industriali come quelle di Alitalia e Fiat, ma quel che mi preoccupa è uno scenario autunnale che si preannuncia davvero difficile sul fronte dei contratti: per gli autoferrotranvieri e il pubblico impiego, purtroppo tutto lascia prevedere che si tornerà allo scontro. Mi auguro e credo, però, che da questa verifica la maggioranza esca con una diversa qualità della proposta economica, è decisivo anche per loro».