“Intervista” J.Monks (Ces): «4 ottobre, per la difesa dell’Europa sociale»

29/09/2003

 Intervista a: John Monks (Ces)
       
 



Intervista
a cura di

Oreste Pivetta
 

lunedì 29 settembre 2003
«4 ottobre, per la difesa dell’Europa sociale»
Intervista al segretario dei sindacati europei (Ces), Monks: diritto al lavoro e al welfare, contro i nuovi egoismi


MILANO «Lavoro, diritti, solidarietà per l’Europa». Un’Europa che sappia ovviamente difendere ed estendere un modello sociale progredito. Così, con questo manifesto, il sindacato europeo scende
in piazza sabato 4 ottobre, a Roma, nel giorno in cui si riunisce la conferenza intergovernativa dell’Unione europea. Partita doppia per il sindacato, per la Ces, Confederazione europea dei sindacati,
da una parte per rivendicare quegli obiettivi, per niente scontati dopo mesi e mesi di esaltazione neoliberista, di attacchi al welfare e persino alla democrazia sindacale, a pratiche consolidate di consultazione e partecipazione; dall’altra per affermare il proprio ruolo non formale, di interlocutore politico dell’Unione europea e dei suoi organismi. Dopo il congresso di Praga, nella primavera scorsa, sarà l’appuntamento più importante per il nuovo segretario, l’inglese John
Monks (dopo Emilio Gabaglio), che ha di fronte a sé, in una stagione di crisi economica, la battaglia per rafforzare la cultura unitaria di un sindacato che è somma di tradizioni e che soprattutto vive condizioni diverse: la ricca Europa deve riconoscere il proprio "Sud" accanto al "Nord". Abbiamo chiesto a John Monks di riassumere lo spirito della manifestazione romana.
Signor Monks, che cosa dobbiamo attenderci in piazza del Popolo?
«Intanto la volontà comune dei sindacati e dei lavoratori di preservare un modello sociale e di relazioni sindacali avanzato, un modello che è stato varie volte contestato: troppo oneroso, si è detto,
anche a sinistra, il sistema del welfare e l’influenza delle nostre trade unions sarebbe meglio limitarla. Contro questa idea, che è diventata una moda, noi ci battiamo, perché l’Europa, la sua politica, la sua costituzione recepiscano invece che la crescita economica sta accanto al progresso sociale, al rispetto dei diritti, quindi, alla diffusione dei servizi, al lavoro per tutti. Il progetto di costituzione
presentato da Giscard d’Estaing mi pare accolga questa nostra convinzione. Ma esistono governi che la pensano in modo contrario e che usano a sostegno della loro polemica lo stato critico dell’economia. Francia, Germania, Italia, ovviamente ciascun paese secondo la propria particolarità, stanno vivendo momenti duri.
Ecco la necessità o la speranza di poter accantonare certe regole. Anche noi pensiamo
che i limiti di Maastricht vadano rispettati, ma che non debbano diventare dogma: tuttavia continuiamo a mettere al primo posto il progresso comune…».
Sì. Però, come si è capito anche al congresso di Praga, i sindacati vivono il problema a differenti livelli di sensibilità. O drammaticità…
C’è chi sta meglio (cioè si sente meglio garantito e protetto) e chi sta peggio (dove l’attacco ai diritti, come in Italia, è più forte). Come s’avverte nella vostra discussione questo dualismo reale?
«Ci saranno differenze di valutazione, ma vi è una maggioranza di elementi comuni. Inevitabile una dialettica tra componenti che rappresentano lavoratori di una stessa Europa e di paesi però
ancora molto lontani.Il problema nostro è però di respingere un attacco diffuso. Cercano di screditare il sindacato. L’argomento è banale: il sindacato è arretrato e lento di fronte alla novità e alla dinamicità dei cambiamenti, il sindacato va bene
per i padri, non va bene per i figli, il sindacato difende chi è già garantito, non chi vive la precarietà. Dobbiamo dimostrare che questa immagine è falsa, che il sindacato sa capire i cambiamenti, che sappiamo che cosa è la flessibilità (ma anche che tutti i lavoratori devono godere degli stessi diritti, che non esiste serie A e serieB). Sbaglia chi descrive il sindacato chiuso a ogni novità, in difesa…».
Vi accusano di eccessi di rigidità, quando lo stato dell’economia richiederebbe di lasciar perdere qualche regola…
«La prima regola che chiediamo venga rispettata è quella del dialogo sociale. Non si può cancellare una conquista storica e uno dei fondamenti della nuova Europa…».
Lo diceva con molta fermezza Jacques Delors, uno dei padri dell’Europa, a Praga.
«Se il dialogo sociale vive, il progetto europeo può godere di un appoggio popolare forte, ma d’altra parte l’avventura europea non può presentarsi alla gente che lavora con i segni della debolezza nei
confronti di temi fondamentali, che si chiamano diritti, contrattazione collettiva, welfare, servizi».
All’Italia e al suo governo, nel semestre di presidenza, che cosa chiedete?
«Intanto che si operi perché l’Europa si presenti con una sola voce in campo internazionale. Dopo quanto è avvenuto e di fronte a quanto sta avvenendo è un obbligo politico e morale. Nessuna può negare la funzione di equilibrio che l’Europa
potrebbe esercitare ion modo positivo. Di fronte a noi poi c’è la gravità della situazione economica, con il rischio in molti paesi di un declino, del calo dell’occupazione, dell’aumento dei prezzi. Occorre
una politica comune, che interpreti in modo intelligente il Trattato, perché si risponda alla domanda di lavoro, difendendo il sistema delle protezioni sociali. All’Italia chiediamo indicare una strada di fedeltà ai principi del modello sociale
europeo, contro l’approccio neoliberista che sembra essere privilegiato in molti paesi europei. Tutto questo anche rispetto all’immigrazione, alla responsabilità sociale dell’impresa, alla garanzia di trasparenza nelle transazioni finanziarie.
Tutto questo per dire che non si può costruire una forte Europa su un pilastro sociale debole».
In Svezia hanno dimostrato di nutrire dei dubbi. Forse temono che anche il loro pilastro subisca qualche colpo…
«Il referendum s’è risolto con un voto che ci ha colpiti, ma che non si deve enfatizzare. Probabilmente i sostenitori del sì non sono riusciti a spiegarsi con efficacia, non hanno usato gli argomenti giusti. Gli svedesi temevano di dover perdere qualcosa. In Polonia le cose erano andate in modo molto diverso, ma i polacchi erano convinti d’aver solo da guadagnare dall’Europa. In partenza, le situazioni e quindi le attese erano molto diverse: si capisce l’esito diverso. Forse l’Europa
non dava sufficienti garanzie a quelli cui le garanzie non mancano. Forse l’Europa di Berlusconi presidente non offriva loro una rassicurante immagine di equilibrio».