“Intervista” J.Heckman: «Bisognerà lavorare fino a 70 anni»

02/09/2003





martedì 2 settembre 2003

L’INTERVISTA
James Heckman, Nobel per l’economia: l’Italia, come la Francia e la Germania, ha un welfare al di sopra delle sue possibilità

«Per salvare la previdenza
bisognerà lavorare fino a 70 anni»

      «L’Europa vive al di sopra delle proprie possibilità, i suoi sistemi del welfare distribuiscono una ricchezza che non c’è più, come dimostra il divario di produttività con l’America. C’è una cultura troppo protettiva, che si preoccupa di tutelare l’esistente, senza guardare avanti», sostiene James Heckman, 59 anni, premio Nobel per l’Economia nel 2000 e professore emerito all’Università di Chicago, grande esperto dei differenti programmi sociali di cui ha studiato l’impatto e le metodologie per misurarli. E ai governi di Roma e Berlino, alle prese con la riforma delle pensioni, questo liberista convinto consiglia interventi coraggiosi: «Bisogna restare al lavoro molto più a lungo, fino a 65-70 anni».
      Professor Heckman perché il modello sociale europeo è in crisi?
      «Perché la società europea è come paralizzata da troppa protezione, mancanza di incentivi ad innovare, ad aumentare la produttività, a favorire l’eccellenza nell’istruzione. Ma anche da vincoli e regolamentazioni eccessivi. Tutto questo frena la crescita economica. Così oggi l’Europa non può più permettersi sistemi di welfare generosi».

      La Francia, però, ha appena varato la riforma delle pensioni, definita da molti "storica", mentre Italia e Germania hanno messo la previdenza in cima all’agenda politica.

      «La Francia ha fatto bene a innalzare gli anni di contributi dei funzionari pubblici come nel settore privato, aumentandoli per tutti.

      Italia e Germania?
      Soffrono dello stesso male».
      Quale?

      «Entrambi i Paesi sono usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale. Ma nel Dopoguerra hanno dimostrato una straordinaria vitalità, compiendo passi che hanno fatto prosperare la società. Adesso la gente vorrebbe conservare un modello e uno stile di vita che hanno avuto successo 30 anni fa, ma che non sono più adeguati, anzi creano distorsioni e disuguaglianze sia sul mercato del lavoro che nella sicurezza sociale. L’età pensionabile è un esempio».

      Gerhard Schröder vorrebbe portarla a 67 anni e Silvio Berlusconi propone di prolungare di 5 anni gli anni di lavoro effettivi.

      «Bisognerebbe lavorare fino a 65-70 anni, se la salute lo permette. Poiché l’aspettativa di vita serve come media per calcolare il ritiro dal lavoro, l’Italia, dove la gente va in pensione a 55-60 anni, si comporta come se fosse l’Uganda, dove si muore a 55 anni, anzi anche meno a causa dell’Aids. Il paradosso è che da un lato i laureati italiani restano in casa fino a 30 anni, dall’altro si continua ad andare in pensione a meno di 60».

      Il ministro italiano del welfare, Roberto Maroni, ha lanciato l’idea di elevare di oltre il 30% la busta paga per incentivare a restare sul posto di lavoro più a lungo.

      «L’importante è convincere le persone a lavorare più a lungo, ma in modo produttivo».

      Il sindacato però è contrario all’ipotesi di innalzare l’età di pensione.

      «Uno dei grandi problemi italiani è l’organizzazione centralizzata del sindacato. Non è al passo con i tempi, che richiedono il decentramento a livello aziendale».

      Ma lavorare fino a 70 anni non toglierebbe lavoro ai giovani?

      «No, perché il giovane non va ad occupare lo stesso posto dell’anziano. E’ una visione limitata, l’economia non funziona così. Se si creano incentivi, si crea più capitale, più posti di lavoro, più idee. Quindi ci saranno più lavoratori anziani ma anche più giovani, che portano nuove competenze, sanno usare le nuove tecnologie e hanno familiarità con le innovazioni più recenti».

      Che cosa pensa dell’ipotesi di un "prelievo di solidarietà" sulle pensioni più ricche?

      «E’ una cattiva idea, perché è un’altra tassa e crea un’aspettativa anche per il futuro».

      L’altra faccia del welfare è la crisi economica: l’Europa deve fare i conti con una crescita ferma a zero.

      «Le economie di Germania, Francia e Italia vanno così male per l’eccesso di regolamentazioni, per l’inflessibilità delle società e l’incapacità ad adattarsi alle nuove tecnologie e alle nuove regole imposte dalla concorrenza internazionale. Ridurre l’orario di lavoro, come è successo in Francia e in Germania, non aiuta la produttività. Ma anche l’alto livello di tassazione ha conseguenze negative, perché spinge molte aziende a delocalizzare e i giovani talenti ad emigrare».

      Quindi?

      «La chiave di tutto è la produttività, che può essere aumentata enormemente se si elimina il gesso che immobilizza i settori produttivi. L’Italia, con il suo tessuto di piccole e media imprese, ha grandissima creatività e spirito di imprenditorialità. Ma sembrano come imbrigliati».

      Anche se poi c’è il rischio di infrangere il Patto di stabilità?

      «Germania e Francia l’hanno già fatto. Il Patto è insano e andrebbe abolito, perché con l’inflessibile regola del 3% tarpa le ali alla crescita economica in Europa».
Giuliana Ferraino