“Intervista” Ingrao: «la sinistra esca dalla Quercia»

19/01/2007
    giovedì 18 gennaio 2007

    Pagina 11- Politica

      Intervista
      Pietro Ingrao

        “Fassino e D’Alema moderati
        la sinistra esca dalla Quercia”

        RICCARDO BARENGHI
        ROMA

          Dall’alto dei suoi novantadue anni di vita e settanta di battaglia politica nel Pci e nella sinistra italiana, Pietro Ingrao guarda a quel che succede oggi con un distacco parecchio critico. Non si appassiona più di tanto allo scontro interno al governo Prodi e nemmeno al travaglio che accompagna la nascita del Partito democratico, che peraltro vede come un approdo ineluttabile: «I moderati stiano con i moderati e gli altri, se vogliono, facciano un’altra cosa, diciamo una cosa di sinistra. Ma queste sono ancora ragionamenti in politichese. Ciò che mi angoscia è il massacro che ha il suo centro in Iraq: la guerra torna prepotentemente a segnare il cuore della politica. È bene che il governo Prodi abbia dichiarato il suo ritiro dall’Iraq, là è il punto chiave che segna la situazione attuale del mondo e il centro della politica all’alba del nuovo secolo».

          Però in Italia si discute soprattutto d’altro. Per esempio dello scontro tra riformisti e radicali: lei come lo vede?

            «Io quando mi parlano di riformisti penso a Filippo Turati, figuriamoci, e ai duri scontri di allora contro il governo reazionario di Francesco Crispi. Poi penso agli anarchici, ai rivoluzionari, ai comunisti, infine al Pci. Che fu rivoluzionario nell’ispirazione e nell’ideologia, ma riformista nella tattica e nella pratica politica. Ma questa è un’altra storia, anzi è la storia».

            Invece la cronaca di oggi?

              «Francamente parlando, nella sinistra di oggi io vedo una trama di battaglie di ispirazione democratica e – usiamo la parola di rito – progressista. Naturalmente ci sono anche gruppi o partiti (a uno di essi sono anche iscritto, Rifondazione), che alzano canti e bandiere "rivoluzionarie". Ma sono forze di dimensioni ridotte. Per il resto mi sembra che il grosso sia prodiano, cioè democratico-moderato. Questa è l’area che prevale nel centrosinistra e che non viene certo cancellata dalla presenza, comunque importante, di partiti che si dichiarano marxisti».

              Eppure dicono in molti che sono i «rivoluzionari» di oggi, altrimenti detti «massimalisti», che dettano l’agenda del governo mentre i riformisti devono subire.

                «Sono favole. Semmai ancora non è chiaro, o almeno io non l’ho ancora capito, come riusciranno ad armonizzarsi queste due componenti. Per ora vedo solo differenze e attori rumorosamente diversi. Penso a Caserta, ai proclami, alle interviste…ma finora abbiamo visto solo programmi molto folti e anche troppo complicati e anche con curiose contraddizioni interne».

                Ci faccia qualche esempio.

                  «La questione della base americana di Vicenza, che noi abbiamo generosamente concesso al signor Bush. Il che mi sembra un’assurdità: mentre diciamo che gli Usa stanno facendo una guerra sbagliata in Iraq, noi concediamo loro di allargare le basi militari a poca distanza dalla fornace. È davvero un po’ strano».

                  Però l’Italia è andata via dall’Iraq e si è impegnata nella missione di pace in Libano. E il ministro D’Alema viene spesso accusato di antiamericanismo. Qualcosa si è mosso.

                    «Faccio fatica a immaginarmi D’Alema antiamericano. Purtroppo però le sue iniziative intelligentemente prudenti sono piccole toppe. Perché se non si crea uno schieramento di nazioni che affronta l’obiettivo della pace, il mondo non troverà pace».

                    Tornando in Italia, lei accennava a scelte crude: oltre Vicenza che cosa?

                      «Penso al lavoro, alla pensione, ai diritti di quelli che io continuo a chiamare proletari. E alla scuola, forse al primo posto».

                      Nel frattempo gli eredi di quel partito, cioè il Pci, che in Italia rappresentava i proletari, stanno decidendo di sciogliersi per dar vita a un nuovo soggetto insieme alla Margherita, denominato Partito democratico. Immagino che lei sia contrario, così come lo fu alla svolta di Occhetto.

                        «Non è la stessa cosa. Diciamo che se i Ds fossero ancora un partito di sinistra, mi opporrei».

                        Perché i Ds non sono di sinistra?

                          «Secondo me no, il grosso di quel partito, a cominciare da Fassino e D’Alema, è centrista e moderato. Come Prodi e come Rutelli: un po’ più un po’ meno. E mi pare che nemmeno lo nascondano».

                          Dunque farebbero bene a mettersi insieme nello stesso Partito?

                            «Alla fine dei conti sì. Io non capisco che senso abbia una battaglia – e lo dico ai miei amici e compagni della sinistra diessina, Mussi, Salvi, Fulvia Bandoli – per restare tutti insieme quando la si pensa in modo così diverso. Mi sembra insomma una perdita di tempo cercare di tenere uniti i Ds, perché alla fine stare insieme per forza produce solo un pasticcio».

                            Invece cosa farebbe Ingrao se ancora facesse politica attiva?

                              «Lascerei che Prodi, Rutelli, Fassino, D’Alema facciano quel che vogliono fare, se vogliono mettersi nello stesso Partito moderato vuol dire che sono moderati. Dunque si accomodino. Io mi occuperei di costruire qualcosa di sinistra, insieme a Rifondazione e a tutti quelli che moderati non sono. E che, mi auguro, non la pensano allo stesso modo di Rutelli e tantomeno del placido Prodi».