“Intervista” Il ministro degli Esteri libico: «Anche noi siamo invasi, è una catastrofe»

27/06/2003


27 Giugno 2003

«MA NON POSSIAMO RISOLVERE IL PROBLEMA NEL MODO ANNUNCIATO DAL VOSTRO PRESIDENTE»

«Usare quei disperati come ricatto? Fesserie»
Il ministro degli Esteri libico: «Anche noi siamo invasi, è una catastrofe»

intervista

Guido Ruotolo

inviato a TRIPOLI

ASPIRA lentamente la pipa. Il suo addetto stampa ha appena riferito le notizie che rimbalzano da Roma: l’annuncio del Presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che l’Italia manderà navi e militari a presidiare le coste libiche. Abdulrahman Shalgham, ministro degli Esteri, è preso alla sprovvista: «Se sono questi i termini annunciati dal presidente Berlusconi, noi non consentiremo una presenza militare italiana sul nostro territorio. La prossima settimana discuteremo con il ministro dell’Interno Pisanu, che verrà a Tripoli, l’accordo di cooperazione tra Libia e Italia». La precisazione del ministro Shalgham arriva alla fine di una lunga intervista che ci ha concesso sul tema dell’immigrazione clandestina: «Se per l’Italia rappresenta un problema – sintetizza il ministro -, per noi è una catastrofe». Shalgham parla perfettamente l’italiano, essendo stato ambasciatore nel nostro Paese. All’obiezione secondo cui la Libia userebbe l’immigrazione clandestina come ricatto nei confronti dell’Italia e dell’Europa, il ministro risponde fulminante: «E’ una fesseria». Parla mentre traccia linee rette e cerchi su un foglio di carta. Shalgham alza lo sguardo e ripete: «Per noi è una catastrofe. Che dovremmo fare? Ammazzarli come chiede il vostro ministro Bossi?».
Signor ministro, in Libia vi sono circa un milione e mezzo di immigrati irregolari. Cosa fa il suo Paese per contrastare questo fenomeno?
«Abbiamo compiuto uno sforzo straordinario per avere rapporti diretti con i Paesi d’origine di questi immigrati. Ci stiamo impegnando perché questi giovani che fuggono in cerca di lavoro, di futuro, possano avere le opportunità per rimanere nei propri Paesi. Noi abbiamo quattromila chilometri di confini nel deserto e anche l’esercito americano non riuscirebbe a proteggere dei confini così estesi. Questi giovani che si mettono in cammino per raggiungere il nostro Paese muoiono a centinaia nel deserto. Partono per fuggire dalle sofferenze, dalle guerre civili e sono poveri. Che dovremmo fare? Fucilarli? Anche noi siamo invasi da migliaia di disperati».
Che tipo di assistenza riuscite a garantirgli? Dove sono concentrati?
«Dovunque. Da Tobruk, al confine con l’Egitto, a Gat, al confine con l’Algeria. Ogni giorno spendiamo milioni di dinari per offrirgli un’assistenza sanitaria e per sfamarli. Abbiamo anche organizzato ponti aerei per riportarli nei loro Paesi. Vorrei aggiungere che questa presenza rappresenta anche un pericolo dal punto di vista sanitario. Portano malattie, abbiamo il problema dell’aids…».
Gli apparati di sicurezza italiani temono che tra i disperati che sbarcano sulle nostre coste si infiltrino terroristi e criminali.
«E’ un timore anche nostro. Non sappiamo se si infiltrano integralisti e terroristi, di certo arrivano criminali. Abbiamo avuto scontri violenti tra nostri giovani e gruppi di immigrati africani, con morti da ambo le parti. Le faccio una domanda: quanti immigrati vi sono in Italia? Quasi due milioni su una popolazione di quasi sessanta milioni? Da noi sono quasi due milioni su meno di sei milioni di libici. Non c’è confronto, come vede, tra noi e voi. Noi, nonostante tutti gli sforzi, non siamo in grado di assorbire questa presenza, di garantire un lavoro, di offrirgli un’abitazione».
Da quando è esplosa questa «catastrofe»?
«Da anni, dalla guerra civile in Congo e Liberia. Arrivano dal Ghana, dalla Sierra Leone, dal Mali, dal Niger, dall’Egitto».
Dal primo gennaio ad oggi sono sbarcati in Sicilia 7500 immigrati, quasi certamente tutti salpati dalla Libia, dal porto di Zwara.
«Zwara è al confine con la Tunisia. Abbiamo scoperto e arrestato gruppi di egiziani, tunisini e libici che organizzano questo traffico. Anche in Libia è un reato il commercio di esseri umani e per noi chi organizza questi viaggi è un criminale».
Nei prossimi giorni verrà a Tripoli il nostro ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, per ratificare un accordo tecnico di cooperazione tra Italia e Libia per il contrasto all’immigrazione clandestina.
Quali sono i termini di questo accordo? Cosa chiedete all’Italia?
«Noi dobbiamo proteggere i nostri confini, quelli interni del Sud, non i confini degli altri Paesi, dell’Italia. Nonostante i nostri investimenti, nonostante i pattugliamenti dei nostri uomini non riusciamo a controllare quattromila chilometri di deserto, di sabbia. Anche le coste, da Tobruk a Zwara, duemila chilometri, sono presidiate da nostri nuclei, dalla nostra Marina militare. Ma non è sufficiente».
Cosa avete chiesto, concretamente, all’Italia?
«Ho parlato diverse volte con il ministro Franco Frattini. Dobbiamo mettere in campo una strategia complessiva per affrontare questo problema. Intanto, perché l’Italia e l’Europa non dialogano direttamente con i Paesi di provenienza di questi immigrati? Perché si limitano a parlare con noi? La Libia non è responsabile anzi è una vittima di questa catastrofe. Noi avremmo bisogno di almeno cinquanta elicotteri per controllare i confini interni. Ma c’è l’embargo. E perché allora dovremmo comprare mezzi navali per proteggere le vostre coste? Siete ricchi, avete i soldati per controllare i vostri confini».
Ministro, accennava a una strategia complessiva per contrastare questo fenomeno. Rapporto diretto tra Europa e i Paesi di provenienza di questi clandestini. E poi?
«Dobbiamo creare le condizioni per un piano straordinario di sviluppo dell’Africa, dobbiamo mettere in campo progetti e risorse. Noi abbiamo già creato posti di lavoro in Ciad, Niger, Mali, Burkina Faso. Ma non quanti ne servirebbero. L’Europa è disposta a contribuire a creare tre-quattro milioni di occasioni di lavoro in quei Paesi? E poi si deve superare l’embargo europeo e l’Italia ci deve aiutare. Noi non possiamo comprare elicotteri, zodiac, gommoni per proteggere l’Europa, lo possiamo fare per difendere i nostri confini terrestri e marittimi. Infine, dobbiamo rafforzare e istituzionalizzare lo scambio di informazioni tra le varie polizie e dare via libera alla cooperazione tra la nostra Marina militare e quella italiana, quella dei Paesi europei».