“Intervista” Ichino: una scossa utile per il centrosinistra

20/01/2003

          17 gennaio 2003

          Il professore di Diritto del lavoro: il modello di garanzie è quello tedesco
          Ichino: una scossa utile
          per il centrosinistra

          MILANO «Non tutto il male viene per nuocere. Per certi aspetti, il
          centro-sinistra aveva bisogno di questo shock per chiarirsi le idee».
          Pietro Ichino, professore di Diritto del lavoro alla Statale di Milano,
          non vede come fumo negli occhi la possibilità che in primavera
          si voti per il referendum sull’articolo 18.
          Professore, può spiegarsi meglio?
          «Il referendum ha il merito di costringerci tutti a riflettere sul fatto che,
          se davvero l’articolo 18 ponesse un fondamentale e intangibile
          diritto di libertà e dignità della persona, questo diritto non potrebbe
          essere negato ai tre milioni e mezzo di lavoratori delle piccole aziende
          e ai due milioni di co.co.co. sostanzialmente dipendenti. Su questo i promotori del referendum hanno ragione».
          E su che cosa hanno torto?
          «L’articolo 18, così come è oggi, dà ai lavoratori delle imprese mediograndi uno dei regimi di stabilità più protettivi del mondo; ma questo è reso economicamente possibile dal fatto che gli altri cinque milioni e mezzo di cui si è detto, più i due o tre milioni di irregolari, forniscono al sistema un enorme polmone di flessibilità. Eliminare questo polmone avrebbe probabilmente effetti molto pesanti sul nostro sistema economico».
          Dunque, secondo lei è giusto lasciare le cose come stanno?
          «Niente affatto. Ho sempre sostenuto che il nostro sistema attuale è profondamente ingiusto: un mercato del lavoro spaccato in due, in cui metà della forzalavoro porta tutto il peso della flessibilità necessaria».
          Come se ne può uscire?
          «Costruendo un sistema di protezione suscettibile di essere applicato
          davvero a tutti i lavoratori e non soltanto a metà. Ma per questo occorre riformare l’art. 18».
          Che cosa ha che non va l’articolo 18?
          «Contro i licenziamenti discriminatori o di rappresaglia va benissimo.
          È sul terreno dei licenziamenti per motivi economici che non funziona. In primo luogo perché non stabilisce la soglia oltre la quale la perdita dell’impresa sul singolo rapporto giustifica il licenziamento. Inoltre perché, se il giudice ritiene che la soglia di perdita sia stata effettivamente superata,
          l’imprenditore viene assolto da ogni obbligo e il lavoratore se ne deve andare senza indennizzo».
          Quale soluzione propone?
          «Un modello possibile è quello delineato nel disegno di legge presentato nella scorsa legislatura da un gruppo di parlamentari dell’Ulivo, tra i quali anche numerosi diessini».
          Quello che va sotto il nome di «modello tedesco»?
          «Sì. Si tratterebbe di introdurre una norma che affidi al giudice del lavoro di decidere discrezionalmente caso per caso, secondo buon senso, se disporre la reintegrazione del lavoratore o limitarsi a condannare l’impresa a un indennizzo
          adeguato. In Germania la legge fissa un limite massimo di indennizzo pari a diciotto mensilità di retribuzione; da noi, in un’ottica gradualistica, potrebbe essere negoziato un limite massimo doppio rispetto a quello tedesco, salvo
          ridurlo opportunamente in relazione alle dimensioni dell’impresa.
          E una disciplina di questo genere potrebbe essere estesa anche nelle imprese di piccole dimensioni, come in Germania, dove la soglia è collocata a 5 dipendenti».
          E se invece non cambia nulla e a primavera si va a votare?
          «Il sì farebbe danno alla nostra economia. Il no consoliderebbe un sistema ingiusto, basato sull’esclusione dalla protezione di metà dei lavoratori italiani». la.ma.