“Intervista” Ichino: «Ma bisogna ancora tentare di dialogare»

03/03/2003





3 marzo 2003

Parla il professore minacciato. «Riscriverei quella lettera. Non rassegniamoci a considerarli belve»

Ichino: «Ma bisogna ancora tentare di dialogare»

      Professor Ichino, la sua lettera aperta ai terroristi ha suscitato grande solidarietà sul piano personale, ma anche alcuni dissensi sul contenuto del suo messaggio, che è stato letto da qualcuno come una «mano tesa» ai terroristi: le si obietta che i terroristi sono tali proprio perché capaci di sparare per uccidere sempre e comunque. L’assassinio a freddo dell’agente della Polfer durante un banale controllo sembra confermare questa tesi. Riscriverebbe oggi quella lettera?
      «Sì, la riscriverei. Se vogliamo sconfiggere il terrorismo dobbiamo fare tutto il possibile per sradicare l’intolleranza ideologica e coltivare il senso di umanità che c’è anche nei terroristi, anche se cercano di reprimerlo. Non è facile, lo so. Ma è necessario tentare».
      Olga D’Antona ricorda che chi uccise suo marito restò appostato per un mese in un furgoncino per osservare i movimenti suoi e dei suoi familiari; e ciò non gli impedì di premere il grilletto sei volte.

      «È vero. E aggiungo che è diversissima la condizione di chi come me è soltanto un bersaglio possibile, da quella di chi ha perso un marito o un padre per mano di assassini feroci come belve. Il dolore atroce è incompatibile con i buoni sentimenti. Ma io non voglio proporre buoni sentimenti».

      Che cosa propone, allora?

      «Una strategia vincente contro il terrorismo politico-ideologico; per sradicare questa piaga, caratteristica peculiare del nostro Paese, è indispensabile, certo, un’azione di polizia efficace. Ma occorrono anche altre due cose. La prima è sradicare dal modo di pensare e di agire delle forze di sinistra l’intolleranza ideologica, nella quale vedo l’eredità peggiore del vecchio partito comunista e un "brodo di coltura" del terrorismo di sinistra».

      La seconda?

      «Valorizzare una risorsa nascosta: quel tanto di umano che c’è nei terroristi. Loro fanno di tutto per reprimerlo, tenerlo nascosto, impedirgli di emergere; noi dobbiamo fare tutto il possibile per rendere loro difficile questa operazione. Del resto, non l’ho inventata io questa strategia; il primo a praticarla nella lotta alle Brigate rosse, con grande successo, è stato Carlo Dalla Chiesa».

      Può spiegare meglio?

      «Le disposizioni del generale Dalla Chiesa erano che, quando veniva arrestato un terrorista, non lo si maltrattasse, non lo si insultasse: doveva essere trattato con grande rispetto, da cittadino. Questo ha disorientato molti brigatisti: si aspettavano, dopo l’arresto, di essere trattati come belve da altre belve; e invece scoprivano di essere trattati come persone umane da altre persone umane: così incominciavano a scoprire i benefici di una "cornice" di rispetto reciproco tra persone, di quello Stato di diritto che fino al giorno prima volevano abbattere. Certo, qualcuno è rimasto tetragono a questa esperienza; ma per molti è stato l’inizio della riscoperta del proprio essere uomini in mezzo ad altri uomini, del recupero alla civiltà. È così che è stato inferto il colpo decisivo alle Brigate rosse».

      Ma la strategia di Dalla Chiesa presupponeva pur sempre che il brigatista venisse catturato: si rivolgeva a un terrorista ormai sconfitto.

      «Ecco, forse la novità della mia proposta sta qui: cercare di contrattaccare su questo terreno prima ancora dell’arresto. Prenderli in contropiede anticipando, per così dire, la semina. Può essere che questo non produca alcun risultato nell’immediato. Ma chi può dirlo con sicurezza? Le risposte di Sergio Segio e di Valerio Morucci alla mia lettera aperta, pubblicate dal
      Corriere della Sera , sembrano confermare la possibilità che quel seme dia frutto anche prima della "caduta" militare del singolo terrorista».
      Il suo collega Carlo Dell’Aringa, anche lui da tempo sotto minaccia di aggressione, ha scritto nei giorni scorsi: «Ichino chiede ai terroristi di non essere quello che sono. È un invito giusto ma disperato. Non si può essere terroristi e dialogare».

      «Io penso proprio il contrario. Se ci rassegniamo a considerare i terroristi come belve, allora sì non possiamo che disperare; allora sì resta soltanto la guerra all’ultimo sangue. La mia lettera aperta ai terroristi nasce proprio dal fatto che non sono affatto disperato: ho la speranza che, con qualcuno almeno, il contatto possa stabilirsi, possa costruirsi la "cornice"».

      E se i terroristi non rispondono, se l’appello cade nel vuoto?

      «Su questo terreno non si sa mai con precisione se e quando il seme darà il suo frutto. L’importante è seminare, cercare di introdurre un tarlo nel muro che i terroristi cercano di costruire dentro di sé. Sperare che il tarlo lavori, pian piano, e riesca un giorno a perforare il muro. So che non si può chiedere questo atteggiamento a chi porta nella carne la ferita inferta dal terrorista-belva; il compito non è suo. Ma chi ancora può farlo, è utile che lo faccia».
R. I.


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