“Intervista” Ichino: Il Patto per l’Italia nasconde un pasticcio

12/07/2002

 Intervista a: Pietro Ichino
       
 



Intervista
a cura di

Angelo Faccinetto
 

11.07.2002
Il Patto per l’Italia nasconde un pasticcio


MILANO Professor Ichino, il ministro Marzano ha dichiarato che i neoassunti dalle imprese che superano la soglia dei 15 dipendenti non avranno mai le tutele dell’art.18, almeno finchè restano dipendenti di quell’impresa. Pezzotta nega che sia così. Chi pensa abbia ragione?

«La mia impressione è che nella trattativa delle scorse settimane sia accaduto su questo punto quello che accade sovente nelle trattative sindacali: l’accordo non è stato raggiunto e il disaccordo si è tradotto in una formulazione che consente entrambe le interpretazioni».

Dunque una norma che si presta a più letture?

«Sì: nelle trattative normali la patata bollente viene passata al giudice; in questo caso è stata passata al Parlamento. Certo, il Parlamento non potrà non tener conto dei problemi costituzionali che si aprirebbero se prevalesse la tesi del ministro Marzano: si stabilizzerebbe un regime duplice, nel quale due aziende con lo stesso numero di dipendenti, anche di molto superiore a quindici, sarebbero soggette a due discipline diverse del licenziamento, a seconda che abbiano superato la soglia prima o dopo l’autunno 2002. Non mi sembra probabile che la Corte costituzionale consenta un esito stabile di questo genere, senza limiti di tempo né di numero di dipendenti».

Se in Parlamento prevarrà la linea della temporaneità della deroga che cosa accadrà alla scadenza del triennio?

«Una scelta possibile è quella di porre un termine triennale di efficacia della nuova disposizione: se non ci sarà un nuovo intervento legislativo, tutto tornerà come prima. In questo caso l’effetto pratico della norma nel triennio sarà davvero modestissimo».

Altre scelte legislative possibili?

«Un’altra scelta possibile è quella di limitare fin d’ora gli effetti della norma alle sole assunzioni effettuate nel corso del triennio; ma questa scelta lascerebbe in qualche misura aperto il problema di costituzionalità di cui parlavo prima. Non mi sembra proponibile, invece, che il governo venga delegato fin d’ora a intervenire nuovamente sulla materia, alla scadenza del triennio».

Nel commentare il Patto ha parlato di un problema di verifica della rappresentatività delle parti stipulanti. Che cosa intende?

«Intendevo dire che in un regime di pluralismo sindacale non dovrebbe essere considerato come una anomalia un accordo stipulato col governo o con un’impresa da un sindacato e rifiutato da un altro; ma se l’accordo è destinato a produrre effetti generali, estesi a un’intera categoria di lavoratori, allora la Costituzione impone che si verifichi la rappresentatività maggioritaria del sindacato o coalizione sindacale stipulante. Questo, in Italia, è ancora un problema irrisolto».

È il problema che si è tentato di risolvere nella legislatura precedente. Ma Cisl e Confindustria si opposero.

«La Cisl denunciava un difetto reale di quel disegno di legge: le rappresentanze elette dai lavoratori secondo quel progetto avrebbero finito col costituire un’entità sindacale a sé stante, come una sorta di “quarta confederazione”, priva di legami organici con le associazioni sindacali territoriali. Occorre invece istituire una consultazione periodica nella quale i lavoratori scelgano il sindacato da cui intendono farsi rappresentare; e distribuire tra i sindacati i posti nella rappresentanza aziendale in proporzione ai consensi. Solo in questo modo si salvaguarda il legame organico tra il sindacato e il singolo rappresentante in azienda. E solo così si può sapere se chi contratta rappresenta la maggioranza dei lavoratori».